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16 Agosto Ago 2017 1200 16 agosto 2017

Elvis, il re del rock and roll e metafora degli Stati Uniti

Quarant'anni fa morira Presley, icona eterna di un Paese arrogante e ingenuo che prima lo ha reso una megastar da idolatrare, poi lo normalizzato e fagocitato.

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Quarant'anni dopo la morte di Elvis Presley, Graceland è ancora il luogo più visitato d'America dopo la Casa Bianca e la maggior meta di pellegrinaggi di ogni tempo fra tutti i santuari del rock. Genere che ha visto il ragazzo di Tupelo entrarvi quando era già in boccio: c'era già stato Il seme della violenza (Blackboard Jungle, 1955), c'era stato James Dean, c'era stata Rock Around the Clock di Bill Haley & The Comets (1952), c'erano già state un sacco di cose, e “jungle music” veniva battezzata quella roba da ossessi che non piaceva a Frank Sinatra.

UN BIANCO DA NORMALIZZARE. Blackboard Jungle, alla fine, era pellicola edificante, consolatoria, ma l'epidemia era partita dal suo focolaio buonista, era scoppiata e non c'era vaccino. Elvis non fu il padrino del rock and roll e neppure ne fu l'interprete più genuino: i neri che facevano da pontieri col blues risultavano più creativi, più innovativi, loro davvero ribelli, davvero neri semi di violenza; Elvis, lui era un normale, e fu facile normalizzarlo. E successe subito, appena dopo l'annus mirabilis 1956, 11 hit in classifica. Consacrazione e normalizzazione. Era onesto, lui, quando diceva che non faceva niente di costruito, che non voleva sconvolgere nessuno, che a muoversi a quel modo gli veniva naturale. Ma proprio per quello fu devastante. Elvis fu la cosa giusta al momento giusto nel modo giusto, e finì per incarnare il rock, senza capir bene come fosse accaduto.

Ora, quando uno diventa un marchio di fabbrica, non c'è molto che si possa fare; neppure lui stesso riuscì a farci molto, a parte interpretare il suo ruolo, la sua proiezione pubblica con maggiore o minore convinzione, con più o meno disinvoltura. Presley non fu mai davvero ambasciatore di violenza, e nemmeno un ossesso, non ne ebbe neppure bisogno: ossessiva era però la temperie, quel bisogno americano di voltar pagina, almeno apparentemente, rispetto ai valori borghesi usciti da una guerra vinta. È il solito trucco del rock, fingersi eversivo e in realtà riedificare, ritoccandoli, i valori della borghesia: mercato, proprietà, progresso inventivo e produttivo, ricreazione di gusti e di tendenze, ma piedi ben saldi in una tradizione acquisita. Elvis, a questo giro, era perfetto.

UN CORPO CREATO PER IL ROCK AND ROLL. Più la fobia comunista vietava i dischi, più lui trionfava, capofila di un'onda inarrestabile. Proprio Haley lo aveva inaugurato, quel nuovo stile (non per primo, tuttavia: che ne dite di Rocket 88, classe 1951, il vero inizio, di Jackie Brenston con la Ike Turner Band?): ma che fortuna poteva avere, con quel fisico del ruolo di un pizzicagnolo? In Elvis invece era tutto giusto: il sorriso, il ciuffo, il bacino, la voce, e i due anni, dal 1953 al 1955, nei quali prepara l'apoteosi furono una fulminea, obbligatoria gavetta fino a che non venne adottato da Scotty Moore, il leggendario chitarrista che avrebbe acceso le fantasie da rockstar di un ragazzotto inglese dal muso cavallino, chiamato Keith Richards. Il 5 luglio del 1954 Elvis incise That's all-right negli studi della Sun Records di Memphis insieme a Scotty e Bill Black: il rock c'è già, ma il rockabilly lo leva lui dal grembo del futuro. Sam Phillips, il boss dell'etichetta, a un certo punto si affacciò perché i tre avevano appena smesso un repertorio di cover di ballate melense per lanciarsi in un strampalata accozzaglia belluina: «Cosa c.... state facendo?». «Eh... noi... non lo sappiamo», rispero imbarazzati. «Beh, rifatelo immediatamente, subito, adesso!».

UN REGNO NERO CON UN SOVRANO BIANCO. E poi - o intanto - saranno Fats Domino, Bo Diddley, Chuck Berry e Little Richards, che nel 1955 incide il richiamo della savana Tuttifrutti negli studi di Cosimo Matassa. Un regno nero con un sovrano bianco. Ma arrivano anche Hank Williams, Johnny Cash, Jerry Lee Lewis che incendia pianoforti. Un delirio, il più sano lì dentro era da internare. Anzi no, il più sano, in fondo, era il giovane Presley. Poi un deejay, Alan Freed (ma c'è pure Dewey Phillips, non dimentichiamolo), cominciò a sparare nell'etere sconosciuti americani dai nomi neri: Howlin' Wolf, Elmore James, Muddy Waters. «È il rock and roll, amici!». La gente diventò matta. È, in realtà, il Rythm and Blues che sta partorendo, come disse B. B. King, ma il regno c'è, e ci sono gli eroi, e c'è Elvis. C'è anche il suo manager, il colonnello Parker, poco colonnello e molto farabutto e anche questo non guasta, anche questo serve alla causa dei ribelli senza causa che vanno trovando una loro colonna sonora per scuotere un mondo che scoppia di cambiamenti.

