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17 Giugno Giu 2017 1600 17 giugno 2017

Addio ad Avildsen, il padre di "Rocky"

Campione del racconto dei loser, il regista che firmò anche l'epopea di Karate Kid si è spento all'età di 81 anni.

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Per capire cosa c'è dietro un successo planetario quanto inatteso come quello del primo Rocky del 1974 bisogna risalire alla personalità e alla storia dell'uomo che ha creato quel successo. È questo il filo rosso che attraversa tutta la vita artistica di John G. Avildsen, montatore e regista amato dagli Studios, ma tanto personale e irregolare da avere rifiutato nella sua carriera anche offerte clamorose come quella di La febbre del sabato sera o Serpico. Il veterano di Hollywood, nato nell'Illinois il 21 dicembre 1935 e scomparso il 16 giugno a 81 anni, si era da tempo ritirato dalle scene, tanto che il suo ultimo lavoro Fino all'inferno è del 1999. Ma i maestri di John G. Avildsen erano stati per lui dei veri punti di riferimento, da Arthur Penn a Otto Preminger che lo ebbero come aiuto e montatore fino a incoraggiarlo a fare il grande salto dietro la macchina da presa nel 1967.

LA FABBRICA DEL DIVISMO. Siamo in un'epoca in cui la grande fabbrica del divismo cerca invece talenti irregolari, i cosiddetti underdog capaci di portare nuova linfa a un cinema invecchiato e non più connesso al nuovo pubblico che si forma tra la guerra del Vietnam e i sogni kennediani. A questa esigenza autori come Avildsen reagiscono cercando storie e personaggi nella realtà quotidiana, nei personaggi poco vistosi e spesso sconfitti di un'America che fa i conti con la grande disillusione. Emblema di questa stagione è certamente Joe, protagonista del film omonimo che Avildsen firma nel 1970. Tre anni dopo con Salvate la tigre apre la strada del successo coronato da tre nomination all'Oscar e una statuetta per il protagonista Jack Lemmon.

Fedele alla sua idea di cinema John Avildsen disegna il ritratto di un piccolo uomo d'affari nevrotico e schiacciato dai debiti che si ribella alla logica del profitto e alla perdita di umanità della società in cui vive. Non c'è in realtà molta distanza, né temporale né tematica con il film successivo che il regista propone agli Studios partendo da una sceneggiatura scritta a quattro mani con un giovane debuttante che si sogna divo e protagonista. È Sylvester Stallone che porterà nel 1974 Rocky a un autentico trionfo mondiale coronato da tre Oscar (compreso quello per la regia) e che segnerà l'immaginario hollywoodiano di pari passo con il film quasi gemello Rambo. Il trionfo di Rocky è quello del suo autore ma ne è anche la maledizione: ancora oggi per commemorare John G. Avildsen tutti fanno riferimento a quel film dimenticando opere perfino più personali come i successivi Un uomo da buttare o Ballando lo slow nella grande città.

UNA REGIA POCO AMERICANA. In comune tutti questi lavori hanno il segno di una regia sorprendente e molto poco americana che va però di pari passo con un montaggio perfetto quanto tradizionale nello stile di generi come il western e il cinema di guerra. Il protagonista-simbolo Rocky (pugile fallito che cerca il riscatto all'ultimo, impossibile combattimento) è un perdente nato, uno scarto della società che trova il riscatto nella sua voglia di vincere comunque, di gridare a voce alta il suo diritto ad essere considerato persona ancor prima che campione. Una sola volta nella sua carriera Avildsen cederà alle lusinghe di riprendere il personaggio di Rocky, facendolo nel 1990 con il quinto episodio della serie.

L'EPOPEA DI KARATE KID. Nel frattempo però, sei anni prima, Avildsen inventa un nuovo modello di successo partendo da premesse analoghe: è l'epopea di Karate kid, ragazzino sbeffeggiato e fragile che grazie a un maestro di arti marziali trova il senso della sua vita. Questa volta il regista non abbandona la sua creatura dopo il primo trionfale successo ma l'accompagna in tre episodi aggiungendo ogni volta un tassello alla personalità del suo eroe-perdente. L'America ha sempre avuto grande attaccamento per la figura del loser, lo sconfitto tanto da farne un genere di successo che corre in parallelo con l'epopea degli eroi. E di questo genere, ordinario, sommesso, quotidiano, John G. Avildsen rimane un campione da ricordare. Del resto proprio quest'anno un documentario molto atteso ne celebrerà splendori e miserie.

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