Queens Of The Stone Age
28 Agosto Ago 2017 1614 28 agosto 2017

Queens of the Stone Age, un nuovo disco snaturato e per verginelli

L'ultimo album è una svolta che rinnega tutto. Fatto con l'obiettivo di vendere, riempire i concerti e non deludere chi ti ascolterà per la prima volta. Ma manca di complessità. E suona fatuo, se non falso.

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Si sta notando uno spreco di intenzioni per parare le chiappe a Josh Homme e al nuovo album dei Queens of the Stone Age, Villains, uscito da una manciata di ore: recensioni, in patria come nel resto del mondo e come qui da noi, volonterose nel salvare il salvabile, nel premettere che no, non è una svolta pop, che il produttore Mark Ronson, uno abituato a frequentare i Bruno Mars e le Adele, non ha snaturato niente, si è messo al servizio della causa, e via discorrendo.

POLVERE DI ANTICHI FURORI. No, Ronson non ha snaturato niente, il problema è che la causa si andava snaturando da sola; e il famoso produttore di grido si è messo al servizio di questo snaturamento. Villains è un disco di svolta, per così dire, che rinnega tutto un lascito fingendo di mantenerlo, che lascia poco, lascia polvere degli antichi furori marchiati Kyuss così come della creatività recente di… Like Clockwork: dove le canzoni c'erano, e, nella varietà di una certa mutazione dovuta ai gusti dell'età, c'era una direzione da prendere, mentre nel nuovissimo capitolo sembra mancare un po' di tutto questo.

SI CERCANO NUOVI ADEPTI. Si ha la sensazione di un disco che parte dal suono, dove tutto è in funzione del suono, della sua modernità, le chitarre ipercompresse a stilettare atmosfere dance, una varietà di toni e di intenzioni che si disperde in rivoli; The Way You Used To Do, paradigmatica, eventualmente autobiografica, è dancefloor del 2017, e, inutile girarci intorno, irrita. Perché lascia trapelare l'intento di acchiappare – proprio così: irretire, ammaliare, la malizia dell'artifizio – nuovi adepti, più giovani, più suggestionabili, facili da coinvolgere perché gli basta saltellare e, ascoltando le schitarratine, dire: ah, beh, questo sì che è rock.

Invece roba come The Evil Has Landed, per quanto melodrammatico sia il titolo, si spenzola pericolosamente sui confini del poppettino rumoroso, costruito, insinuante.

MANCA ANCHE L'EPICA DEL ROCK. È il genere di lavoro che, preso a sé, brano per brano, può anche non deludere chi lo ascolta (specie se è verginello); ma tradisce una mancanza di complessità oltre le intenzioni, insomma suona fatuo, se non falso. Manca l'oscurità, per quanto cercata. Manca l'epica, che non affiora mai, neppure per un istante, eppure ci senti lo sforzo di evocarla in ogni momento. Manca il senso di pericolo che è proprio del rock, per quanto evocato e rievocato.

LE MARTELLATE SONO DI SCHIUMA. Manca quell'indefinibile aura che Homme era riuscito a ricreare nello scorso lavoro di e con Iggy Pop, dove i momenti dance, addirittura Anni 70, non mancavano (Sunday), però ti accorgevi subito che quella era dance per modo di dire, per pretesto, e nascondeva una sorta di carezza lugubre, mentre qui è il contrario, gli artigli sono di felpa, le martellate di schiuma.

Tanti, anche troppi espedienti melodici, reminiscenze synth Anni 80, tracce tirate per le lunghe nell'intento, evidente, di raggiungere un climax che invece abortisce (è il caso di Un-Rebor Again), dappertutto una costante sensazione di “un qualcosa” che oscilla fra suggestioni di certi Radiohead, di U2 da Achtung Baby in avanti, mentre l'electropunk di Head Like A Haunted House, beh, bisogna solo ascoltarlo per capire che non c'è niente da capire.

RESTA UNA SENSAZIONE DI FREDDO. E tutto parte dal suono, dalle sue esigenze, da una dittatura che è discutibile, che resta opinabile anche e a maggior ragione dopo tanti ascolti. Stratificazioni, furbi espedienti, ganci retorici, ma resta una sensazione globale di freddo mentre Homme recita il suo tradimento dei chierici.

UN LAVORO CHE SA DI PUNTO E A CAPO. Non basta sbattere il diavolo che ti abbraccia in copertina, non basta fare i duri Anni 50 in un video (autoironico? Sì, certo, questo salva tutto, come sempre). Qui abbiamo un lavoro che la critica americana si va sforzando di non definire interlocutorio, forse per non sbilanciarsi, e forse ha pure ragione perché sa tanto di punto e a capo, di nuova direzione a senso unico, irrevocabile a maggior ragione se, come evidentemente i Qotsa anelano, venderà molto.

Iggy Pop, 70 anni da iguana impazzita

Una vita di eccessi, scelte sbagliate, ricoveri psichiatrici e tanto rock and roll. Il leader degli Stooges, mai di moda e mai fuori moda, ha segnato la storia della musica. Oggi ritorna con un blues marcio Anni 30.

Perché, sì, questo è un disco, il classico disco, fatto per vendere, per riempire i concerti, il che di per sé non è affatto disprezzabile, dipende solo da come ci arrivi. Forse è anche un redde rationem: lo spirito del rock è qualcosa che impone i suoi tributi, e sono tributi orrendi e maledetti nella misura in cui non li puoi rinnegare. Sono tatuaggi di grandezza e squallore, identità di eleganza e volgarità impossibili da strapparti, perché stanno nella sensibilità di un passato che perseguita, in tutto quello che hai fatto e che farai.

IGGY POP ETERNAMENTE DANNATO. Proprio uno come Iggy potrebbe cantare, e lo ha fatto, da crooner, da chançonnier, potrebbe darsi al jazz da night club, potrebbe perfino intonare Fra Martino Campanaro: ma resterebbe sempre dannato e disperato al fondo. Perché non può fare altro, perché la sua ombra lunga lo segue e la sua reputazione lo precede.

RIMANGONO GIUSTO GLI INTENTI. Uno come Homme, con tutto il rispetto possibile, col dovuto riguardo per i dischi e i gruppi passati, è uno dei tanti che fa – faceva? – rock: ma lui non era rock nel profondo, nell'abisso. Lo pratica(va) come si svolge un mestiere, da professionista, sicuramente convinto, ma al diavolo che lo abbraccia non ha mai consegnato il suo spirito. La differenza sta tutta qui, e, presto o tardi, salta fuori. E allora salta fuori un disco come Villains, che di offensivo, oscuro e pericoloso sembra avere più che altro gli intenti.

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