Coco Pixar
19 Giugno Giu 2017 1200 19 giugno 2017

Cinema, così Pixar sfida l'era Trump

L'ultimo film ha come protagonista Coco, un 12enne messicano con la passione della musica. Tra nostalgia e visioni futuristiche gli studi di Emeryville continuano a meravigliare il pubblico. E a costruire simboli universali.

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Che cosa rende speciale un film Pixar? E perché quell’industria creativa sta diventando un paradigma fondamentale per comprendere l’America? Insomma dagli Studi di Emeryville si irradia a livello globale una cultura dell’immaginario da cui nessuno è immune ma che, nello stesso tempo, è molto Stars and Stripes. Qualche numero può dare la proporzione del fenomeno: nel decennio che va dal 1995 al 2005 i film prodotti dalla partnership tra la Pixar e la Disney hanno generato 3 miliardi di dollari al box office mondiale e più di 150 milioni di prodotti home video. Una storia interessante, anche alla luce dell’era Trump, raccontata da Christian Uva, docente di Storia del cinema al Dams di Roma, nel suo libro Il sistema Pixar (Il Mulino). Un sistema che ha incrociato prima o poi le vite di tutti: che si tratti dei pupazzi di Toy Story o dei personaggi di Inside Out, che si pensi alle formiche di A Bug’s Life o alle pietanze di Ratatouille. È impossibile non imbattersi nella comunicazione del brand Pixar, divenuto ormai egemone anche rispetto alla Disney, che aveva fin qui detenuto il monopolio dell’entertainment.

RETROFUTURISMO E MITOPOIESI. Come ogni sistema anche la Pixar si nutre di valori e quello che sottende tutti i suoi film si può definire «retrofuturismo», il risultato cioè di una profonda nostalgia per l’America dei Padri fondatori unita a una fiducia quasi anarchica nelle sfide della tecnologia. Questo spiega la straordinaria «capacità mitopoietica» della società di Lasseter & Co., il cui Dna è del resto un mix delle storie dei fondatori: un figlio di Disneyalnd (John Lasseter), un apostolo dell’ideologia californiana (Steve Jobs), un hippy della West Coast (Alvy Ray Smith) e un mormone cresciuto a Salt Lake City (Edwin Catmull).

I personaggi di Toy Story (1995).

Per funzionare il retrofuturismo si basa su una rivoluzione estetica: non la semplice imitazione della realtà ma la sua estensione in uno scenario che, grazie alla cura meticolosa dei dettagli, appare più reale del reale, riuscendo a far esplodere la meraviglia del pubblico. Muovendosi nella direzione di dare un’anima agli oggetti la Pixar riprende anche filoni illustri della storia del cinema, a cominciare dalle sperimentazioni di Goerges Méliès.

LA QUESTIONE IRRISOLTA DELL'IDENTITÀ. Film per bambini? Tutt’altro. Al centro dei film Pixar troviamo sempre fondamentali domande di natura filosofica. Centrale nei personaggi è la questione irrisolta dell’identità: un dato che balza agli occhi dello spettatore nella trilogia di Toy Story, una sorta di manifesto estetico-ideologico del brand Pixar. Emblematica la crisi dello space ranger Buzz Lightyear quando si rende conto di non essere unico e irripetibile ma solo un pupazzo all’interno di una produzione seriale di massa. «Pur nella loro natura di artefatti», scrive Christian Uva, «questi beni inorganici guadagnano dunque nell’universo pixeriano la capacità miracolosa di manifestare una vera e propria anima, un personale modo di sentire e vedere il mondo. Non è d’altronde la merce, per dirla con Marx, una cosa molto ingarbugliata, piena di sottigliezze metafisiche e di ghiribizzi teologici?».

IL MIX DI NOSTALGIA E FUTURO. La sfida più ambiziosa della Pixar è rappresentata proprio dall’ultimo film, Inside Out, dove grazie all’energia innovatrice della tecnica e lavorando soprattutto sul piano simbolico-cromatico, viene superato l’ostacolo di mostrare il mondo delle emozioni interiori, ciò che essendo dentro di noi è per sua stessa natura invisibile. Di certo non sarà l’ultima sfida vinta perché la Pixar, fedele al mito tutto americano della frontiera, degli spazi vergini da conquistare, continuerà sulla strada del meraviglioso hi tech, fondendo magistralmente il dato della nostalgia con quello dell’ultramodernità, fino ad arrivare a ipotesi fantascientifiche come quella del film Wall-E, la storia di un piccolo robot rimasto unico abitante della Terra ormai inquinata e carica di rifiuti ma anche custode di una piccola piantina, rinvenuta tra la spazzatura, che rappresenta una speranza di rinascita. L’elemento nostalgico in questo scenario futuribile è presente più che mai: Wall-E infatti adibisce il rimorchio di un autotreno a magazzino della memoria, collezionando oggetti, tracce di una esistenza scomparsa e irripetibile, tra cui la videocassetta del film Hello Dolly!, un classico hollywoodiano così influente sull’immaginario Usa.

Inside Out (2015).

L’alternanza continua tra la celebrazione e la memoria dell’America degli Anni 50-60, l’interrogarsi sull’identità dei personaggi non umani ma intrisi di umanità e le dinamiche ideologiche sottese alle storie proposte rendono tuttavia difficile fornire una versione definitiva della visione del mondo targata Pixar: ne è prova il fatto che mentre A Bug’s Life (storia di una colonia di formiche che si ribella al sistema di sfruttamento posto in essere dalle cavallette) è stato letto come un film portatore di istanze rivoluzionarie, altre opere – come Ratatouille e Gli Incredibili – sono state considerate “di destra” per l’esaltazione del talento individuale. Ancora, con Ribelle-The Brave (storia di un principessina scozzese che vuole sottrarsi al destino di sposare uno dei primogeniti dei clan governati dal padre), la Pixar rielabora in senso femminista il discorso sull’identità della donna già affrontato dalla Disney con opere come La Sirenetta (1989), Pocahontas (1995) e Mulan (1998).

STEREOTIPI E POLEMICHE. Un percorso che si fa ancora più marcato con il modo in cui viene trattata un’altra icona dell’immaginario americano, la bambola Barbie, nel film Toy Story 3. Qui il personaggio Barbie è molto vicino alla lettura che ne fa la scrittrice femminista Alida Brill, cioè di una donna guidata da un ideale di autoaffarmazione e di attivismo. Caratteristiche che risaltano ancor di più in opposizione al bellimbusto Ken, rappresentato con manie di narcisismo effeminato con innegabili effetti comici. La cosa non è passata inosservata, suscitando le proteste delle comunità Lgbt, cui la Pixar ha replicato con un video di otto minuti in cui presenta le storie dei suoi dipendenti gay.

L'ULTIMA SFIDA ALL'AMERICAN FIRST. Come si comporteranno gli Studios di Emeryville nell’era Trump? Per comprenderlo basta fare riferimento al prossimo film annunciato dalla Pixar, Coco ( diretto da Lee Unkrich e Adrian Molina e in uscita nelle sale Usa il prossimo novembre), che trae ispirazione dalla festa messicana del Dìa del Los Muertos: il protagonista, il 12enne Miguel, sogna di diventare un musicista nonostante l’opposizione della famiglia. Un progetto di vita che lo porterà a sostenere la prova di un viaggio negli Inferi alla ricerca dei suoi antenati, accompagnato da un cane di nome Dante. Un orizzonte geografico e multiculturale dunque facilmente interpretabile come esplicita contrapposizione al nazionalismo trumpiano e al suo slogan di fondo: America first.

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