Cartello di Cali, Miguel Rodriguez Orejuela
1 Settembre Set 2017 0936 01 settembre 2017

"Narcos 3", storia del cartello di Cali che scalzò Escobar

Le bustarelle prima della violenza eclatante. Un giro d'affari tra i 5 e i 7 miliardi all'anno. E la camorra come alleato. Stile, armi e ascesa dei fratelli Rodríguez Orejuela, nuovi protagonisti della serie Netflix.

  • Marcello Astorri
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Il primo settembre ha debuttato su Netflix Narcos 3, ultimo capitolo della serie televisiva creata da Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro. Se nelle prime due stagioni le vicende ruotavano attorno alla figura famigerata di Pablo Escobar, il più famoso narcotrafficante di tutti i tempi, nella terza si assisterà alla presa del potere da parte dei suoi rivali, il cartello di Cali, fondato nell’omonima città colombiana e capeggiato dai meno noti, ma ugualmente temibili, fratelli Orejuela (guarda la gallery). Ma da chi era composta e come agiva questa organizzazione criminale capace di scalzare il re della droga?

1. I conti in tasca al cartello: giro d'affari tra i 5 e i 7 miliardi all'anno

All’inizio degli Anni 90, chiunque nel mondo riuscisse a procurarsi una busta di cocaina aveva l’80% di probabilità di tenere tra le mani un prodotto del cartello di Cali. Al culmine del suo potere, nel 1994, si stima che l’organizzazione avesse per la sola cocaina un giro d’affari tra i 5 e i 7 miliardi di dollari all’anno. Un impero ramificato, che aveva sì come core business il commercio della polvere bianca, ma che operava anche sul mercato della prostituzione e del commercio di armi. I proventi dei business illegali venivano reinvestiti in attività alla luce del sole: il cartello possedeva banche d’affari, la squadra di calcio América de Cali, imprese immobiliari, una catena di farmacie e numerose altre attività, tra cui concessionarie automobilistiche ed emittenti radiofoniche.

Gilberto, capo del cartello, era conosciuto come “lo scacchista” per l’abilità con la quale riusciva a ingannare avversari e polizia

2. La scala gerarchica: dai fratelli Orejuela a Londoño e Buitrago

I fratelli Gilberto e Miguel Rodríguez Orejuela fondarono il cartello di Cali all’inizio degli Anni 70 insieme a José Santacruz Londoño e Hélmer Herrera Buitrago. Gli Orejuela erano figli di una famiglia contadina. Gilberto, capo del cartello, era conosciuto come “lo scacchista” per la capacità di ingannare avversari e polizia, mentre Miguel si occupava del riciclaggio di denaro: era talmente abile da sembrare un rispettabile uomo d’affari. Londoño, numero tre del cartello, era il responsabile dell’area di New York e a lui si attribuiscono, come mandante, alcuni omicidi, tra cui quello del giornalista investigativo Manuel de Dios. Buitrago, numero quattro della scala gerarchica, si occupava dello smercio della cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti e dell’esportazione del prodotto in Europa.

3. Smoking e bustarelle: l'ascesa degli insospettabili

Rispetto a Escobar, a capo del cartello di Medellin, i fratelli Orejuela avevano uno stile diverso. Escobar amava apparire e fu sempre un gangster (leggi l'intervista al figlio), mentre i boss di Cali a lungo sono passati per insospettabili uomini d’affari. L’arma preferita non erano le bombe, ma le robuste bustarelle che usavano per corrompere magistrati, poliziotti ed esponenti del governo. In ogni caso, con i nemici e con chi non voleva collaborare, erano feroci almeno quanto Escobar. Il cartello di Cali è stata una delle organizzazioni criminali più potenti della storia e operando nell’ombra, grazie agli interessi capillari, è stata vicina ad asservire a sé l’intera Colombia.

4. La rivalità con Escobar: dal mercato della droga allo sport

Il nemico numero uno sulla lista di Cali era il cartello di Medellin, principale concorrente sul mercato. Nel 1988, un attentato al palazzo dove viveva Escobar, attribuito al cartello di Cali, coinvolse sua figlia Manuela, rendendola quasi totalmente sorda. L'episodio generò l’inasprimento della guerra di droga già in corso, con una lunga scia di sangue. La rivalità si rifletteva simbolicamente anche nello sport: se il cartello di Cali possedeva la squadra di calcio dell'América, Escobar controllava il Medellin. Secondo il giornalista Ron Chepesiuk, esperto di narcotraffico, il cartello di Calì ebbe un ruolo importante nella fine di Escobar, più esposto rispetto ai rivali che invece operavano nell'ombra, e collaborò con i Los Pepes, un gruppo di vigilanti armati che volevano ammazzare il boss. Nel periodo in cui la Dea, la polizia antidroga statunitense, dava la caccia a Escobar, il cartello di Cali agì indisturbato preparando la strada alla presa del potere.

5. Gli alleati: Los Pepes, Sinaloa, Tijuana, mafia russa e camorra

I fratelli Orejuela per abbattere il potente nemico si avvalevano di alleanze con vari cartelli messicani del narcotraffico, tra cui Sinaloa e Tijuana, oltre al già citato gruppo paramilitare dei Los Pepes. In Europa preferirono venire a patti con Cosa Nostra per il commercio della droga nel Nord America, mentre ebbero ottimi rapporti con mafia russa e camorra. I leader di Cali ammiravano l'organizzazione criminale italiana perché aveva una rete sofisticata che utilizzava per il commercio dell’eroina. Lo sfruttamento della stessa rete permetteva alla cocaina di Cali di girare liberamente. Inoltre, la camorra era funzionale per riciclare il denaro del cartello in Europa. La Dea sapeva di questi rapporti e cercò arrestare alcuni boss di Cali durante le partite del Mondiale di calcio di Italia ’90. Tentativo vano: i boss, forse informati dai propri servizi segreti interni, non si presentarono mai allo stadio. Dopo la morte di Escobar nel 1993, avvenuta per mano della Dea, i nuovi boss del narcotraffico divennero i fratelli Orejuela. La distruzione del rivale di sempre ha permesso al cartello di Cali di dominare in modo incontrastato fino alla fine degli Anni 90.

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