Craxi
12 Agosto Ago 2017 0900 12 agosto 2017

Craxi e l'amore per l'arte nella Milano degli Anni 80

Euforia, voglia di spendere e di divertirsi. Il periodo d'oro della città e la passione del leader Psi raccontati dalla figlia Stefania e dal pittore di strada Martino Delego, «vittima collaterale di Mani Pulite».

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Ogni giorno porta in giro i suoi disegni in acrilico per Brera. Dalle 3 del pomeriggio alle 7 circa. Parcheggia la bici, passeggia con le cartelline in plastica dagli angoli mangiucchiati, scambia due battute coi camerieri in camicia bianca e pantaloni neri che si litigano i passanti a suon di «prego, vuol favorire, un aperitivo?», e quando annusa la possibilità di vendere qualche opera si siede ai tavolini dei consumatori di spritz. Ma solo se ben disposti, perché incuriositi, in vacanza o solo perché al secondo giro. A quel punto Martino Delego estrae i suoi lavori, scegliendoli accuratamente in base al potenziale acquirente. «Tu, tu sei una donna che non ha fiducia in sé, con tanti sogni per la testa...», spiega mostrando un ritratto surrealista, gonfio di blu. «E invece tu sei un mangione...questo sembra fatto apposta per te...», dice al marito della donna divertito. E mentre la coppia si guarda stupita da quell'arte che si è fatta divinatoria, l'artista concede uno sconto: «Se li prendete tutti e due sono 25 euro invece di 30. Fammi un po' vedere la mano...la so leggere sai, ma gratis». È fatta: i due disegni hanno trovato una casa.

QUANDO ESISTEVANO I MAGNATI. Adesso vendere è sempre più difficile. Le persone stanno attente a spendere, anche se si tratta di cifre minime. «I migliori sono i romani, son giocherelloni», racconta il pittore. «O le famiglie con bambini che si incantano davanti ai quadri e pretendono che i genitori li comprino». Ma non è sempre stato così. Negli Anni 80 le cose giravano, come si dice, diversamente. C'era fermento, c'erano soldi. O almeno l'impressione che ce ne fossero. Poteva capitare di incontrare seduto al bar qualche «magnate» disposto a spendere: imprenditori, architetti. «Alcuni erano veri e propri collezionisti: uno era diventato il mio bancomat», ricorda Delego. «Aveva soldi da spendere e comprava quadri come se fossero fiammiferi... per lui con i soldi che aveva non c'era differenza, per me invece sì eccome. Era una libidine».

«IO, VITTIMA COLLATERALE DI MANI PULITE». E poi c'erano i politici. «Uno di loro, importante, mi comprò un sacco di lavori. Avrei anche dovuto esporre a New York, era la mia occasione», sorride amaro Delego. E poi? «Poi se n'è andato a Hammamet...», ammicca senza sarcasmo. Insomma, sentenzia, «posso considerarmi una vittima collaterale di Mani Pulite».

Alcune opere nello studio di viale Sarca.

manuel carli

Martino ha 61 anni e si è trasferito da Genova a Milano quando ne aveva 17. «Ma non volevo fare il pittore», pare mettere le mani avanti. «Io veramente nasco calciatore, ho giocato per un po' anche in serie D, quando esisteva». A sentire lui era anche promettente, ma la disciplina sportiva non era esattamente nelle sue corde. «Alcol, sigarette...», sorride accendendosene una davanti a una bottiglia di prosecco anonimo. E non sono nemmeno le 11 del mattino. Poi, per ammortizzare l'acido, apre un sacchetto di Fonzies.

ISPIRATO DALLA STRADA. Archiviato il calcio, ha cominciato a dipingere. Senza una scuola. «L'Accademia? Ma siamo pazzi? Certo che no», allarga le braccia ridendo. Martino ha imparato a dipingere da solo. Osservando, ascoltando. Passando ore nel suo studio ricavato in un box in viale Sarca, davanti al suo appartamentino a piano terra. «Mi alzo all'alba altrimenti qui diventa un forno», dice spostando quadri e tele di grandi dimensioni. «In giro posso portare solo i disegni, qui ho i lavori più importanti». Sempre colore, pennellate materiche, forme di altri mondi. «Mi ispira ciò che vedo in giro», continua sfogliando i quadri: appena ne appoggia uno a terra, ne esce un altro e un altro ancora. «Per esempio questo l'ho fatto dopo aver visto una ragazza bellissima in Brera, forse era una modella. All'improvviso si infilò un dito nel naso sovrappensiero, magari non credeva che qualcuno la stesse osservando. E invece...».

