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2 Luglio Lug 2017 1200 02 luglio 2017

Il genere fantasy e i segreti del successo degli eroi reazionari

Da Harry Potter al Trono di Spade: più che semplice filone della letteratura popolare, s'è configurato negli anni come una macchina mitologico-morale. In grado di tracciare una linea netta tra luce e ombra.

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«Come uomo moderno l’eroe è morto, ma come uomo eterno – perfetto, indeterminato, universale – è stato ricreato». Questa è un’acuta osservazione dello storico statunitense delle religioni Joseph Campbell che spiega il successo odierno e inarrestabile del genere fantasy, dalla saga di Harry Potter al ciclo del Trono di Spade. Siamo dinanzi a qualcosa di più complesso di un semplice filone della letteratura popolare: il fantasy si configura infatti come una macchina mitologico-morale che offre al lettore un’attenta ricognizione di ciò che è giusto o ingiusto, unendo a questa riflessione la tendenza all’agire anche in condizioni di grande incertezza e tensione. Lo scenario d’ambientazione, infine, non può fare a meno delle reminescenze medievali, anche se punta su un Medioevo romantico ed estetizzato.

VERITÀ INELUTTABILI. In un bel saggio appena edito dal Mulino – Eroi e mostri. Il fantasy come macchina mitologica – il sociologo Alessandro Dal Lago approfondisce una caratteristica del genere: il suo trasmettere cioè valori tradizionali sia da un punto di vista estetico che morale. In pratica il fantasy è il genere letterario più reazionario che ci sia, a cominciare dalla netta distinzione che in questo tipo di romanzi troviamo tra bene e male, tra luce e ombra, tra chiaro e scuro: il lettore non deve essere disorientato da personaggi dal profilo ambiguo ma anzi quasi condotto per mano verso verità indubitabili, affrontando prima la repulsione verso i mostri, poi l’attrazione verso gli eroi. Per Alessandro Dal Lago – e non solo per lui – la fondazione del fantasy e del suo programma culturale si deve a J.R.R. Tolkien e a C.S. Lewis. Del primo si sa moltissimo, un po’ meno del secondo.

UN TRATTATO DI FANTA-TEOLOGIA. Lewis infatti oltre alle Cronache di Narnia ha scritto una trilogia fantascientifica – Lontano dal pianeta silenzioso, Perelandra e Quell’orribile forza – che rappresenta un vero e proprio trattato di fanta-teologia imperniato sulle avventure del filologo Ransom, trascinato su Marte da uno scienziato arrogante, il professor Weston, incarnazione della cieca fiducia nella scienza. L’avventura prosegue poi sul pianeta Venere per dislocarsi sulla Terra e risolversi con una battaglia finale tra angeli e demoni. Tolkien, Lewis e i loro amici scrittori del circolo degli Inklings (che significa “scribacchini”) erano intenzionati a rifondare la letteratura su basi mitologiche e condividevano un profondo disprezzo per l’opera degli scrittori moderni.

Harry Potter.

Sia Lewis che Tolkien rivendicavano il significato trascendente dell’invenzione letteraria. «Noi non vogliamo semplicemente vedere la bellezza», diceva Lewis, «vogliamo qualcos’altro che a malapena può essere espresso con le parole. Essere uniti alla bellezza, entrarvi, riceverla dentro di noi, immergersi in essa e diventarne parte. Ecco perché abbiamo popolato la terra, l’aria e l’acqua di déi e dee, ninfe ed elfi…». Un sentimento che troverà compiuta espressione nella teoria tolkieniana dello scrittore come sub-creatore il quale, riflettendo un minuscolo frammento della vera luce, realizza il progetto di Dio. I due però agivano nelle loro opere con metodi diversi: Lewis utilizzava personaggi allegorici (si pensi al leone Aslan come allegoria di Cristo) mentre Tolkien creava mondi e persino cosmologie alternative. Mondi che non erano del tutto separati da quello reale ma che dovevano apparire come un “altrove possibile”.

IL LATO OSCURO DELL'EROE. Tutti e due hanno però dato un contributo essenziale alla codificazione del fantasy che non può fare a meno di certi elementi che ne contraddistinguono la trama: la centralità degli eroi, l’esistenza dei mostri, il ruolo della magia, il viaggio, la vittoria finale del bene. Ma di quale tipo di eroe parliamo? Ecco un punto poco esplorato quando si parla di successo del genere fantasy. Questi eroi sono senza macchia, non possiedono punti deboli mentre nell’antichità l’eroe poteva anche fallire. Questa almeno è l’interpretazione di Dal Lago. Un’esegesi non del tutto convincente: anche nell’eroe del fantasy contemporaneo, infatti, agisce sempre la tentazione di cedere alla rassegnazione. Dunque l’eroe è in lotta perenne con il suo “lato oscuro”.

LA CHIAMATA DEL DESTINO. Più interessante è semmai vedere in che modo questo tipo di eroi riprendono il tema di Thomas Carlyle dell’eroismo come virtù accessibile a tutti. Il romanticismo fonda dunque il modello di un “eroismo democratico” e il genere fantasy lo ingloba nelle sue narrazioni. E ciò proprio a partire da Tolkien i cui Hobbit sono esseri pacifici e tranquilli chiamati da una sfida del destino ad impugnare la spada. Questa apparente condizione di normalità è condivisa anche da Harry Potter, un ragazzo sfortunato, mite e chiuso in se stesso, persino bullizzato dal cugino, che scopre in sé straordinarie capacità (temi in realtà propri anche dei fumetti dei supereroi).

George R.R. Martin, scrittore della saga "Cronache del ghiaccio e del fuoco" da cui è tratto "Game of Thrones".

La struttura di base delle sue avventure tuttavia richiama a perfezione l’archetipo junghiano del viaggio dell’eroe: il richiamo dell’avventura, il dubbio, la presenza di un consigliere o mentore, la decisione, la partenza, il primo superamento degli ostacoli, la sconfitta temporanea, la prova suprema la rivelazione della verità o il ritrovamento del tesoro. Stessa struttura che ritroviamo nei romanzi centrati sulla Cerca del Graal e che proprio dal circolo degli Inklings furono riscoperti e valorizzati nel secolo scorso.

UN FANTASY MENO SCINTILLANTE. Tutto questo insieme di ingredienti ereditati dai fondatori del genere fantasy lo ritroviamo, abilmente mescolato con elementi nuovi, il gore e il soft porn, nel Trono di Spade. Inoltre l’autore del ciclo, George Martin, ha rivelato che ad ispirarlo non è stato il solo Tolkien ma anche l’horror di Lovecraft. In pratica il fantasy diventa più cupo e meno scintillante, i richiami medievaleggianti si fanno meno luminosi e didascalici ma a mettersi in moto è sempre l’identica macchina mitologico-morale.

RISPECCHIARE O REIVENTARE LA REALTÀ? I valori tradizionali che il fantasy esprime non piacciono, ovviamente, a tutti: sono troppo rassicuranti o stranianti o distanti dall’umanità reale. Al fondo di queste diatribe rimane, perenne, un conflitto irrisolto sulla funzione della letteratura: deve rispecchiare la realtà o deve trasformarla, sublimarla, reinventarla? Il pubblico fornisce la sua risposta orientandosi ora in un senso ora in un altro e trovando sempre il prodotto giusto per soddisfare il suo bisogno, almeno finché il fantasy funzionerà secondo certi codici, che già oggi, in virtù di una serialità eccessiva e di un’iperproduzione editoriale, appaiono assai lontani dalla potenza fantastica di cui lo scrittore-subcreatore doveva essere capace secondo il padre degli Hobbit.

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