CHESTER
21 Luglio Lug 2017 1101 21 luglio 2017

Chester Bennington e il buio della ribalta

La voce dei Linkin Park come Cornell e molte altre stelle. Domatori di folle che però non riescono a fare i conti con se stessi. Afflitti da un'oscurità che né il successo né la famiglia sono in grado di diradare.

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Forse c'è una voce, là in fondo. Una voce che non smette mai di chiamare. Che si accende un giorno, perché ti mettono le mani addosso, perché vedi qualcosa che non puoi dimenticare, o forse nasce con te e tutto quello che puoi fare è ignorarla, metterla a tacere fin che ti riesce. Ma la voce chiama. Tu puoi diventare famoso, uno al quale aprono le porte delle macchine, dei ristoranti, delle isole tropicali, dei superattici, puoi avere quello che un essere umano neppure osa immaginare, puoi scendere e salire dai tuoi abissi ma la voce è lì e non si stanca.

LA SCOMPARSA DELL'AMICO CHRIS. E, un giorno, decidi di darle retta per l'ultimo volo giù in fondo. Decidi di raggiungerla. Chester Bennington, del gruppo pop-metal Linkin Park, era uno di questi privilegiati, baciati dalla medusa del successo, ma non gli è servito a niente. Si è impiccato a casa sua. Come un commesso viaggiatore. Come un perdente di Simenon. Come una rockstar. Come il suo amico Chris Cornell, e forse è proprio la scomparsa del leader dei Soundgarden ad avere reso insopportabile la voce che, dentro Bennington, s'era messa a urlare come mai prima.

QUEL MALE CONTAGIOSO. Perché il suicidio è contagioso. Perché la depressione è contagiosa. Per qualche misterioso motivo, lo è di più nelle vite di chi ce l'ha fatta, ha raggiunto tutto eppure non ce la fa: tutto per niente, tutta quella fatica per lasciarsi alle spalle qualcosa che sta dentro, stritola come una camicia di forza dell'anima, e alla fine capisci che non puoi ucciderlo, non puoi conviverci, e l'unica cosa che ti rimane è...

La volontà di vivere sta più nell'errante, nel barbone che si aggira tra i rifiuti, si lascia morire lentamente ma non si ammazza, non vuole lasciare quello straccio di vita che gli rimane; è più debole in chi si lascia alle spalle i concerti, i trionfi, le messe di pubblico adorante, le feste continue, la vita stessa come un party perenne, nella sospensione degli obblighi comuni, dello squallore dei comuni mortali, e intanto diventa patriarca di famiglie grandi come tribù. Bennington a 41 anni aveva già sei figli, avuti da due mogli, e neppure loro però hanno potuto ancorarlo a un'esistenza che, dopo la scomparsa del più grande amico Chris, forse qualcosa più di un amico, un padre che non giudica, non opprime, che sorregge, si era definitivamente svuotata.

DA IAN CURTIS A KURT COBAIN. E allora soccorre un cappio, nella scena più patetica che la realtà possa raccontare. Un cappio fatto con qualsiasi cosa, nella stanza di una magione faraonica che diventa un loculo, e poi diventerà santuario per i fans. E la lista s'allunga. Nick Drake (che pure una star non era), Ian Curtis, Sid Vicious, Kurt Cobain, e poi Luigi Tenco, e Mia Martini, forse Gabriella Ferri... Forse, perché ci sono anche i suicidi ambigui, che sembrano altro, e ci sono gli autoannientamenti lenti, a lenta gestazione, come quelli di Jim Morrison, di Brian Jones, morti accidentali lungamente preparate, disgrazie delle quali nessuno si stupiva, inevitabili, fatali, che quando arrivano generano un atroce sollievo generale perché, almeno, è finito quel tormento. Marilyn Monroe.

