ANITA
14 Giugno Giu 2017 0929 14 giugno 2017

Addio ad Anita Pallenberg, strega dei Rolling Stones

Bella. Maledetta. Cosmopolita. Donna di Keith Richards. E non solo. Per 15 anni stette al fianco della band con cui condivise vizi e follie. Questa era Anita Pallenberg. Il ricordo di Massimo Del Papa.

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«Tu, stupida vacca». Così la salutava ancora Keith quando si vedevano. Quel modo assurdo di scambiarsi affetto che solo quella gente lì può permettersi. E lei, che faceva il bollettino medico non ufficiale dell'incidente della palma ai fans deliranti che avevano la ventura d'incontrarla, restandone stregati a dispetto del tempo, assicurava: «Keith sta benone, mi ha fatto vedere il buco in testa, del quale va fierissimo. Davvero, non c'è problema, lui è forte come un bue».

UN AMORE DA ROCKSTAR. Vacca, bue. Si amavano così, a distanza ormai, decrepiti ex amanti, ruvidi e teneri. Si volevano bene da rockstar. Perché lei pure lo era stata, lo sarebbe rimasta a vita. A lungo mormorarono che Anita Pallenberg fosse una strega. Lo dicevano ancora, e probabilmente qualcuno che lo dirà in eterno si troverà sempre. Lo dicevano ed era vero, una maliarda spigolosa e crudele, capace di manipolare, di mettere l'uno contro l'altro tre dei Rolling Stones. Di scaraventarli all'inferno per condividere con loro ogni tormento. Solo una strega poteva sopravvivere alla fase più spaventosa ed esaltante, 15 anni in cui intorno e dentro alla band ci si dannava, si moriva come niente e tutti andavano con tutti, amavano tutti e ferivano tutti.

BRIAN, KEITH, MICK. Anita conosceva Brian Jones, biondo e perverso come lei, lo convinceva di essere la metà della sua aura, lo spingeva a mostrarsi in divisa nazi. E lui, già corrotto dentro e fuori, la pestava, la costringeva alle pratiche più turpi e poi le piangeva in grembo. E lei se lo portava in Marocco ma solo per scaricarlo, tradendolo in una macchina con Keith mentre lui, Brian, gli occhi pieni di lacrime puntati fuori dal finestrino, fingeva di non vedere e già si tuffava nell'ultimo inferno, dal quale sarebbe riemerso solo due anni dopo, carcassa di pesce galleggiante nella piscina della sua villa a Cotchford Farm, già rigurgitato dal suo gruppo. Ma pochi mesi dopo, sarebbe toccato a Keith bruciare nelle vampe della gelosia, appoggiato alla sua Bentley fuori da un set. E sapeva benissimo cosa stava succedendo, lo sapeva che sarebbe successo, lo sapeva che Anita non si sarebbe limitata a simulare sesso da vasca da bagno con Mick sotto gli occhi di una intera troupe, sapeva che quel filmaccio pretenzioso e malato, «Performance», era solo un pretesto. E gli giravano in mente i primi accordi atroci e belli, proprio come lei, di Gimme Shelter, che poi avrebbe composto proprio con Mick sulla Costiera Amalfitana, e prendeva già la rincorsa per il Paese dei Balocchi, quell'eroina che avrebbe ghermito però subito anche lei.

«LA DONNA CHE UNIVA MONDI». Lei, che in fatto di vizi, all'inizio li faceva impallidire tutti. La giovane strega nata a Roma sotto le bombe del 1944, figlia di un agente di turismo italiano ma soprattutto della discendente di un'aristocrazia tedesca ormai decaduta, non tanto però da non consentirle un'adolescenza raminga e piena di cose. «Anita sapeva unire mondi», ricorda Keith nella sua autobiografia, che per lunghi tratti è anche la biografia di lei come di nessun altro.

LA LOTTA PER ESSERE LA SESTA STONES. E lei, bionda e bella di una bellezza sofisticata e coriacea, lo introduceva alla cultura cosmopolita, mitteleuropea presentandogli autori e attori, registi come Vadim e Fellini, coi quali aveva lavoricchiato, pittori devianti come Schifano, che avrebbe amato anche la sua rivale, Marianne Faithfull, la donna del gelosissimo Mick - «Ti sei ficcata nel letto di un mandolinaro!» - e Marianne, esattamente come Anita, aveva “provato” anche Keith, anche Brian, tutti con tutti e ciascuno per sé, ma senza nessun Dio. Si odiavano, ciascuna rivendicava il suo ruolo di sesta Rolling Stone. Marianne era «un viso d'angelo in un corpo da puttana», Anita di angelico non aveva neanche il sorriso e tentava di introdurre Keith al mondo dell'occulto ma lui era troppo proletario, troppo bullo di periferia per prenderla sul serio, per andare oltre la mitologia del diavolo del Blues che si fermava al crocicchio di Robert Johnson.

IL MONDO DEL PIPER. Ma lei strega lo era davvero, e molto prima di loro. Prima degli Stones, nel 1965 già girava in combriccola con Paul McCartney, con amici sbandati e avventurosi come lei, subito di casa al Piper, il locale romano dell'ex parà Alberigo Crocetta dove passavano Jimi Hendrix, i Pink Floyd, Frank Zappa, gli Who, Duke Ellington e Louis Armostrong, Ike & Tina Turner, lo stesso Schifano e Alberto Moravia, da dove sarebbero usciti Teo Teocoli, Patty Pravo, Renato Zero. Dove i Pooh avrebbero conosciuto Riccardo Fogli che poi sarebbe stato rapito proprio da Patty Pravo. Insomma era il mondo che capitava a Roma e lì dentro, in quella sarabanda di vapori psichedelici, c'era anche Anita e c'era il suo caro, molle, debosciato amico Stash, il figlio di Balthus, il pittore, che s'incapricciava di quella lolitina 15enne sempre pronta a obbedire ad Anita la quale gliela “regalava”, e il suo nome era Romina. Romina Power.

