STREGA
7 Luglio Lug 2017 1201 07 luglio 2017

Perché lo Strega è lo Strega

Il premio letterario vinto da Cognetti è un festival di Sanremo di nicchia. Alla fine è la competizione che eccita. Anche se non si leggono libri e non se ne comprano. 

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Guardare lo Strega è un po' come guardare Sanremo. Siano in gara canzonette o libri, la competizione eccita. Alla fine dai divani di casa non importa poi quanto si capisca di musica o letteratura, quanti dischi o libri si comprino all'anno, quanto si conoscano interpreti o scrittori: ognuno si sente legittimato a dire la sua. E se non sui concorrenti, almeno sul loro look, proprio come davanti al Festival della Canzone. Per esempio il vincitore Paolo Cognetti, «montanaro» con barba e capelli rossicci e l'orecchino, con quel nastro funereo sciolto al posto del cravattino, il rametto di abete nel taschino e la cintura da buttero faceva - va detto - un po' Bilbo Baggins. Invece la conduttrice Eva Giovannini stava d'incanto nel completo nero, un po' troppo castigato. Forse. Ma il rossetto rosso sbavato di Teresa Ciabatti proprio non si poteva vedere.

NON È UN PAESE PER LIBRI. Oltre alle mise, un altro commentario sempreverde riguarda le magagne e i calcoli dietro il vincitore. Che se vince non è mica perché se lo merita, ma perché le case editrici - o discografiche, non fa differenza - hanno deciso così. Hanno "comprato" i giudici, spartendosi il mercato. E va bene pure questo. Tre quarti di indignazione e un quarto di schifo sono le parti perfette per un cocktail rinfrescante, soprattutto in una calda estate di luglio. Va detto però che il vincitore dell'ambito premio letterario solitamente vede quintuplicare le copie vendute. Almeno questo dice una ricerca basata sulle classifiche dei libri più venduti dal 1975 al 2005 e sull'impact factor dello Strega. Non un dettaglio in un Paese in cui - e questo lo dice l'Istat - solo il 40,5% di cittadini con più di sei anni acquista almeno un libro nell'arco di 12 mesi. Gli italiani ormai si astengono, dalla lettura come dalle urne: dal 2010 a oggi si sono perduti per strada 3 milioni e 300 mila lettori. E la moltiplicazione di premi letterari e delle Fiere e Saloni del libro - a Torino si è aggiunta senza glorie Milano - non sembra invertire la tendenza.

DAVERIO, SOMMELIER LETTERARIO. Stupisce? Non troppo, se in fondo lo stesso Philippe Daverio, co-conduttore della serata su RaiTre e un Amico della Domenica (cioè in giuria) da una quindicina d'anni, ha ammesso che i libri per lavoro lui li «annusa», ne legge l'inizio e la fine, aprendo una pagina a casaccio perché «si capisce subito» se un'opera funziona o meno. Un po' come andare al ristorante, ha aggiunto, mica assaggi tutti i piatti. Però il critico d'arte coglie perfettamente il senso dell'immortalità (facciamoci pure gli scongiuri) dello Strega: la mondanità. Quella di cui l'Italia avrebbe tanto bisogno, perché «fa benissimo alla salute», «attenua le ansie».

E infatti guardarli lì i giurati, gli editori, gli ospiti che dovrebbero rappresentare l'intellighenzia un po' radical chic e un po' potentona, rilassa davvero. Con i loro abiti eleganti, i sorrisi, le bocche piene come i bicchieri. Pare un acquario il ninfeo di Villa Giulia, un pezzetto di Grande Bellezza: la storica lavagna, le cifre scritte col gessetto di votazione in votazione, la valletta in nero, la suspense (autentica o di finzione che sia) regalano il piacere della nostalgia, quando lo Strega esisteva anche senza televisione e quando a vincerlo erano Flaiano, Pavese, Moravia, Morante, Buzzati e così via. Qui non si può dar torto a Cognetti che, brandendo la bottiglia di liquore, ha sussurrato: «Mi sento piccolo piccolo».

SIMPATIA CANAGLIA. È un mondo giallo paglierino col quale però non è automatico entrare in empatia: tutta quella cultura disinvolta attrae e repelle allo stesso tempo. Meno faticoso - e forse frustrante - accomodarsi virtualmente nella platea nazionalpopolare di Sanremo dove brillano starlette e starletti della tivù quotidiana. Mica come Teresa Ciabatti, seconda classificata, alla quale Eva Giovannini dopo il clippino d'ordinanza dedicato a ogni finalista (un po' come la presentazione dei concorrenti nei talent) chiede perché «su Twitter» si definisca una «cattiva persona». Già, su Twitter. E lei che, sempre col rossetto sbavato e l'aria un po' trasognata-snob, ammette parlando del libro quasi-autobiografico che «la ricchezza è una meta da desiderare» e che «essere ricchi è noioso». Certo, come no, auguri. Vallo tu a spiegare agli spettatori che la simpatia non sarebbe una qualità richiesta per la buona scrittura.

STREGATI DALLA GARA. Ma alla fine si sta lì svegli, fino alla proclamazione del vincitore annunciato. «Ve lo avevo detto, anche se non ho letto il romanzo il microcosmo di Cognetti mi affascina», commenta sui social una giovane aspirante scrittrice iscritta a una di quelle scuole che vendono cara la promessa di successo. E si bevono i 75 minuti di «gara spietata dove si vince o si perde», aveva annunciato Eva Giovannini. Fatta di «veleni e liquori». Del resto è luglio, seconda serata. Non sarà Sanremo, ma alla fine pure lo Strega è sempre lo Strega.

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