Vasco 2
30 Giugno Giu 2017 0800 30 giugno 2017

Vasco Rossi, un démodé di successo

Da 40 anni lo spericolato di Zocca continua ad attrarre centinaia di migliaia di adepti. Senza perdere il carisma da Komandante. Un mito forse sopravvalutato ma che funziona. Nella sua umanità troppo umana.

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Un manipolo di deliranti era già arrivato 10 giorni fa e hanno dovuto disperderli, mandarli via come si fa coi matti molesti. E sono matti: 10 giorni ad aspettare accovacciati come pellegrini il Messia Vasco Rossi che a Modena Park celebra se stesso e i suoi 40 anni di successi. Non c'è un altro, forse, che in quattro decenni non abbia mai conosciuto flessione nei gusti del pubblico. E la piccola Modena torpida e un po' lasagnona è in stato d'assedio. Vasco esalta, pubblico e botteghini; è l'unica autentica multinazionale dello spettacolo italiano, ma preoccupa anche quelli della sicurezza, altro che Ariana Grande, qui ci vuol l'esercito. Nel cielo di Modena da giorni svolazzano gli elicotteri ma ce n'è uno diverso dagli altri, non è degli sbirri, è lui che scende dal cielo per andare a fare le prove come da un Walhalla di eroi morti in battaglia e condotti dalle Valchirie. Il primo di luglio è la battaglia definitiva e Wotan è lui stesso, Vasco Rossi, morto che non muore, che ritorna.

LA RIVALUTAZIONE POSTUMA. C'è chi dice no, che non merita tanto, che è già defunto, artisticamente, da un quarto di secolo, più o meno dal disco Gli spari sopra, suo apice commerciale. Ma quale grande artista, arrivato al culmine non sopravvive a se stesso, non si dedica all'amministrazione di quello che era stato? Di sicuro c'è un successo che in 30 anni, diciamo dall'esplosione della Vita spericolata, non ha mai conosciuto dubbi nel pubblico, mentre la critica, come accade, lo ha rivalutato “postumo” e lo esalta oggi che francamente ha assai meno da dire.

Ci sono tanti equivoci sul giovanotto di Zocca, appennino modenese. «L'è d'la Zoca», per dire uno squilibrato, un lunatico che solo da là poteva uscire, lui che la lasciava appena possibile perché La noia, la noia, la noia, io non ci vivo più. Ma dove vuole andare quello lì? E invece sfonda e allora giù con le leggende: l'unico rocker italiano, il profeta degli sballati, il distruttore dei benpensanti, il Komandante dai vaghi, fraintesi afrori guevariani che, in una realtà più disincantata, più analitica, sconta certa polvere domenicale, certo spleen da centro commerciale, la mistica del Blasco, del Kom, dei troppi richiami per brufolosi di provincia e di borgata che credono di «essere solo loro».

SLOGAN CHE HANNO SEGNATO UN'EPOCA. Più onestamente, Vasco Rossi è stato artista di talento, che ha saputo azzeccare alcune canzoni destinate a restare, con una intuizione fondamentale: niente testi verbosi, carichi di prediche, di messaggi e, invece, poche linee scarnificate, slogan folgoranti che diventavano modi di sentire e di vivere: Siamo solo noi, ripetuta come un mantra; «Bevi la coca-cola che ti fa bene», «E poi ci troveremo come le star a bere whisky al Roxy bar». Perfino una antica polemica con il Padreterno non si perdeva nei rivoli del filosofare narcisista ma se la cavava con un paio d'invettive: «Portatemi Dio, lo voglio vedere, gli devo parlare».

QUEL ROCK EMILIANO FRACASSONE. La musica poi non era propriamente rock, era un folk, al più un rock emiliano, modenese, fracassone ma sempre irrorato di pop, di melodia: Vasco Rossi era, alla fine, più Ogni volta che Vita spericolata, andava sì Al massimo, ma alla fine restava il tenerone al Toffee. Dicevano anche che i suoi spettacoli fossero i migliori, ma Rossi sul palco non ha mai avuto una particolare presenza scenica, la gestualità limitata, sempre gli stessi stilemi, le mani sull'inguine, il dito medio alzato, lui aggrappato all'asta del microfono a urlare il suo male. Un male che ha covato per tutta la vita, fin da quando, ragazzino, scappava a ripetizione dal collegio dei salesiani e poi, più grande, quando patì l'onta d'esser stato lasciato da una femminista dal cuore duro, cui dedicherà tante canzoni, su tutte, forse, quella Liberi liberi che resta uno dei suoi momenti più toccanti.

