Zingaretti, addio al 'dottor Pasquano'
31 Luglio Lug 2017 1141 31 luglio 2017

Montalbano, il dottor Pasquano e l'essenza della sicilitudine

Superstizioso, pigro, goloso, greve. Ma di un'umanità feroce. Il suo personaggio incarnava l'anima dell'Isola, tra fatalismo e surrealismo. E senza i suoi improperi benevoli anche il commissario muore un po'.

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È morto il dottor Pasquano e Montalbano è morto un po' anche lui, perché non ha più nessuno che lo mandi a «scassare i cabbasisi» da un'altra parte. È morto il dottore largo e tozzo come un bulldog, ringhioso e goloso, che te lo compravi con un vassoio di cannoli, capace di perfida meschinità, superstizioso, pigro, ma dall'umanità feroce: «In tanti anni di travagghio non ho mai visto uno scempio simile: lo pigli, Montalbano. Lo pigli!» e gli scendevano le lacrime e parevano lacrime vere e magari lo erano perché Marcello Perracchio era più di un comprimario, un caratterista, una spalla.

UN PERSONAGGIO INSOSTITUIBILE. Da coprotagonista diventava, era Pasquano, nella vita parlava uguale, si muoveva uguale, lui ha preso di peso il personaggio e se l'è mangiato come un cannolo. Unico, insostituibile e davvero speriamo che al regista Sironi, a tutti gli altri non venga in mente di rimpiazzarlo perché il dottor Pasquano poteva avere solo quel fisico lì, quella maschera-volto lì, quella calata strascinata, affettata, che preparava la carogneria.

«Buongiorno dottore, che mi dice?». «E che le dico? Che è una bella ggiornata!» e sotto le mani ha un catafero stecchito. Una parte non secondaria dell'enorme successo di Montalbano si deve proprio a questi dialoghi di sicilitudine, di macabro surrealismo, come un Dalì precipitato a Vigàta e quegli scambi sul filo di un affetto mai ammesso, mai rinnegato, restano impagabili: questione di cellule, di mimiche, di pause, di maschere. Erano un frammento di remota eternità teatrale nel modernismo televisivo.

UNA UMANITÀ GREVE. «No, no: la prossima volta, Montalbano, mi mandi una sua foto formato cartolina. Con gli attributi virili di fuori, mi raccomando!». C'è quell'umanità canzonatoria, anche greve, anche ansimante, che solo tra uomini stanchi, gente che ha capito che la vita è tutta 'na farfantaria e non vale la pena pigliarla sul serio, può funzionare. Di Marcello Perracchio si può dire la carriera, dal dilettantismo regionale allo Stabile di Catania fino al cinema e alla televisione, alla Piovra. Ma alla fine quello che importa, quello che resta sono i cabbasisi, frantumati, triturati, scassati dall'implacabile Montalbano. È l'indolenza snob al tavolo di bridge, la voracità dolciaria (anche nella vita) che forse lo ha condannato prematuramente: 79 anni, neanche 80, è un'età troppo verde per andarsene quando la interpreta un attore, e adesso che Pasquano è morto anche Salvo si sente un po' meno vivo, perché per pigliarsi per i fondelli non gli è rimasto più nessuno: Mimì Augello è troppo in soggezione, Fazio troppo corretto, Catarella troppo nel suo pianeta fatto di adorazione e porte sbattute, «scusasse dottori, mi scappò».

Adesso i social scoppiano di saluti e commozione, in tanti lo mandano a spiegare agli angeli come si sbafano i cannoli, si scassano i cabbasisi o si manda qualcuno a fracassare la minchia altrove: e vedeste Youtube, quanti omaggi, quante clip in memoria. Coi semplici caratteristi non succede. E va bene che lui, il dottor Pasquano col camicione verde, se ne sarebbe strasbattuto i cabbasisi suddetti, magari con un ghigno impareggiabile: ma noi no. Noi, quando compariva lui, facevamo silenzio e alzavamo il volume, perché garantito che qualcosa di esilarante veniva fuori. O di straziante.

IL FATALISMO E LA SICILITUDINE. Pasquano aveva addosso la faccia tragica e fatale e fatalista della sicilitudine. Era un cannolo, un fico d'india, la rassegnazione e l'epicureismo, il cinismo di chi squarta un cristiano e ascolta la lirica (idea che era già dei patologi di Maigret). La carne è solo materia, come succede spesso in Sicilia, luogo dei sensi, carnale, carne che mangi carne che strazia carne, gli animali macellati alla Vucciria o al Ballarò, il carnazziere con la frusta di carta per cacciare le mosche. E dal pullman che arranca nel traffico, male supremo di ogni città siciliana, affiora la bancarella di un vecchio, consunto e rugoso e secco come un olivo, la cuffietta in testa: sorveglia una paccottiglia straziante di barattoli di semi, olive, acciughe, il mangiare povero che nessuno vuole più, una lampadina a difenderle dal nero della notte, il vecchio che guarda lontano, forse alla sua gioventù di pescatore come nei Malavoglia, forse al suo passato, uno sguardo di melanconia infinita che non chiede consolazione, uno sguardo siciliano. «Dio che pena», dicevano due turiste, «chi mai ci andrà a comprare quei vasetti?». Ma il vecchio non è lì per quello, lui è la Sicilia che non muore e che non vive, non spera, non chiede. Si lascia cadere addosso il cielo omerico, il mare immenso, la mafia, il giorno e la notte e un altro giorno, un altro sole atroce, un’altra benedizione da scontare.

L'AUTOPPISIA DELLA VITA. Pasquano era la parte più vera, più profonda di Montalbano. La più siciliana, la più matura. Io posso volerti bene solo così, nel mio modo ruvido, ma te ne voglio, e non ti lascio solo: quando non sai dove andare, tu sai che puoi sempre venire qui a fare provvista di anatemi, di sarcasmi, di autoppisia della vita. Perché è quella che ti manca, che ti serve. E quindi d'affetto, perché tu, Montalbano, sei un omo solo, e io quella solitudine la conosco ed è inutile che t'indoro la pillola, non è cosa, tu sei uno scassatore di cabbasisi più camurrioso dei morti e io ti voglio bene così. «La vita nonostante tutto è bella, e io che ne ho attraversate tutte le rughe, però dico che alla fine vince la gioia». Ecco l'autoppisia. Ecco il ricordo che Pasquano, il medico legale che squarta i morti e pensa ai cannoli, ci lascia. Un ricordo imbevuto nel sole e nelle spine della sicilitudine.

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