Il Signore Degli Anelli
4 Giugno Giu 2017 1500 04 giugno 2017

Tolkien, così l'ideologia progressista impedì il successo in Italia

La pubblicazione del Signore degli Anelli per la casa editrice Rusconi, ritenuta di destra, "macchiò" il libro. Interpretazioni improprie, conformismo, cultura dell'irrazionale: storia di un pregiudizio.

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Il Signore degli Anelli è un’opera che non ammette mezze misure da parte del lettore: o piace, o respinge. Un atteggiamento che ovviamente si ripete fin dalla sua prima apparizione nel 1954 nelle librerie inglesi. Eppure la storia editoriale del capolavoro di J. R. R. Tolkien - di cui arriva nelle librerie del Regno Unito dopo 100 anni dalla sua stesura l'atteso inedito Beren e Lúthien, pubblicato da HarperCollins (in Italia da Bompiani) e descritto come «la grande storia personale» del maestro del fantasy - è molto interessante allo scopo di comprendere l’approccio della mentalità moderna alla visione “epica” del racconto.

OPERA DEFINITA «INFORME». Un recensore entusiasta delle vicende della Terra di Mezzo fu C. S. Lewis che paragonò addirittura Tolkien ad Ariosto – ma i due erano buoni amici, e la circostanza non può certo apparire strana –, anche se non mancarono da subito i detrattori come Peter Green che sul Daily Telegraph definì Il Signore degli Anelli «un’opera informe» che passa «da una composizione preraffaellita al temino fatto da un bambino».

J. R. R. Tolkien è morto nel 1973 a 81 anni.

Il libro uscì in tre volumi e solo dopo la pubblicazione del terzo tomo, Il Ritorno del Re, i critici poterono esprimere un giudizio completo. Tolkien si arrabbiò molto per le osservazioni di Edwin Muir, che liquidò il mondo alternativo creato dal professore di Oxford come «a boy’s world»: «Tutti i personaggi sono ragazzini travestiti da eroi adulti» e per di più «non ce n’è uno che sappia qualcosa delle donne, se non per sentito dire». Peggio di lui fece solo lo scrittore americano Edmund Wilson che, sbagliando completamente le sue previsioni, osservò che il libro di Tolkien avrebbe soddisfatto solo i gusti dei lettori britannici.

AUTORE «PER ADOLESCENTI MASCHI». La confraternita letteraria inglese guardò sempre a Tolkien con malcelato disprezzo. Uno dei suoi biografi, Michael White, riferisce che nel 1997 la catena di librerie Waterstones fece un sondaggio tra i clienti per sapere quale libro del XX secolo preferissero: arrivò primo Il Signore degli Anelli. Come? Tolkien più popolare di Charles Dickens e Jane Austen? La notizia provocò reazioni di sconforto tra i letterati britannici convinti che Tolkien fosse solo un autore per bambini o – come scrivevano le femministe – per «adolescenti maschi».

Il successo del libro arrivò quando Tolkien aveva 65 anni, eppure l'autore seguì con attenzione quasi maniacale la diffusione del libro, le traduzioni, le interpretazioni

Oggi, anche grazie ai film di Peter Jackson, il mondo tolkieniano è ostaggio di un merchandising globale e magari il suo stesso creatore ne sarebbe ben poco lusingato, lui che aveva tali riserve rispetto alla contemporaneità da recitare il Pater Noster in greco quando per la prima volta gli fecero vedere un magnetofono. Il successo del Signore degli Anelli arrivò quando Tolkien aveva 65 anni, eppure l'autore seguì con scrupolo e attenzione quasi maniacale la diffusione del libro, le traduzioni, le interpretazioni.

MA QUALE ALLEGORIA Era un autore «eccessivamente critico». Nel 1955 bocciò il radiodramma ispirato al suo capolavoro e realizzato dalla Bbc, l’anno dopo bloccò la pubblicazione olandese del Signore degli Anelli perché alcuni nomi non erano stati tradotti correttamente, qualche anno dopo ancora s’infuriò con l’editore svedese del suo libro che aveva affidato la prefazione a uno scrittore che descriveva Il Signore degli Anelli come un’allegoria, interpretazione da Tolkien sempre osteggiata.

