Villaggio 2
3 Luglio Lug 2017 1058 03 luglio 2017

Villaggio e la coscienza spietata dell'Italia

Nichilismo puro. Senza redenzioni. Fantozzi ha racchiuso in sé la mediocrità di ognuno di noi, il nostro essere «coglionazzi». Facendoci ridere della nostra squallida, tenera e indomita umanità.

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Oggi muore uno che oggi non potrebbe nascere. Troppo carogna il Villaggio delle meschinità umane e civili, troppo più vero del vero nella spietatezza con cui ha sempre crocifisso i Fantozzi, i Fracchia per dire l'uomo comune, il travet senza qualità, il piccolo uomo impastato di mediocrità. Senza qualità, tranne una: quella feroce, indomabile voglia di vivere che anche dopo anni di soprusi, di umiliazioni, di vigliaccherie torna fuori come un seme dal cemento e fa sbocciare la piantina verde di una riscossa. «Questo è culo, coglionazzo!» e al 38esimo «coglionazzo» Fantozzi s'incazza e impartisce una batosta memorabile al direttore duca conte Catellani. Oppure il momento, memorabile, imperituro, della «Corazzata Potemkin cagata pazzesca» con pugno in faccia definitivo al critico sadico e torturatore.

CANTORE DELL'ALIENAZIONE INURBATA. Piantine di dignità subito estirpate, soffocate da una realtà che torna tossica e inesorabile, ma intanto ci sono e consegnano alla grandezza definitiva la maschera fantozziana, capace di abiezione ma anche di profonda tenerezza. Paolo Villaggio si portava dentro certa cattiveria ligure, feroce, caricaturale, qualunquistica di Gilberto Govi ma andava oltre, la rimestava in tempi contemporanei, industriali e dell'alienazione inurbata ha saputo cantare proprio tutto: i parcheggi allucinatori, la megaditta concentrazionaria, la sessualità impossibile con le colleghe mostriciattolo, il servilismo autoindotto degli sfruttati, la volgarità e la miseria morale dei ricchissimi più ancora degli schiavi, l'avidità dei cestini del viaggiatore pieni di polli di gomma. Ha cantato l'età in crescita del consumismo selvaggio, dell'inquinamento irresponsabile, dal suo mondo non si salvava nessuno, fosse in un bilocale, una palude vietnamita tra scapoli e ammogliati, uno yacht da superevasori e i suoi libri per questo restano magnifiche testimonianze sociologiche, che nessuno storico potrà evitare di consultare nei tempi che verranno.

Villaggio era anzitutto, prima di tutto scrittore. Scriveva in un modo unico, i suoi racconti di Fantozzi solo all'apparenza sono umoristici; bisogna davvero studiarli, semanticamente, nella pieghe della sintassi, della paratassi, se si vuole imparare l'arte della descrizione, non esclusivamente comica: uno scrivere che insegue il parlato, ma, attenzione, il parlato sgangherato, quotidiano, dei piccoli travet, delle formiche qualunque, che non sanno esprimersi, che zoppicano penosamente con un pezzo di carta in mano. E qui sta il capolavoro di Villaggio: le invenzioni surreali - «Ma cosa fa si alza?» «Credevo che volesse ballare» - le ricamava di autentiche folgorazioni lessicali, il tragico spigato siberiano, l'aggettivo «clamoroso» usato per improbabili effetti grotteschi; soprattutto l'uso della punteggiatura, talmente originale da non lasciar capire mai se fosse casuale o sapiente quel raggiungere sicuri effetti esilaranti, impensabili, imprevedibili.

LA NARRATIVA RAFFINATA DELLA MEDIOCRITÀ. La comicità, l'arte teatrale di Villaggio si manifesta in televisione e poi nel cinema, ma è anzitutto narrativa, fatta di una scrittura raffinatissima nell'inseguire la mediocrità. Non solo nel Fantozzi: è stato creativo ed estremo, nei libri, fino alla fine, ripetitivo, per forza di cose, ma sempre con punte di eccessi che oggi lui poteva permettersi solo in virtù del blasone, della carriera, ma la cui scorrettezza estrema non verrebbe mai consentita a un esordiente in questi maledetti tempi di totalitarismo politicamente corretto. Conosceva, per dire, l'uso esilarante della bestemmia, comicamente spietato perché anche quella veniva usata come specchio della cialtronaggine spicciola dell'uomo qualunque, quindi in definitiva di ciascuno. La bestemmia ecumenica come simbolo democratico di mediocrità. Non sbagliava il poeta russo Evtushenko che lo riportava a Gogol (sia pure chiamandolo, secondo l'interessato, dissacrante fino all'ultimo, «Paolo Vigliacco»).

In 84 anni Villaggio ha naturalmente trovato modo di oscillare, di straparlare, di fare e dire tutto e il contrario di tutto in politica come nell'arte. Il suo retaggio attraversava la compagnia di Mario Baistrocchi, il legame fortissimo con De André su tutti, ma anche con Gaber e la nobiltà precoce del cabaret degli Anni 60 fino a incursioni nella cultura alta, Moliére e Manzoni e Fellini, per concedersi poi ai filmetti di cassetta con Pozzetto e Montesano, come d'altra parte furono gli ultimi della interminabile saga di Fantozzi.

UN UNIVERSO DI PERSONAGGI ETERNI. Gli va comunque riconosciuto il merito di avere consegnato all'immaginario italiano comprimari come Gigi Reder nei panni di Filini, la Mazzamauro sempiterna Signorina Silvani, e tutti gli altri della megaditta e della vita “tragica” ma tutta da spendere di Fantozzi: la figlia mostruosa, la moglie Pina coi capelli color topo e l'alito di fogna. Ruolo che venne spartito da Liù Bosisio, nei primi due episodi e nel quinto, e dalla più celebre Milena Vukotic negli altri. E quando la Vukotic girava per Milano, arrivava alla Stazione centrale, la gente, i facchini, la salutavano come Signora Pina, quanto a dire la consacrazione che neppure il tempo potrà mai più negarti.

NESSUNA POSSIBILITÀ DI REDENZIONE. Una maledizione, quella di Paolo Villaggio: fin da quando Maurizio Costanzo lo scoprì, prelevandolo dal cabaret nei teatrini per lanciarlo nel monoscopio televisivo, egli si è condannato al ruolo della coscienza spietata che inchiodava ogni individuo, suddiviso per classe sociale, alla viltà di esistenze senza eroismo, anche se mai abbattute. Un mondo, il suo, dove nessuno si è mai salvato, dove perfino il paradiso del Padreterno che giudica e manda era riprodotto esattamente nella scala terrestre di una megaditta, con le raccomandazioni, i privilegi, le ingiustizie, le corruzioni. Un nichilismo assoluto, la disperazione totale, estrema del grande inquisitore. Eppure lo rimpiangeremo in eterno, perché, per quanto amaro, ci ha fatto ridere, ridere di noi stessi, delle «merdacce» che siamo, dei nostri miserabili difetti, della nostra lugubre, squallida, tenera, indomita umanità.

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