Vasco 15
2 Luglio Lug 2017 0900 02 luglio 2017

Il concerto di Vasco e i social che ci trascinano a Modena

I nuovi media aumentano la voglia di esserci. Per testimoniare la nostra presenza agli altri. Ma intanto la partecipazione ai processi culturali si fa sempre più vasta, dall'opera alla moda. 

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Premessa. Non sono e non sono mai stata una fan di Vasco Rossi. Le canzoni bofonchiate sul giro di do non fanno per me, amo la gente che usa lo shampoo con generosità e le vite spericolate mi interessano solo se raccontate attraverso poesie come il “battello ebbro” di Rimbaud, non “colpa di Alfredo” che pure è una canzone divertente.
Chiusa la premessa, è ovvio che la transumanza di quasi duecentoventimila persone per il concerto di ieri sera, gente che si «è fatta quattro notti in tenda” pur di stare sotto il palco, come ha raccontato uno di loro al tg1, merita un po' di attenzione per quello che mi pare essere il grande sentimento del momento: quello della “partecipazione”.

I SOCIAL AUMENTANO LA VOGLIA DI ESSERCI. Potrebbe sembrare singolare che in epoca di Internet e di infinite, dotte o anche banali discussioni sul tempo che trascorriamo di fronte al pc o chini sullo schermo del nostro cellulare per seguire l’andamento dei nostri post o sbirciare quelli degli altri, si parli di “partecipazione” e di presenza collettiva quando è vero che ci si può sentire collegati, anzi “connessi” con il mondo senza alzarsi dal proprio pc.
È però anche vero che l’esposizione virtuale alla vita collettiva che osserviamo e a cui ci sottoponiamo noi stessi grazie ai social ha enfatizzato il nostro lato esibizionista, il nostro protagonismo. La nostra voglia di “esserci”, fosse pure solo per testimoniare che “noi c’eravamo” e che possiamo raccontarlo.

L'OBIETTIVO? LA TESTIMONIANZA AGLI ALTRI. Sto scrivendo questo testo qualche ora prima del concerto di Vasco Rossi, ma posso già immaginare quante decine di migliaia di foto verranno postate (senza stick, vietato), quanti commenti e di che tono (tre testi a caso, certa di non sbagliare: «che emozione», «noi, il popolo di Vasco», «proud to be here», «una notte da ricordare»). Che male c’è in tutto questo? Nessuno, ovviamente, anzi. La voglia di partecipare di oggi, anni così diversi da quelli in cui Gaber cantava che «la libertà è partecipazione», ha certamente un pizzico, o anche più di un pizzico, di vanità, si nutre di protagonismo e di esibizionismo, ma ci sta portando ad uscire di casa, a fare e a condividere esperienze forse di più di quanto facessimo un tempo. Fosse pure e solo per testimoniarlo, per far sapere “agli altri”, ai nostri amici reali e virtuali, che noi, a quel concerto, a quella serata, c’eravamo davvero.

IL PUBBLICO CHE IRROMPE NELL'OPERA. Il caso del concerto di Vasco Rossi non è infatti isolato, anzi. Persino nell’opera, per ragioni molteplici diventata il simbolo dello spettacolo colto quando un tempo era intrattenimento popolare, si sta assistendo a una progressiva trasformazione politica e drammaturgica dei modi e dei tempi.
L'esempio migliore, certamente il più forte, degli ultimi anni, è la versione “politica e partecipata” del “Nabucco” di Giuseppe Verdi andato in scena due giorni fa all'Arena Teatro Sociale di Como in apertura del festival Città della Musica per la regia di Jacopo Spirei: per mesi, un gruppo di cittadini si è infatti preparato a partecipare in veste di pubblico-attore, per una messinscena che ha portato la vicenda del re babilonese ai giorni nostri, fra proteste contro lo strapotere e gli abusi delle banche e la vicenda personale di un re che, da portatore di forza nuova e idee liberali, si trasforma in tiranno.

SEMPRE PIÙ PARTECIPAZIONE AL PROCESSO CULTURALE. Il pubblico sul palcoscenico, posizione privilegiata fin dal Settecento dove le sedie erano riservate agli spettatori "di qualità", non è una novità: il pubblico che diventa attore, che si prepara, che vive un’esperienza di teatro per un giorno o un mese, è invece un fatto nuovo che, se da un lato sollecita l’ego, dall’altro aiuta a comprendere dinamiche e storie che, in caso contrario, sfuggirebbero.
È sempre più vasta e trasversale la partecipazione ai processi, culturali, di intrattenimento o persino di moda (sono sempre di più le catene di abbigliamento o di accessori che permettono la personalizzazione immediata del proprio acquisto, e anche Hermès ha aperto di recente le porte di alcune fra le sue boutique per permettere a tanti di lavorare a fianco a fianco con i propri artigiani su piccoli oggetti). Non è detto che questo ci renda più colti. Di sicuro, però, ci rende più consapevoli delle nostre capacità e dei nostri reali interessi. E magari, della fatica e dell’impegno e dell’abilità che uno spettacolo, o anche una borsa, richiedono.

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