IL RICHIAMO A CUI NON SI RESISTE. Chet Baker, che passò il vizio dell'eroina al suo giovane pianista, che ne morì e da quel giorno non gli importò più di vivere e morire, che si era fatto 30 mila overdose e quando tutti lo davano per spacciato risorgeva, che aveva solo la sua tromba a salvarlo ma poi si vendeva pure quella, che non aveva più neppure i denti e bestemmiava se gli si spostava la dentiera.Baker che spendeva più di quel che guadagnava, e in certi anni era tantissimo, che era stato due volte miglior trombettista del mondo ma doveva farsi prestare un rottame per suonare in una bettola di quarta categoria, che alla moglie diceva indifferente: «Probabilmente ti sarai presa quella roba che uccide la gente, come si chiama?, l'Aids, me la passerai e moriremo insieme». Che pareva indistruttibile ed è volato da una stanza d'albergo, ad Amsterdam, e forse non fu suicidio ma definitivamente lo fu. Chi lo sa. Il misterioso richiamo che spinge le rondini a migrare, le anguille a far l'amore nel Mar dei Sargassi, i salmoni a spaccarsi il cuore per risalire le rapide, e che, un brutto momento, ti dice: basta, è finita, è l'ora. Chi lo sa, che è.

C'è qualcosa in questo mondo di stelle nere, un groviglio dove traumi antichi si miscelano a sostanze di sempre, a sensi di colpa, forse per avercela fatta, forse per il troppo vissuto, la nostalgia di qualcosa che non c'era mai, la nausea di se stessi, di ciò che davvero si è a confronto di come ti immagina il mondo, quel desiderio di spiegarsi, sapendo che è impossibile. C'è una voce che è fatta di alienazione, dolore sepolto, chi lo sa. Forse noi diamo la colpa alle droghe che rendono pazzi e invece anche quelle sono un portato, l'effetto di una voce che nasce con te, e il suo primo strillo lo scambiano per l'annuncio del neonato alla vita. E invece è un'avvisaglia di qualcosa che succederà, presto, tardi, ma arriverà.

I SOPRAVVISSUTI (A SE STESSI). Altri sopravvivono a se stessi, provano a farsi fuori in mille modi ma la fibra è più forte, la volontà di esistere è più forte, come la natura che seppellisce gli uomini e dura, che getta un seme in una fessura e nascono radici che spaccano l'asfalto, nasce la piantina dal deserto di cemento. Ma anche chi non ce l'ha fatta, anche chi rimane, ha negli occhi invecchiati lo sguardo di un animale ferito. Iggy Pop è un burattino scarnificato che ancora si agita su un palco a torso nudo, il corpo cadente e straziato suggerisce una maledizione, ballare ancora dopo morto, annuncia sempre il ritiro ma poi trova altre quattro tavole in croce dove salire, perché almeno, lì sopra, i fantasmi se ne stanno buoni. E guarda la sua senectudine col terrore di finire in un ospizio, povero e dimenticato, proprio lui.

LA PAURA DI ESSERE IL PROSSIMO. Forse questa è gente che non sa più lottare, dopo aver lottato troppo con se stessa. Capaci di domare le folle, non di pagare una bolletta. Bravi a rendere felici milioni, mentre loro dentro marciscono. Ottimi nel raggiungere gli altri, mentre inseguono una solitudine che non li lascia mai. Uno che non ha capito niente, o forse ha capito troppo, il chitarrista dei Korn, Brian “Head” Welch, ha appena dato del codardo al suicida Bennington: «Eri mio amico ma non ti rispetto più». Poi vai a vedere meglio, e scopri che anche questo combatte la sua battaglia eterna contro la voce, che, là in fondo, non dà pace. È solo scioccato, Welch. Ha una paura atroce, altro che rispetto. Sta urlando che non vuole essere il prossimo. Che ha orrore del contagio, da Chris a Chester a lui stesso. Glielo leggi negli occhi.

Honestly, Chester's an old friend who we've hung with many times, and I have friends who are extremely close to him, but...

Geplaatst door Brian Head Welch op donderdag 20 juli 2017
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