Scotty Welbourne And Ida Lupino, 1940.
15 Luglio Lug 2017 1500 15 luglio 2017

I fotografi che crearono il mito di Hollywood

Al Palazzo delle Esposizioni di Roma la collezione di John Kobal: 161 ritratti dei divi dagli Anni 20 ai 60. Garbo, Gable, Hayworth, Brando. Stelle diventate immortali, anche grazie a questi scatti. L'articolo di Pagina99.

  • Eleonora Attolico
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I fotografi degli Studios di Hollywood dagli Anni 20 ai 60 costruirono il mito di Marlene Dietrich, Joan Crawford, Cary Grant, Audrey Hepburn, Humphrey Bogart e tanti altri. È questo il modo giusto per apprezzare la mostra Hollywood Icons al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Chi d’estate ama recarsi al museo potrà visitarla fino al 17 settembre e non sarà una perdita di tempo. I ritrattisti erano molto più importanti di oggi. Dovevano produrre un flusso continuo di immagini fresche, alimentare la voglia di conoscere un attore. Il cinema era il momento di svago per milioni di persone e gli spettatori erano avidi di notizie, gossip, curiosità, soprattutto negli Anni 30 e 40. Non esistevano tivù, vhs, dvd e film on demand, quindi la gente vedeva la pellicola una volta sola il giorno in cui si recava in sala. Gli scatti sul set e le interviste, come succede ancora oggi, uscivano in contemporanea su riviste come Life, Vogue, Harper’s Bazaar e avevano lo scopo di rinforzare e approfondire il legame di affetto con le star.

Scotty Welbourne And Ida Lupino, 1940.

In mostra 161 fotografie provenienti dalla collezione di John Kobal (1940-1991), giornalista con il pallino del collezionismo cinematografico. Scrisse diversi libri: uno di questi, The Art of the Great Hollywood Portrait Photographers, è ancora oggi un punto di riferimento per chi ama il cinema americano. Quasi tutte le foto esposte sono in bianco e nero, tra quelle a colori si nota Judy Garland ne Il mago di Oz. La mostra è organizzata cronologicamente: dalle leggende del muto come Charlie Chaplin e Mary Pickford si passa a Ida Lupino e Fred Astaire, per finire con Marcello Mastroianni sul set di(tra le pochissime foto non attinenti a Hollywood). È divertente immaginare gli attori mentre si riposano tra una scena e l’altra o provano la parte.

Gary Cooper, 1936.

Un altro gioco da fare, durante la visita, è giudicare quali stili sono anacronistici. Non sarà mai antica Rita Hayworth in Gilda, avvolta in un vestito da sera con il corpetto a bustier e i capelli sciolti sulle spalle; il costumista si chiamava Jean Louis. Non è vecchio nemmeno Steve McQueen sul set di Bullitt, poliziesco del 1968. Marlon Brando, per parte sua, è molto più moderno in t-shirt e scarpe da ginnastica in Un tram che si chiama Desiderio piuttosto che ne Il selvaggio: non tanto per il giubbotto di pelle nera a chiodo quanto per la casquette decisamente out. Non ha preso un giorno, invece, Paul Newman in uno scatto del 1954, con addosso una felpa sotto la statua di un cavallo. Potrebbe essere stata fatta ieri anche la foto di Burt Lancaster e Ava Gardner per I gangsters (1946). Stufa un po’ la solita Grace Kelly con la gonna a ruota (anche se la recente sfilata di alta moda di Christian Dior era piena di sottane a corolla). Antiquato appare anche il ritratto di Lana Turner. Convince invece Hedy Lamarr fotografata da un altro grande di Hollywood, Robert Coburn, un pilastro della Columbia Pictures: le conosceva tutte, da Rita Hayworth a Kim Novak, ma lascerà il segno per il servizio sul King Kong del 1933 realizzato ricostruendo i set in miniatura.