Ci fu anche molto di costruito nel personaggio del maudit alle tagliatelle, che prima o dopo doveva farsi beccare con la cocaina in bocca e farsi i suoi 22 giorni di galera, i primi anche in isolamento. Quando esce, rilascia uno slogan: «Va bene, va bene così», ed è il titolo della sua canzone del momento. Un altro modo di dire che diventa collettivo.

LE APPARIZIONI STONATE A SANREMO. Vasco Rossi deve la scintilla della sua fortuna a un paio di apparizioni accuratamente stonate nei festival di Sanremo del 1982 (Vado al massimo) e del 1983 (Vita spericolata), gli anni della consacrazione. Ma una grossa mano gliela dà il critico miope e un po' bigotto Nantas Salvalaggio, che tuona contro il nuovo corruttore delle giovani generazioni, quasi che ne volesse trovare a ogni costo uno. Ma che esagerazione! Rossi sarà bravissimo a strumentalizzare quell'attacco, volgendo la sua carica rabbiosa in un vittimismo studiato, davvero alla Siamo solo noi.

UN MITO SOPRAVVALUTATO. Forse il suo è stato, e naturalmente resterà, un mito più grande del suo effettivo valore. Ma non gli si può negare, almeno agli inizi, un certo coraggio di rischiare, portato com'era a fare di testa sua, dispostissimo alla scommessa esistenziale di ogni rockstar, «o la va o la spacca, ma a modo mio». Anche uno che la necessaria gavetta se l'è fatta, quella delle innumerevoli dirette su Punto Radio, dove fa il dee-jay, ma che gli serve pure come trampolino per organizzare concerti e spettacoli nella sua zona. I primi album, Ma cosa vuoi che sia una canzone e Non siamo mica gli americani sono autoproduzioni acerbe, servono quasi soltanto a far sapere che un nuovo cantautore si sta affacciando. Dischi derivativi, di timido cantautorato, lontani dalla carica rock che verrà.

LA STAGIONE DEI GRANDI CONCERTI. Il terzo album, Colpa d'Alfredo, lo lancia, forte delle prime polemiche relative al brano eponimo, quello dell'invidia sessuale, «È andata a casa con il negro, la troia...». E si sente, si capisce che c'è la ricerca della trasgressione ricalcata dal mondo anglosassone. Ma i brani sono ben confezionati, il suono comincia a farsi più aggressivo, i ritmi si alzano. Col seguente Siamo solo noi, Rossi esce allo scoperto e da lì non si ferma più. Ma per i critici più intransigenti, la sua genuinità finisce qui: i dischi successivi, Vado al massimo, Bollicine, Cosa succede in città, assumono un suono sempre più ridondante ma addomesticato, caramellato. Se rock c'è, è molto all'italiana, molto innocuo. Si apre la stagione dei grandi concerti negli stadi, che poi culminerà nel record del'Heineken Jamming Festival dell'Emilia, 130 mila persone solo per lui, che dell'intero cartellone è il clou.

Da anni si mormorava della sua malattia, che il cliché addebita alle migliaia di sigarette, di sbronze, alla coca. Ma forse c'era dell'altro, un male di vivere autentico, che si diluiva nell'anima

In quel momento Vasco Rossi è già un totem, intoccabile, indiscutibile. Il secondo arresto, sempre per droga, sporadico, del 1988 è un ricordo sbiadito. L'artista diventa una multinazionale, si spenzola fra dischi sempre meno incisivi, il finanziamento di una scuderia motociclistica, perfino una società di charter, le canzoni usate come spot pubblicitari, scivolata che lo stesso Rossi rinnegherà. Di una cosa gli va dato atto: aver sempre accettato una certa inquietudine, un disagio interiore col quale scendere a patti ma senza cercare di esorcizzarlo, di ingannarlo. La vita dissoluta era più una esigenza estetica che un modo di stordirsi per non pensare. Vasco ha sempre pensato, riflettuto, da stonato e da sobrio, e le sue canzoni migliori, anche nel periodo autoreferenziale della maturità, sono nate sempre da lì, da quel logorio quasi cercato, coltivato, mai rimosso.

