LIMITI
27 Giugno Giu 2017 1149 27 giugno 2017

Paolo Limiti e il garbato racconto dell'Italia nazionalpopolare

Sempre sorridente, insinuante ma educato e piccolo borghese. O meglio neoborghese, semivip tra i vip. Il conduttore piaceva alla "gentina" e alla classe alta. E resta il simbolo di un Paese che ancora poteva sperare.

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Non era neanche anziano Paolo Limiti, 77 anni per andarsene di breve malattia. Ma pareva di più perché, con l'eterna tintura color carota, col matrimonio un po' improbabile con l'aspirante soubrette Justine Mattera, aveva incarnato quella insostenibile leggerezza del gossip già dei 60 e soprattutto i 70, quasi un antesignano: dove c'era vip, c'era lui, semivip, vip in minore, pesce pilota dei vip tra rotocalchi di deliziosa fatuità.

Le Novella 2000, gli Stop e quei programmini volatili che oggi si chiamano neocultura bassa, ieri nazionalpopolari, al tempo di Limiti erano gli specchi di una gentrificazione in minore, all'italiana, fatta di migrazioni interne di contadini e artigiani che sciamavano nelle poche metropoli e si convincevano d'esser diventati classe media, borghesia col frigo pieno, la macchinetta di sotto e la televisione accesa. E dentro la televisione c'era questo Paolo Limiti coi capelli arancio ma nel bianco e nero non si capiva, sempre sorridente, sempre insinuante ma in quel modo educato, piccolo borghese, neoborghese, da semivip tra i vip.

TRA "GENTINA" E ALTA BORGHESIA. «Non dite che ve l'ho detto io» si chiamava una sua rubrica su un settimanale, la fotina di lui con la mano davanti alla bocca, tutto quel pissi pissi che, alla faccia dei progressisti severi e imbronciati, che volevano perfino proibire balcanicamente la tivù a colori, piaceva alla gente semplice, normale, la gentina che si faceva il suo giro consumistico delle botteghe e poi tornava a casa e ad aspettarla c'erano quelli come Limiti che raccontavano come vivessero le celebrità. Piaceva anche, piaccia o non piaccia ricordarlo adesso, a quelli più su nella scala sociale, quelli col Mercedes, il ficus nel trilocale, le vacanze a Saint-Tropez e la villa in brughiera, di quelle un po' tetre, moderne ma gelide, da film di finta introspezione, tutto flashback incomprensibili che alla fine non si capiva più niente. maledetta Marienbad, maledetto Resnais, storielle assurde e sbiscottate che finivano sempre in tragedie in eastmancolor, in drammuccio borghese, da Bovary postmoderne.

Coi capelli color carota sempre lì, inossidabile, insinuante, traghettava la società italiana verso altri modi di essere spettatori di una vipperia che cambiava, s'incafoniva, s'incanagliva

E Paolo Limiti coi capelli color carota sempre lì, inossidabile, insinuante, un gentile Caronte che traghettava la società italiana verso altri consumi, altri modi di spettegolare, di essere spettatori di una vipperia che cambiava, s'incafoniva, s'incanagliva pure. E non bisognava dire che ce l'aveva detto lui, anche se si sapeva benissimo.

PAROLE DA RICORDARE. MA ANCHE NO. Paolo Limiti era un factotum dello spettacolo, uno dei primi versatili. È Stato pure paroliere, ha messo insieme un cospicuo numero di testi, nessuno dei quali epocale: si ricordano episodi come Sacundì sacundà, cantata da Mina, che effettivamente gliene ha incarnate parecchie; una collaborazione ne La voce del silenzio, dove però la penna grossa era quella di Mogol; Anna da dimenticare dei Nuovi Angeli, che era carina. Ma poi anche roba da dimenticare come Paolino Maialino, interpretata da Romina Power. Di canzoni ne ha scritte fino alla fine, partendo dal 1964, e in controluce affiora una seppur minuscola, e minore, storia d'Italia. Ma i colpi di luce restano due: l'imperitura Buonasera dottore, melò telefonico affidato a Claudia Mori (ma assai preferibile fu la parodia in sketch di Raimondo Vianello e Sandra Mondaini), e Bugiardo e incosciente, musicata da Serrat e cantata ancora da Mina. Eccole lì le fatidiche pene di tradimento e gelosia degli italiani che avevano risolto il problema della biosopravvivenza a km 0 e potevano finalmente scoprire e dedicarsi ad ambasce erotico-sociali in saldo, buone per sognarsi un po' minivip anche loro.

Nel tempo, Paolo Limiti sarebbe uscito gradualmente dal radar vipparolo e di un monoscopio che cambiava, diventava al plasma, proponeva altri eroi, cialtroni capaci di ben altri eccessi; sarebbe affiorato da citazioni più o meno ironiche, da Caparezza a Simone Cristicchi. Comunque uno che un posticino nell'Italia del boom prima dello sboom, pettegola canzonettara, se lo merita.

QUELLA CRITICA A RENATO ZERO. Anche per certi giudizi oggi dimenticati, ma all'epoca gustosi. Sentite questo: «A me Renato Zero non piace per niente. Non mi dice niente. Non ha una grossa personalità: è un goliardico che ha indovinato una sola canzone: Triangolo, le altre sono tutte canzoni mediocri. Anche fisicamente non mi colpisce. Ha le labbra sottili, lo trovo antipatichino. Del resto è uno che fa delle “cosine”, scrive delle “canzoncine”, ha interpretato un “filmino”, tutto in tono minore. Chiunque si truccasse come lui, si mettesse i brillantini in faccia, ostentasse ambiguità, potrebbe essere un Renato Zero. Onestamente non capisco il successo di Renato Zero come cantante» (forse, quella volta, toppò lievemente).

NOSTALGIA PER IL FUTURO. Era il 1979, Mina si era da poco ritirata con l'ultimo storico concerto alla Bussola (Renato Zero, in prima fila, prendeva nota), e impetuosa risale una madeleine al sapore di Rimini, una nostalgia di ficus, di appartamenti in quartieri emergenti, di rivistine strillate, di garbato ma feroce pettegolezzo, di futuro che pareva ancora gravido di qualunque cosa, o almeno di qualcosa. E, naturalmente, di Paolo Limiti, cantore dei vip, piccolo vip tra i vip.

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