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29 Luglio Lug 2017 1400 29 luglio 2017

Ridateci i vecchi concerti, liturgie empie da ricordare

Chiacchiericcio, «avambracci vittimisti», look omologato, urletti e selfie. Nonostante gli artisti ce la mettano tutta ormai la musica non importa più. Colpa di un pubblico ormai ridotto a mollusco da sottopalco.

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I più sublimi misfatti si sono consumati ai concerti rock, dall'isteria della British Invasion nei primi 60 via via fino ai megaraduni dove poteva capitare di tutto: pace, amore, fango, morti ammazzati come ad Altamont, furia inscatolata come al Cbgb degli imberbi Ramones. Gente assurda, stravolta, strafatta, pericolosa a ogni latitudine. L'Italia era temuta come la peste nera dagli artisti per i fumi della contestazione, del terrorismo, e poi le ombre di mafia e una nomea di posto rischioso, di organizzatori non di rado magliari, di posti assurdi come ben ricordava Frank Zappa: «E questo acquitrino chiamato Redecesio in Italia pare lo considerino un parco». Botti, bombe, siringhe tirate sul palco, nugoli di zanzare, infiniti casini a Redecesio come a Palermo, roba poi immortalata in vari dischi tra i quali The Man From Utopia, con la copertina di Tanino Liberatore. Per dire che sì, i concerti erano esperienze anche malfamate ma vivaddio liberatorie, liturgie empie, momenti da ricordare, «Tu c'eri? Io c'ero». Si conservava il biglietto, e se ci scappava una foto, la si metteva in cornice come una farfalla: la farfalla inchiodata di una gioventù volata via.

IL SOTTOPLACO SOPORIFERO. Oggi un concerto standard - non diciamo le mandrie umane degli U2 o di Vasco Rossi ma dell'appuntamento classico, col pubblico di nicchia, affezionato, contenuto - è diventato qualcosa di soporifero. Quasi mai per colpa dell'artista. È proprio la fauna sottopalco a essere cambiata. Complici le nuove emergenze legate al terrorismo globale, le misure di sicurezza si sono fatte sempre più stringenti fino a diventare asfissianti: niente alcolici al chioschetto, al massimo birrettine annacquate, bottigliette di plastica, percorsi di fuga, metal detector, tornelli, protezione civile e pompieri, distanze, duemila comunicazioni, duecentomila adempimenti, se il palco sgarra di dieci centimetri capace che si blocca tutto, una roba di per sé alienante.

Dove non arriva la burocrazia della sicurezza, arriva un pubblico di molluschi. Celenterati che non partecipano, che dopo ogni canzone si limitano a quegli strilletti gender, «uuuh uuuh!» che possono arriva da n'omo, 'na donna, un lupo, una civetta e subito si spengono in una platea che se la tira: tutti uguali, le femmine anche belle, sexy, ma anodine. I maschi con le loro barbette, le magliettine qualunque da cui spuntano, come direbbe Nanni Moretti, «quegli avambracci vittimisti», i sandali, le braghe al ginocchio. Un anonimato da far spavento. Spalmato, monocorde, spietato. Applaudono rigidi, impettiti come vecchie signore. Ascoltano senza fare una piega. Perlopiù solfeggiano sui telefonini. Nei casi più entusiatici, filmano, selfano. Non guardano, non ascoltano. Qualcuno ostentatamente amoreggia, anche in misura hard, però in mezzo a tutti e possibilmente davanti al tuo posto, se no non c'è gusto. E poi il cicaleccio.

LA SOCIOLOGIA MUSICALE DA RINGHIERA. Il maledetto, stupido, patetico, assurdo ciacolare di quelli, cioè quasi tutti, che non vanno a un concerto per sentire della musica ma per parlarci sopra, sparpagliati. Il bicchiere di plastica in mano, l'aria vagamente supponente o assente, parlano di tutt'altro: vaccini, politica, valori, l'ultimo film visto (ciacolandoci sopra), il trasferimento di Bonucci. L'artista finisce un brano e loro, senza smettere i loro pettegolezzi da ringhiera, si precano in un breve applauso da stoccafissi coi braccini vittimisti, «Uuuh! Uuuh!» e poi riprendono col salotto. Si guardano intorno, dicono: «Bè, però, insomma, mi aspettavo più gente, eh non è più come qualche anno fa», e giù con la sociologia musicale da ringhiera. Sul palco i musicisti danno l'anima ma lo scelto pubblico ha altro da fare, ha da proporsi non più come testimone più o meno rispettoso, comunque partecipe, ma come protagonista alternativo, consapevole, con quello scetticismo da intellettuali della Magna Grecia, quel languore da catatonici. Poi il concerto finisce, buonanotte ai suonatori ma il cicaleccio-ringhiera continua, si trascina fino a che arriva qualcuno stravolto: «Ragazzi noi qui si chiude, ci dispiace». E allora le lumache umane si trascinano lentissimamente, mollissimamente fin sulla soglia dove allungano ancora un po' la loro bava di parole.

RIDATECI QUALCOSA DA RICORDARE. Si può ancora parlare di concerti? No, sono messe cantate, dove i fedeli si fanno gli affari propri. Dove tutto comincia e finisce nella massima sicurezza. Anzi se c'è un posto, almeno in Italia, dove non si corrono rischi, se non quello della narcosi, è ai concerti standard, però che noia che barba che noia. Che due palle. Che controsenso, andare a un concerto per estraniarsi, per non viverlo, per spegnere ogni magia. Nomi importanti, location di rilievo, service di tutto rispetto, palchi all'altezza, tutto per una audience di addormentati. Ridateci le cantine, le lattine che volano, i postacci pieni di fumo e di puzza, ma almeno vivi, perdio. Ridateci il senso del pericoloso, il baccanale, la follia. Ridateci l'emozione di non avere più spalle coperte, di partecipare a qualcosa che varrà la pena ricordare. Non a una liturgia frigida, dove si va per vedere chi c'è, fare un monte di chiacchiere inutili e il giorno dopo postare sui social commenti da invertebrati, gli stessi che per tutta la sera avevano svuotato di senso un momento irripetibile come un concerto.

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