IL MALE E LA RISALITA. Un male dentro che mangia, che diventa anche fisico. Da anni si mormorava della sua malattia, che il cliché addebita alle migliaia di sigarette, di sbronze, di dosi di coca. Ma forse c'era dell'altro, un male di vivere autentico, che si diluiva nell'anima. Il suo peggioramento fisico è parso evidente, e sempre più pronunciato, negli ultimi anni. Lui sempre col cappellino in testa a nascondere una calvizie che probabilmente non era solo fisiologica. Poi il balletto dei ricoveri, delle versioni, dei bollettini che non convincevano nessuno, tutti sospettavano, sapevano o almeno credevano di sapere. Fino all'ultimo il suo staff ha insistito su versioni poco plausibili, poco chiare della malattia, versioni che forse non avevano neppure la pretesa di essere credute, venivano diffuse per dir qualcosa, perché una versione ci fosse, con lui che intanto scopriva internet, le sue seduzioni e i suoi veleni: i clippini sempre più surreali, gli interventi su Facebook sempre più taglienti, i litigi patologici con tutti, in primis lo storico chitarrista Maurizio Sollieri, trattato come un session man.

SPIETATO COI COLLEGHI. Sempre più amaro e spietato anche con le altre presunte rockstar all'italiana, come Piero Pelù. Ma, in occasione del Campovolo, il concerto di beneficenza per i terremotati d'Emilia, cui Rossi non può partecipare, costretto all'ennesimo ricovero in clinica, Ligabue, il principale bersaglio, evita d'infierire, si limita a rivolgergli un augurio di pronta guarigione nel silenzio rispettoso di 12 colleghi presenti. Pochi giorni dopo, Rossi non accetta più il ricovero, si rintana a casa sua, l'ultimo, piccolo concerto, un mese prima, in Puglia, e si vede già che è un ecce homo.

Vasco Rossi.

ANSA

A quel punto tutti ne aspettano il tracollo, hanno già pronto il coccodrillo e invece Vasco non muore. Riesce a debellare quella infezione, o quello che è, che da anni lo mangia, si riprende, compatibilmente con i 60 anni suonati da un pezzo e non esattamente salubri. Capisce che non si può esagerare sempre, che c'è un'età per tutto e ricomincia a macinare musica, più riflessiva nelle ammissioni esistenziali e paradossalmente più fracassona che mai, sorta di metal improbabile. Ma è per dire «sono ancora vivo, brutti stronzi, lo capite o no?». E non cerca, e gliene va datto atto, di far tornare ciò che non può tornare, a cominciare dai conti, perché mettere d'accordo gli anni sbagliati con quelli della saggezza non è un'algebra, si rischia di scoprire una tragica controprova: gli anni giusti, saggi erano quelli pazzi, buttati via, questa è solo paura o forse rimorso o, ancora, più di allora, la noia, la noia, la noia...

UN DÉMODÉ DI SUCCESSO. Singolare destino di una rockstar inesorabilmente rotolata fuori moda senza aver mai perso il successo. L'ultimo album, Sono Innocente, di tre anni fa, è un disco convulso, appesantito, pieno di libertà di cantar male, impastato come a nessuno sarebbe concesso, nelle invenzioni testuali al confine del nonsense, nelle suggestioni démodé, nel fare il verso a se stesso, nel piangersi addosso, nelle incazzature, nel non saper dove andare. Poi, un certo punto, proditoriamente, piove Quante Volte, per dire, quanto mi sarà rimasto, 10 anni, 20, e non passeranno mai e passeranno nel tempo di una foglia che cade e sarà solo un prendere tempo per perdere tempo.

IL PREZZO DI VIVERE UNA FAVOLA. Non è morto sul palco, sogno di tutte le rockstar, ma ci è andato vicino. È andato anche oltre, rischiando la caricatura, «Eeeh già! Oooh!... Eeeh!...». Ma è vero che questo esemplare unico di megastar all'italiana, tra Bologna, di cui è il primo contribuente, e Los Angeles, cui ormai appartiene per ius culturae - non ha mai rinnegato quel cantare per un pubblico che era l'unica medicina contro i suoi guai e che oggi accorre come per un misterioso richiamo. Misterioso, perché non si capisce del tutto il segreto di uno che dopo 40 anni riesce a metterne insieme 220 mila, a cingere in stato d'assedio Modena, città spericolata. Un record mondiale, un palco dalle misure sconosciute per noi. Rossi sarà anche uno che da 20, 30 anni fa proietta se stesso ma è anche quello che più di ogni altro ha saputo stratificare generazioni di aspiranti «siamo solo noi». Di certo, sono solo loro che lo nutrono e a volte lo avvelenano: Vasco, alla fine, è una superstar senza cinismo in proporzione, uno che più trionfa e più si ammala. Uno che ha scoperto che Vivere una favola impone i suoi prezzi, gli incantesimi, i misteri dolorosi che non sempre conviene sciogliere.

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