IL COCKTAIL TRA FORTUNA E BRAVURA. Con l'arte, però, si fa fatica ad arrivare a fine mese. «Ci sono giorni in cui non vendo nulla. E anche quando sono fortunato, riesco appena a coprire le spese per il materiale». Già, la fortuna. «Per riuscire nella vita», dice versando il secondo bicchiere, «devi avere il 51% di fortuna e il 49% di bravura. Se inverti i fattori sei morto». E lui la fortuna per un momento l'ha pure intravista tra i tavolini di Brera, senza però riuscire ad afferrarla. «Erano gli Anni 80 e a Milano si respirava un'aria pazzesca», ricorda stringendo le palpebre e moltiplicando le zeta. «Per quello che vale, perché in fondo siamo convinti che si stesse sempre meglio prima», mette in chiaro quasi a frenare l'entusiasmo. «Magari tra qualche anno rimpiangeremo questi giorni, chissà...». Solo un respiro e ricomincia a voce bassa «perché ricordare quel periodo mi fa male».

Una tela di Delego.

manuel carli

Si facevano le 3 o le 4 ogni mattina, e anche il mangiare era raffazzonato. «Anni irripetibili in cui si respirava euforia». I pit stop erano sempre negli stessi locali «umani»: Brera, il Jamaica al cui bancone sono passati scrittori e artisti, politici e intellettuali, Il Club 2. Nelle notti che non finivano mai si transumava in Ticinese, o al vecchio Trottoir in Corso Garibaldi. Il fatto è che c'erano soldi, o almeno se ne sentiva il fruscio. E pure per gli artisti come lui c'era una possibilità. «Anche se poi a ripensarci, tutti quelli che mi parlavano, mi chiedevano del mio lavoro alla fine facevano i cazzi loro. Un virus che è ancora latente, eh». Ma c'era anche chi valutava e comprava.

«CRAXI VOLEVA QUADRI PERFETTI». «Craxi aveva visto i miei disegni e gli erano piaciuti», ricorda l'artista. «Mi chiese se ne realizzavo anche di grandi dimensioni, gli risposi di sì e così me ne commissionò un bel numero». «Mi incuteva timore, soggezione», aggiunge. «Forse per la corporatura...». Il leader socialista non era un cliente facile, assicura Delego: «Pagava i quadri il giusto, né più né meno il loro valore. Ma li voleva perfetti in ogni dettaglio... era impossibile "raggirarlo"». Poi? Poi arrivò Mani Pulite e la Milano da Bere dello spot svanì lasciando i postumi di una colossale sbronza. «Ci sentivamo come su una scala», ricorda Delego sforzandosi di fissare una immagine quel '92. «Un giorno si scendevano due gradini, il giorno dopo altri tre, e così via...».

Bettino Craxi.

Gli Anni 70 e il piombo nelle strade erano finiti. «La gente voleva tornare a vivere», ricorda il pittore. E così le strade si riempivano. Negli stessi locali si potevano trovare la modella e l'intellettuale, lo stilista e lo scrittore di belle speranze e il portafoglio vuoto, il politico e l'artista. «È vero, mio padre aveva la passione per l'arte in tutte le sue forme», racconta a L43 Stefania Craxi. «Ed era un discreto conoscitore». A casa passavano Mimmo Rotella e Antonio Recalcati, prima che diventassero Rotella e Recalcati. «Erano amici, fin da ragazzi», dice Stefania. Che ricorda come suo padre frequentasse diversi pittori sconosciuti. «Commissionava delle opere, per dare loro una mano ma con dignità. Addirittura chiese a un costruttore milanese di destinare uno stabile in comodato d'uso per realizzare una casa per artisti».

IL PIACERE DI STARE VICINO ALL'ARTE. Stefania non ha conosciuto Delego, non ricorda i suoi quadri colorati e "filosofici", ma ha bene in mente quell'atmosfera. «Papà spesso portava a casa quadri bruttini, a volte terribili», sorride, «ce li siamo divisi come una specie di eredità io e mio fratello». In Tunisia Craxi per molto tempo ospitò uno di questi pittori. E fu proprio a Hammamet che realizzò alcune opere concettuali. «Sceglieva immagini e le faceva riprodurre come litografie», ricorda la figlia. Ma non si definiva certo un artista. «"Sono uno che ama l'arte e gli piace esserle vicino" ripeteva, è proprio una frase sua».

«MANCA LA SPERANZA». E poi, sullo sfondo, quella Milano lì, che per un certo periodo è stata tutt'uno col leader socialista. Quasi una sua emanazione. Ma la definizione «Milano da bere» per Stefania Craxi è limitante. Schiaccia quegli anni su due dimensioni, come fossero un cartellone della réclame. «L'intellighenzia si mischiava con i cosiddetti rampanti, gente che si era fatta da sola», sottolinea l'ex deputata, «ma si sa le due chiese italiane - quella cattolica e quella comunista - da sempre condannano chi ha successo». C'era da lavorare per tutti, continua, «basta chiedere ai tassisti. I teatri fiorivano, per non parlare della musica, delle mostre». Ma non erano tutte paillettes destinate a staccarsi dall'abito, una a una? «Quelle paillettes», risponde decisa, «erano il made in Italy, la nostra moda che si imponeva su Parigi». Anni «pazzeschi», ripete, e irripetibili. Ma cosa manca ora a Milano? «La speranza». La città, mette in chiaro, «è vitale ed è ripartita grazie all'energia che le è connaturata. Ma la speranza e il verde... quelli mancano».

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