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1 Settembre Set 2017 1311 01 settembre 2017

Battisti e l'avvilente battaglia legale sui diritti

La guerra tra Mogol e Maria Letizia Veronese che ha portato Acqua Azzurra Edizioni in rosso è due volte triste. Perché Lucio non rincorreva né denaro né popolarità  e perché le sue canzoni eterne sono patrimonio di tutti.

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C'è stato un tempo, un lungo tempo, in cui nella discografia italiana c'era Lucio Battisti e poi c'erano tutti gli altri. «Io sono una locomotiva» diceva lui, sapendo benissimo che, qualunque cosa avesse escogitato, subito gliel'avrebbero scopiazzata, quantomeno nelle intenzioni. E quest'era andò avanti per tutti i dischi con Mogol, diciamo dal 1969 al 1980. Ininterrotta stagione radiosa. C'era la discografia, con tutti i suoi eroi, nuovi, pazzi, pallosi, talentuosi, emergenti, impegnati, balneari, meteore, campioni, bluffoni; e poi, a parte, soli sul loro pianeta, visitati da altri musicisti che però stavano docili alle consegne, c'erano quei due, tra un safari italiano a cavallo e il buen retiro al Dosso, dove poi si lasceranno.

1972: ANNUS MIRABILIS. Dischi sempre diversi l'uno dall'altro perché Battisti era musicista capace di anticipare il domani, spiegarlo agli italiani e farceli cascare dentro: questione di cellule, di vibrazioni, di spirito del tempo. Ma pure dischi inconfondibili, marchi di fabbrica della premiata ditta, dal trionfo assicurato, dalle vendite inesauste: non faceva in tempo a spegnersi un album, che un altro veniva a prenderne il posto lassù in cima. Come nell'annus mirabilis 1972, quel doppio disco diviso in due, in aprile Umanamente uomo: il sogno, a novembre Il mio canto libero, e, in mezzo, il singolo con Anche per te/La canzone del sole, e quelle 18 tracce complessive nascono già come summa teologica.

Ora, per la prima volta, la Edizioni Musicali Acqua Azzurra, che amministra i diritti di esecuzione di quelle canzoni irripetibili, è in passivo: di un milione e mezzo abbondante, a fronte di un utile scorso di mezzo milione. Il tutto si deve al combinato disposto di una serie di beghe legali, la più arcigna delle quali sorge da antica ruggine sfociata in una causa che ha opposto Rapetti-Mogol alla vedova Battisti, Maria Letizia Veronese, alla quale il paroliere aveva chiesto 8 milioni di euro. il Tribunale di Milano ha in primo grado accolto parzialmente la pretesa, ridimensionandola a 2 milioni e 651 mila euro, dopo di che Mogol ha mosso pignoramento, bloccando le disponibilità liquide della società, attorno agli 1,2 milioni. Di qui, il passivo, nel quadro delle solite complicatissime faccende di diritti, edizioni, esecuzioni, riproduzioni e maledizioni.

COSÌ HANNO TRADITO LUCIO. Avvilente anche solo a scriverne. Perché queste non sono canzoni come le altre, quelli non sono dischi comuni, che passano e scorrono. Sono musiche che, magari, possono anche venire accantonate per qualche stagione, sotto il peso delle fatuità imperanti, ma che rinasceranno ancora e ancora. Sempre ci sarà un ragazzino che riprenderà quelle vibrazioni, e ci troverà dentro un mondo. Il suo mondo. Album come documenti di coscienza collettivi, racconti di piccole storie in giorni qualsiasi, ma mai scontate, perché ognuno poteva, può ancora oggi rivestirle dei propri momenti. Ed è sconcertante, e avvilente, sì, è triste in un modo indicibile questa storia da concordato fallimentare per un autore che, senza essere votato alla decrescita felice, i soldi se li faceva bastare. Perché, senza essere di quei predicatori che ostentano un disprezzo che non hanno, che copre cupidigia, di tutt'altro gl'importava: di nuova musica, di come plasmarla, immergerla nello spirito del tempo e farne una colonna sonora per tutti.

UN UNICUM DI GENERI. E nuovi giorni, e nuovi notti di melodie, di ritmi, di arrangiamenti così calibrati, così raffinati, in grado di contemplare tutti i generi e stringerli in un unicum, e poi le parole di Giulio che spiegavano ciò che era lì, sotto gli occhi, ma che non ci si accorgeva di vivere. Che rendevano bella una coda nel traffico, una gelosia, una litigata, e consolavano dopo un addio. Non ha mai puzzato di avidità quella musica, si sente ancora oggi che era piena di orizzonti, come poteva concepirla uno che reinventava il progressive con Anima Latina, e nessuno era preparato, e nessuno ci capiva niente. Lo stesso sarebbe accaduto, 12 anni più tardi, con Don Giovanni, a divorzio da Mogol conclamato; per non parlare dei dischi “bianchi”, gli ultimi, ancora con Panella.

Niente compromessi con Lucio Battisti; che quando gli proponevano un assegno in bianco per una réntree televisiva, li sfotteva: «Si può fare, però così: io entro di spalle, passo, esco e nessuno m'ha visto». Che, se andava in Inghilterra a registrare, restituiva quel che gli era avanzato della diaria (ed era Lucio Battisti). Che quando lo riconoscevano, più che schermirsi, si smentiva: «Sembro lui, vero? Eh, me lo dicono sempre...». E adesso questo pasticciaccio brutto di una ragioneria squallida. Che è diverso dalle solite fatali bagarre di iene quando muore un artista, si chiami Michael Jackson, Lucio Dalla o Amy Winehouse. Perché, anche se pare scontato dirlo, quel canzoniere appartiene anche un po' a noi come nessun altro.

CATALOGO ALL'ASTA. Le ascoltiamo, quelle canzoni, le facciamo rivivere insieme ai nostri mondi lasciati nel passato. Le raccontiamo ai nostri figli, passando loro il testimone delle emozioni. Domani ci apparterranno di più, perché, mentre la vedova Battisti vorrebbe impedirne lo sfruttamento commerciale e finisce per negare l'aria a quelle melodie, mentre la Edizioni Musicali Acqua Azzurra affonda, si apre l'asta per l'intero catalogo: e non sarà per una lira, quei brani fanno gola più che mai. E così, l'anno prossimo, a 20 anni dalla scomparsa, prepariamoci a “riscoprire” ciò che non abbiamo dimenticato mai, perché sta dentro di noi.

NON DITE NO. Cari nemici Mogol e "Velezia", non dite no, non fateci prendere tra le mani la testa. Non trasformate l'acqua chiara in acqua torbida: dei soldi fate quel che vi pare, ma non sulle spoglie lontane di uno che certe cose, proprio, non poteva soffrirle. Uno che ha smesso di esibirsi a neanche 30 anni, non si è messo in saccoccia l'America solo per pigrizia, perché stava bene dove stava, e gli bastava quello che aveva, e che a quelle fiere della vanità al plasma, a quelle sagre di paese chiamate talent non si sarebbe mai prestato come un Agnelli qualsiasi.

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