Stropicciato Gary Cooper nella pellicola di Frank Capra È arrivata la felicità (1936), storia di un provinciale che eredita 20 milioni di dollari da uno zio, si trasferisce a New York e decide di distribuirli ai poveri; i parenti, quindi, cercano di farlo passare per matto in tribunale. Per questo film Capra vinse il secondo Oscar e, guardando la foto di Cooper, viene voglia di rivederlo. Altro film da riscoprire, sempre con Gary Cooper, è Marocco: qui la protagonista è Marlene Dietrich nei panni di una cantante di cabaret innamorata di un soldato legionario. Lo scatto risale al 1930 ed è di Eugene Robert Richee, a capo del reparto fotografico della Paramount. Per la verità Marlene fu aiutata all’inizio della carriera soprattutto da Josef von Sternberg, regista de L’angelo azzurro e Marocco, che ebbe l’intuizione, poi seguita da Richee, di illuminare il volto dell’attrice dall’alto dando ai suoi lineamenti non del tutto perfetti un effetto particolare.

Hedy Lamarr, 1938.

Datato, ma di grande fascino, il ritratto del 1931 dell’attrice di origini messicane Lupe Vélez. Per cinque anni fu sposata con Tarzan alias Johnny Weissmuller, il bellone dell’epoca. Nella foto è immersa in una nuvola di pelliccia bianca ed è anche la copertina del catalogo Skira. L’autore, George Hurrell, è stato forse il più famoso mago dell’obbiettivo di Hollywood, apprezzato per la messa a fuoco precisa e i contorni nitidi: mandò in soffitta le dolci sfumature tipiche degli Anni 20. La collaborazione più nota fu quella con Joan Crawford, che trasformò (oggi si direbbe che fu «rilookata»): all’inizio della carriera appariva come una fanciulla ingenua e dolce, con Hurrell divenne una donna del mistero. John Kobal ne aveva un rispetto immenso al punto da non lasciare le cose come stavano. E così, nel 1969, dopo aver racimolato la sua collezione di ritratti originali d’epoca acquistati negli Studios (ma anche nei mercatini, dagli antiquari, sulle bancarelle), andò a trovare molti fotografi di scena dell’epoca d’oro. George Hurrell era tra i pochi ad aver continuato a scattare. Gli altri si chiamavano Ted Allan, Laszlo Willinger, Clarence Sinclair Bull. Quest’ultimo ritrasse Greta Garbo in esclusiva dal 1929 perché la Divina non permetteva a nessun altro di avvicinarla. Molti accettarono di stampare le immagini dei negativi originali 8 X 10 pollici. Vennero fuori scintillanti e moderne stampe all’argento.

Marlene Dietrich, 1930.

Visitando la mostra si scoprono mille aneddoti. Ad esempio, Clark Gable, all’inizio della carriera, era considerato un ragazzo attraente ma grezzo. Nelle prime foto è senza baffi, ma alcuni produttori trovavano che avesse le orecchie troppo grandi. Odiava il ritratto in studio, come molti altri attori uomini, ma imparò a sfruttare l’obbiettivo fino a diventare una star. Il risultato fu che le sue foto, negli Anni 30, erano diffuse quanto quelle delle attrici. Il problema del restyling non si pose con Cary Grant che, venuto dall’Inghilterra, ebbe un immediato successo senza bisogno di essere sistemato. Aveva una classe naturale che ancora oggi si nota in qualsiasi film capiti di guardare. Già nel 1932, nella Venere bionda, il suo nome appariva nei titoli di testa insieme a quello di Marlene Dietrich. Durante i cinque anni alla Paramount era sempre ritratto in smoking. Intense anche le immagini con Ingrid Bergman in Notorious firmate da Ernest Bachrach, il fotografo preferito da Alfred Hichcock.

LE DIVINE E I MEDIA. Infine, non lasciate la mostra senza aver visionato il documentario che John Kobal realizzò su Greta Garbo. Viene fuori tutta la diffidenza che l’attrice svedese aveva per i media e lo star system. Un problema che non ha mai avuto Sophia Loren: in mostra uno scatto di Leo Massa sul set di C’era una volta, favola napoletana di Francesco Rosi con Omar Sharif. Anche questo da rivedere. On demand, visto che ci siamo.

Questo articolo è tratto dal nuovo numero di pagina99, "genitori che odiano lo Stato", in edicola, digitale e abbonamento dal 14 al 21 luglio 2017.

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Geplaatst door Pagina99 op donderdag 13 juli 2017
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