In Italia Mondadori rifiutò due volte di pubblicare "Il Signore degli Anelli".

E in Italia quale fu la storia editoriale del libro? Lo racconta con eccezionale supporto di documenti Oronzo Cilli nel suo recentissimo studio Tolkien e l’Italia (ediz. Il Cerchio) che contiene anche gli appunti inediti del viaggio che lo scrittore fece nel nostro Paese nel 1955, insieme con la figlia Priscilla, facendo tappa a Venezia e ad Assisi. La prima parte della trilogia tolkieniana, La Compagnia dell’Anello, fu pubblicata in Italia nel 1967 da Ubaldini, casa editrice “di nicchia”. Il destino dell’opera sarebbe stato diverso se Mondadori non avesse rifiutato la pubblicazione nel 1955.

"FUGA DAL REALE" NON APPREZZATA. Eppure il parere di lettura di Ruth Domino-Tassoni era molto favorevole: il libro, a suo avviso, riprendeva «una delle antiche funzioni della letteratura: raccontare meraviglie e portare i lettori oltre i limiti della loro esistenza quotidiana». Mondadori visionò il libro nuovamente nel 1962 e nuovamente rifiutò di pubblicarlo. Dietro la scelta, il giudizio di Attilio Landi che parlò di costruzione mitologica artificiosa e soprattutto quello di Elio Vittorini: «Il successo del tentativo richiederebbe la forza di un vero e proprio genio (che Tolkien dà prova di non essere) e la convalida di una attualità (cioè che il libro implicasse la metafora di qualche attualità), ma ciò non si verifica affatto». Qui non siamo ancora al rifiuto ideologico di Tolkien, tuttavia non se ne apprezza quella sua “fuga dal reale” che era considerata dall’autore come un pregio e non come un difetto.

IL PALADINO DELL'IRRAZIONALE. L’ideologia è subentrata dopo – come sottolinea Gianfranco De Turris nella prefazione al libro di Cilli – e cioè quando Il Signore degli Anelli uscì in un unico volume, con la prefazione dello studioso di esoterismo Elemire Zolla, per la casa editrice Rusconi, all’epoca diretta da Alfredo Cattabiani, e ritenuta una centrale della cultura di destra. La circostanza, che non fu certo casuale, contribuì a far nascere la leggenda di un Tolkien paladino della cultura dell’irrazionale. La casa editrice Rusconi – citata esplicitamente dalla rivista Rinascita come un «pericolo da non sottovalutare» – pubblicava autori certo non allineati alla fede progressista: da Florenskij a Jünger, da Cristina Campo a René Guénon, da Mircea Eliade a Hans Urs von Balthasar.

Un autore fantasy e guardato con sospetto dalla sinistra era quanto di meglio fosse a disposizione per gruppi di destra ostracizzati e demonizzati

Gli Anni 70, imprigionati nella cappa del conformismo ideologico, non procurarono solo letture improprie dell’opera di Tolkien, ma favorirono la stessa adozione degli Hobbit da parte dei giovani di destra (nel 2017 ricorre il quarantennale del Primo Campo Hobbit): un autore fantasy e guardato con sospetto dalla sinistra era quanto di meglio fosse a disposizione per gruppi ostracizzati e demonizzati. Allo stesso tempo il popolo pacifico degli Hobbit si prestava a meraviglia a infrangere l’icona truce del fascista picchiatore. Ma questa è tutta un’altra storia.

ANIMATORE DI ARCHETIPI. Di certo è più utile, per conoscere la storia delle idee culturali in Italia, approfondire l’approccio delle case editrici nostrane all’opera di Tolkien, dove rintracciamo, anche se a distanza di decenni, l’eterno duello tra chi bolla i prodotti della fantasia come pura “evasione” e chi invece li ricerca e li valorizza. Poi capita che in questa lotta si inserisca un genio, come J. R. R. Tolkien, con il suo «potere innato di animare gli archetipi dentro di noi». C’è chi lo riconosce e chi non lo sa riconoscere. E anche questo ha un peso. Anche questo ha un significato.

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