Un deejay, Alan Freed, cominciò a sparare nell'etere sconosciuti americani dai nomi neri: Howlin' Wolf, Elmore James, Muddy Waters. «È il rock and roll, amici!». La gente diventò matta

Little Richards, per esempio, marcò per sempre i confini della sfrontatezza: «Se Elvis è il re del rock, io sono la regina». È vero, ma è solo l'inizio di un'epoca di musica popolare che sarà sempre ambigua nel suo rivolgersi al popolo da troni sempre più olimpionici, da vertigini di lusso e depravazione, eccessi, suicidi sublimi, gesti meschini, macabri, grandiosi, e folle bibliche e trionfi apocalittici. Ecco, sta cominciando tutto, adesso, e schemi, pazzie e moduli sonori si ridefiniranno cento e mille volte, ma il seme sta qui e niente potrà eguagliarne la frenesia, niente potrà ripetere la smania di quella feroce rivoluzione da Happy Days e di quella rivoluzione Elvis Presley – subito rientrato nei ranghi – è il simbolo, resta il simbolo.

LA NUOVA AVVENTURA ALLA RCA. «Non somiglio a nessuno», rispose Elvis Aron alla segretaria che, professionale ma forse più curiosa, lo squadrava sulla soglia della Sun Records vedendolo per la prima volta. Non diceva il vero, lui conosceva la musica nera, dal blues a quella più melodica, la reinterpretava ma dentro ci metteva l'America bianca e giovane. Non somigliava a nessuno, ma presto tutti volevanosomigliare a lui. Anche oggi il mondo è pieno di cloni, improbabili, strazianti, patetici, ridicoli, irritanti controfigure. Mistery Train fu l'ultimo successo alla Sun, nel 1953, poi il Colonnello traghettò il bambino d'oro alla Rca; a Scotty, Bill e dj Fontana ai tamburi, vengono annessi il pianista Floyd Cramer e Chet Atkins alla ritmica: che band, signori, e la Elvismania è cosa fatta.

UN RIBELLE FAGOCITATO DAL SISTEMA. Lui, naturalmente, diventò un capro espiatorio globale e totale, e la cosa non gli piacque affatto. Ma intanto continuò a spaccar tutto con roba come Hound Dog, di Leiber & Stoller, quelli di Harlem Shuffle. Hound Dog l'aveva lanciata la black singer Big Mama Thornton, ma è Presley a farla decollare nel 1956 come una mongolfiera sull'universo. Poi sarà il cinema, Love Me Tender (la vecchia ballata Aura Lee), ma è già un altro Elvis. A fine marzo del 1957, neanche tre mesi dopo le visite mediche per la leva, comprò Graceland, la dimora di un giovane miliardario borghese di 22 anni che un tempo, da giovane povero di belle speranze, era stato il simbolo della trasgressione: il sistema ha fagocitato il ribelle e ora lo sta digerendo. Ha conosciuto Priscilla, che sposerà 10 anni dopo, imponendole una castità innaturale: ma lui è un bravo ragazzo, forse appena un po' perverso.

Il leggendario refrain «Elvis has left the building», pronunciato da Al Dvorin alla fine di ogni concerto per tutti e 22 gli anni della carriera di Presley, divenne il simbolo della frattura abissale tra idolo e folla, tra rock e massa. Elvis non c'è, è tornato in paradiso, a Graceland, voi tornatevene buoni alle vostre tane, fino alla prossima occasione. Così per 22 anni, che non sono poi molti nella vita artistica di una megastar: suppergiù un terzo della carriera dei Rolling Stones (ci arriveranno).

UNA FAVOLA ETERNA CHE RACCONTA L'AMERICA. Ma Elvis resta il re, resta la favola eterna dell'America che sa riscriversi sempre, sa scrollarsi di dosso la polvere dell'antico squallore e lo fa anche per quelli che verranno dopo, o che almeno ci potranno provare; resta, specie in provincia, l'alfiere di un Paese arrogante e ingenuo, che si agita nel segno della continuità. È la modernità che diventa tradizione, il pellegrinaggio laico, le catene di valori che restano, specie in provincia. Magari ripitturate, ma restano. Non si ossidano.

SOVRANO DEL ROCK NONOSTANTE SE STESSO. Elvis resta il re anche dopo la caricatura cui si era ridotto, e che, coerentemente, era anche quella del rock. «Non voglio finire come lui, a suonare per delle vecchie puttane di Las Vegas», disse una volta Mick Jagger, col tatto che non gli è mai mancato. Ma era giovane ancora. Oggi pure lui canta (anche) per delle vecchie puttane di Las Vegas, di Dubai, di Rio. Ha sviluppato un suo modo di muoversi e ne ha fatto l'emblema della irriverenza selvaggia di un tempo che non c'è più e che non passerà mai. In fondo, il rock è tutta questione di come ti sai muovere.

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