Emilio Salgari
21 Agosto Ago 2017 1237 21 agosto 2017

Emilio Salgari, lo scrittore che non riuscì a cavalcare la tigre

Il "padre di Sandokan" voleva sembrare ciò che non poté essere in vita: esploratore, navigatore, capitano. Mori suicida per fare una fine ribelle. A 155 anni dalla nascita, storia di un autore non solo “per ragazzi”.

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«Dalla fantasia adolescente e improbabile di Salgari», ha scritto Claudio Magris, «ho imparato l'amore per la realtà, il senso dell'unità della vita e la famigliarità con la varietà di popoli, civiltà, abiti, costumi, diversi ma vissuti come differenti manifestazioni dell'universale-umano; ho appreso pure che gli scrittori fanno vedere il mondo aldilà delle loro convinzioni, perché da Salgari non ho recepito l'ardore guerresco, che lo rese poi caro al Ventennio fascista, bensì un senso di fraterna uguaglianza di tutti i popoli della terra, così come più tardi Kipling, oltre al mistero e all'epica, mi avrebbe fatto amare gli elefanti e i templi indù più che la corona della regina Vittoria». Emilio Salgari, dunque. Molto di più che uno scrittore “per ragazzi”.

LA SUA DOTE: LA FANTASIA. Nato a Verona il 21 agosto del 1862, si dedicò dapprima al giornalismo scrivendo per La Nuova Arena e poi passò alla letteratura romanzesca. I primi racconti furono, tra il 1883 e il 1884, Tay-see e La Tigre della Malesia, che diventò poi, nel volume del 1901, Le Tigri di Mompracem). I primi libri pubblicati furono La scimitarra di Budda (1890) e I pescatori di Balene (1891). La sua ricca produzione conta 85 romanzi e circa 150 racconti: un’opera a lungo trascurata dalla critica e solo di recente riabilitata - soprattutto in occasione del centenario della morte, nel 2011 - per lo stile oltre che per la dote salgariana per eccellenza, la fantasia.

SFONDI ESOTICI E IPERBOLI. Il pubblico giovanile prese ad amare con ardore le avventure salgariane per la rapidità dell’azione, lo sfondo esotico e colorato, gli “effetti speciali” raggiunti attraverso iperboli e paragoni arditi e quella sua capacità di rendere familiare un mondo diverso e straniero. Ma perché le sue avventure erano così avvincenti? Perché i suoi eroi rimanevano così impressi nell’immaginario dell’epoca e si imposero in quelli successivi?

La critica Sarah Cruso spiega: «L’imperativo dell’avventura detta la trama e forgia l’eroe, segna lo stile e avvolge il destinatario. L’empatia che il lettore salgariano mette in atto si fonda sull’identificazione con le vicende che caratterizzano i percorsi dei protagonisti e sul pathos che trasuda dallo stile narrativo. Si parte, come è d’obbligo, alla ricerca di qualcosa, sia esso un impero da conquistare , una donna da rintracciare, una promessa di ordine morale da mantenere, e si va avanti fino a quando lo scopo non è raggiunto».

UNA NARRATIVA FATTA IN CICLI. Per questo la narrativa salgariana si organizza in cicli - I pirati della Malesia di Sandokan, I corsari delle Antille, I corsari delle Bermude, Sulle frontiere del Far-West - imitando la struttura epica dei romanzi cavallereschi fondati sulla “recherche”, ma dilatandone l’ambientazione sulla scia degli “altrove” creati da Jules Verne.

DIVORAVA ATLANTI E DIZIONARI. Salgari viaggiò pochissimo (accertata una sola esperienza marittima: una navigazione in Adriatico che lo portò fino a Brindisi), ma era un lettore attento di libri di storia e geografia. Divorava atlanti, riviste scientifiche, dizionari, enciclopedie, giornali di viaggi, tutto materiale sul quale si documentava per creare ogni suo nuovo romanzo. Era un grande conoscitore dei capolavori della letteratura occidentale e ogni sua ambientazione si basava su scrupolosi approfondimenti.

Salgari scelse di portare la sua finzione fino a una morte che sembrasse quella ribelle e indomita di un suo protagonista. E invece risultò solo violenta e disperata

Roberto Beretta, giornalista e scrittore

Malgrado il successo dei suoi titoli ebbe seri problemi economici: morì suicida a Torino lasciando non a caso una lettera d’accusa contro gli editori e l’establishment culturale dell’epoca.

CREÒ 1.300 PERSONAGGI. Ha fatto notare Roberto Beretta, giornalista e scrittore: «Poteva morire di febbre vecchio e nel suo letto colui che i primi biografi (altri due torinesi: Roberto Antonetto e Giovanni Arpino) hanno giustamente definito "il padre degli eroi" (1.300 sono i suoi arditi personaggi)? No, anzi: come nella vita aveva cercato, grazie ai travestimenti della fantasia, di assomigliare a ciò che non aveva potuto o voluto essere nella realtà - esploratore, navigatore, capitano -, Salgari scelse di portare la sua finzione fino a una morte che sembrasse quella ribelle e indomita di un suo protagonista ("Vi saluto spezzando la penna", lasciò scritto); e invece risultò solo violenta e disperata».

ADERÌ ALLA SCAPIGLIATURA. Il suo biografo Silvino Gonzato ha fatto notare che Salgari oscillò sempre nella sua esistenza tra rispettabilità borghese e trasgressiva esuberanza artistica, e fu alla fine logorato dalle sue stesse illusioni e dai suoi potenti sogni. Fu un letterato partecipe delle tensioni del suo tempo, lontano dallo stereotipo dello scrittore che evade in mondi fantastici: aveva fiducia nel progresso e nella visione trasformatrice dell’individuo ma al tempo stesso venava di pessimismo e ribellismo - che ricavava dalla sua adesione, mai rinnegata, alla Scapigliatura - queste sue convinzioni.

Emilio Salgari nacque a Verona il 21 agosto del 1862 e morì suicida nel 1911.

Riuscì meglio di altri scrittori a dare dignità estetica alla letteratura di massa riuscendo a indovinare gusti ed emozioni di un pubblico fino ad allora escluso dalla “letteratura alta”. Di qui la sua modernità e il fatto che, dopo Salgari, la narrativa non sarebbe mai più stata appannaggio di ceti elitari o conservatori.

PIONIERE DELLA FANTASCIENZA IN ITALIA. Un volto inedito dello scrittore si ricava dalle pagine del suo unico libro autobiografico, ripubblicato proprio dall’editore Elliot, La bohème italiana (1908). Qui Salgari, due anni prima della morte, rievoca i giorni lontani e spensierati della giovinezza, quando insieme a un gruppo di artisti e letterati bohèmienne andò in campagna a fondare una colonia artistica, la "Topaia". A Salgari possiamo attribuire anche il primo romanzo di fantascienza in Italia: si tratta di Le meraviglie del duemila (scritto nel 1907) e racconta la storia di due scienziati che, grazie a uno stratagemma, riescono a viaggiare nel tempo venendo catapultati nell’anno 2003.

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