Moda
LA MODA CHE CAMBIA 11 Giugno Giu 2017 0900 11 giugno 2017

Sicuri che le capitali della moda siano solo quattro?

Il valore di Parigi, Milano, Londra e New York si sta erodendo. E intanto Vetements trasloca a Zurigo, Los Angeles insidia proprio la Grande mela. E perfino a Matera si cerca di trovare spazio.

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In giuria alla IX edizione del Premio “Moda Matera Città dei Sassi” nella piazza di San Pietro Caveoso, di fronte all’incantevole scenario che nel 2019 si fregerà delle insegne di Capitale europea della cultura e che molti sperano vi arrivi in forma ancora più smagliante, considerato l’afflusso continuo di fondi per le infrastrutture, i restauri e la hospitality per un totale stimato in 400 milioni di euro, penso al valore promozionale della moda purchessia - giovani, venerati maestri o poveri guitti dell’ago e filo – e anche a quanto vada erodendosi il valore di quelle che tutt’oggi si definiscono le capitali della moda mondiale, cioè Parigi, Milano, Londra e New York.

NON CONTA SOLO LA FILIERA PRODUTTIVA. Se ne parlava con il presidente della Camera della Moda Carlo Capasa, che da due anni va tessendo una rete fitta di relazioni con Pitti e con Firenze, l’unico altro polo italiano rilevante nel panorama internazionale, domandandosi quali siano le caratteristiche che spostano l’ago della bilancia a favore di una città o di un’altra. La filiera produttiva, che è stata ed è in buona parte tuttora alla base della primazia italiana nel settore, non pare infatti più l’unico motivo perché una città si piazzi ai vertici della classifica della creatività mondiale o rappresenti un polo d’attrazione per i designer.

ZURIGO NELLO SCACCHIERE DELLA MODA. Chi avrebbe pensato, solo due anni fa, di includere nella lista Zurigo, per esempio? Ci sembrava di averle concesso fin troppa attenzione ai tempi in cui studiavamo Tristan Tzara, il cabaret Voltaire e il Dadaismo, e ci sembrava sufficiente annoverarla fra le capitali della finanza europea, insieme con Londra, il rifugio degli “gnomi” del denaro contante e sonante come l’Alberich wagneriano. E invece, a 101 anni dalle discussioni, dai finti annunci di duelli alla pistola sui giornali e dagli strilli “dada!!!” per le strade, il Kanton Zurich finisce, forse non del tutto a sorpresa ma in termini davvero eccentrici, nello scacchiere mondiale della moda di tendenza.

Parigi uccide la creatività, mentre in Svizzera ci sono una minore burocrazia e tasse più basse

Guram Gvasalia, membro del collettivo di moda Vetements

Guram Gvasalia, membro del collettivo della moda di massima tendenza del momento, Vetements, dichiarando, con la meravigliosa serietà dei giovani, che «Parigi uccide la creatività», ha trasferito le attività a Zurigo dove, oltre a un fermento che esiste davvero, che molti di noi non sospettano e che ha molto a che vedere con lo scintillante reddito pro capite della città e del relativo cantone svizzero (oltre 63 mila euro all’anno pro capite medi), «ci sono una minore burocrazia e tasse più basse».

TRASVERSALITÀ DIFFICILI DA TROVARE. Come sempre, si parla di stile ma si pensa al denaro, anche se in effetti le ultime mosse del gruppo Vetements, che comprende anche il fratello di Guram, Demna, direttore creativo di Balenciaga, definiscono un quadro di ispirazioni condivise e di trasversalità forse difficili da trovare e da mettere in campo nella capitale francese: la fashion designer Julia Seemann, zurighese di nascita, ha sviluppato la sua ultima collezione con l’artista Ramon Hungerbühler, e ha collaborato al 4x4 Swiss Pop Up dell’ultima Fashion Week di Londra, in cui 40 fra designer, musicisti e artisti svizzeri hanno mostrato la propria opera con un progetto congiunto.

AVANZANO LOS ANGELES E TEL AVIV. Negli Stati Uniti New York sta cedendo sempre di più il passo a Los Angeles nella mappa delle città di sviluppo e promozione della moda (le ragioni? La Silicon Valley a un tiro di schioppo con i suoi stili di vita e le sue innovazioni; la produzione di denim e abbigliamento sportivo, le università, il clima e, non ultima, Hollywood), mentre nel Medio Oriente Tel Aviv va ritagliandosi la fama di hub creativo di prim’ordine grazie alla rapidissima ascesa dello Shenkar College.

Sia ben chiaro, non basta la volontà politica, la filiera e forse nemmeno la forza economica per fare di un Paese un centro d’irradiazione di moda

Qualcuno va osservando da vicino anche la creatività e l’aumento del reddito di alcuni stati africani, il Senegal per esempio, e da più parti si alzano voci sulla necessità di rappresentare sulle passerelle modelli di bellezza diversi, sostenendo una multiculturalità che la moda fatica a perseguire, nonostante punti a un’affermazione mondiale e a una distribuzione capillare dei propri marchi in ogni continente.

CERTE POSIZIONI NON SONO ACQUISITE. Sia ben chiaro, non basta la volontà politica, la filiera e forse nemmeno la forza economica per fare di un Paese un centro d’irradiazione di quella leva industriale e di marketing potentissima che è la moda, e la parabola discendente del Brasile negli ultimi anni lo dimostra. Ma dare certe posizioni per acquisite, senza tener conto che da sempre il motore principale della moda è la novità, è un atteggiamento sbagliato.

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