GLI ABISSI DI UNA VITA. Anita conosceva le arti figurative e sapeva disegnare, faceva l'attrice e aveva dentro il respiro della cultura. Tutto sparito con i Rolling Stones, sopravvivere nei quali era un lavoro a tempo pieno che non lasciava scampo. I suoi anni migliori li avrebbe bruciati a picchiarsi con Keith per l'ultima dose di eroina sul divano di una limousine lunga come un treno, sotto gli occhi terrorizzati di figli che vedevano troppe siringhe, troppe overdose, troppe pistole sotto i cuscini, troppe lenzuola annerite, troppe bambinaie, troppi parassiti, troppa gente crepare. Sia Marlon sia Angela Dandelion sono cresciuti deliberatamente lontani dalla ribalta e a maggior ragione dal circo del rock, due persone finalmente normali che hanno speso la loro vita cercando di dimenticare e far dimenticare la favolosa non vita nella quale erano cresciuti. Il fratello che non hanno mai avuto si chiamava Tara, morto a 10 settimane per una febbre improvvisa, e Keith quella sera salì lo stesso a suonare, perché non ce la faceva a raggiungere Anita pazza di dolore, perché tutto ormai era andato a puttane.

Anita è considerata la musa degli Stones.

Alla fine, anche per lei sarebbe arrivato il giorno del benservito. E già aveva passato l'umiliazione di vedersi sostituire, seppure non ufficialmente, da una ragazzina poco più che ventenne, bella, giovane e bionda come lei non era più. Rita Bedard, una coniglietta di Playboy che le aveva rosicchiato tutto lo spazio a fianco a Keith. Pensare che, ancora pochi mesi prima, lui così la salutava, con un cordone di giubbe rosse della narcotici intorno al letto che lo avevano preso a sberle per un quarto d'ora pur di svegliarlo dal sonno della droga: «Addio, mia cara, ci vediamo tra sette anni». In realtà rischiava molto di più, le autorità canadesi volevano dargli qualcosa di simile all'ergastolo per traffico internazionale di stupefacenti. Invece Keith se la cavò con una condanna simbolica, emessa da un giudice pietoso e ispirato da una fan speciale: «Non fatelo marcire dentro, fatelo suonare», aveva osato la ragazzina andare a dire al giudice.

IL BENSERVITO DEFINITIVO. Non ci vedeva, e quando lo seppe, Keith le riservò il suo autista e disse che se chiunque nel backstage non avesse trattato con ogni riguardo Rita, il suo «piccolo angelo buio», avrebbe fatto i conti con lui. E lo diceva sventolando il coltello da caccia dalla lama di 32 centimetri, e tutti capivano. Meno Rita. E così il giudice l'aveva condannato a tenere un concerto per i ciechi («Ah, grazie vostro onore, ma allora perché no per i sordi?»), mentre gli Stones, già che c'erano, seducendo la moglie del primo ministro Pierre Trudeau (padre dell'attuale premier Justin) , “Maggie Testamatta”, provocavano quasi una crisi di governo e il crollo del dollaro canadese. Solo un giorno come gli altri nella divertente vita dei Rolling Stones, e bè, Anita c'era. Ma adesso non c'era più. Lui a Parigi a registrare Emotional Rescue, lei a casa di Keith, a New York, a spingere un minorenne tossico, Scott Cantrell, a «giocare alla roulette russa» per amor suo. E Scott azzeccava la pallottola che gli spappolava il cervello sulle lenzuola, e il volo che Keith pigliava, bestemmiando, per raggiungerla sarebbe servito solo a dirle: è finita.

DALLA MITOLOGIA NON SI ESCE. Dopodiché, Anita s'inabissò. Ci mise un'altra vita a rifarsi una vita. Dell'antica bellezza aspra, spigolosa, da strega era rimasto il vuoto d'un pallone rigonfio. La Black Queen di Barbarella era una pagina nera che nessun regista avrebbe mai più sfogliato. Alla fine, riuscì a ripulirsi e seppe diventare stilista. Ma dai Rolling Stones, dalla loro mitologia, veramente non era uscita mai. Forse perché, come dice sempre il suo ex, «da qui si esce solo in una bara». È morta sola, dimenticata dalle cronache, l'annuncio è venuto dal profilo Instagram dell'ennesima giovane amica stregata, Stella Schnabel, attrice, figlia del pittore e regista Julian: «La più grande donna che io abbia mai conosciuto». E, nella foto, Anita, di nuovo bionda, bella di una vecchiaia pacificata, finalmente sorride. Come fai a non stregare chiunque se hai resistito 15 anni coi Rolling Stones? Per il mondo oggi non è successo niente. Ma per chi sta qui a scrivere alle 4 e 30 di un mattino di giugno, mentre fuori dalla finestra gli uccelli mandano i loro canti misteriosi, questo non è, non può essere «solo un altro addio a un altro caro amico». No. Oggi è andato via qualcosa, qualcuno che c'era e si porta via troppe cose che noi malati di Rolling Stones conosciamo fin troppo bene, sta nel nostro sangue pazzo, ci gira nella carcassa, ci si agita furibondo in cuore.

Ciao, stupida vacca.

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