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3 Settembre Set 2017 1500 03 settembre 2017

Leo Longanesi, l'inafferrabile intellettuale anarchico

Contro i voltagabbana e il servilismo dei giornalisti. Aspro e geniale. Fascista e antifascista. Nostalgico del Risorgimento. Il 30 agosto 1905 nasceva in Romagna l'editore col fiuto per i talenti. E gli "imbecilli".

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Non a caso, Leo Longanesi, che nasceva il 30 agosto del 1905 e moriva il 27 settembre di 60 anni fa, nel 1957, è stato definito un personaggio leonardesco, dotato cioè di straordinaria energia creativa. Nato a Bagnacavallo (Ravenna), dopo una laurea in legge a Bologna, sempre tenuta in sonno, si innamorò del giornalismo e vi profuse il suo talento, anche grafico. Nel 1930 fondò L’Italiano, ancor oggi studiato per i contenuti e per l’eleganza grafica; nel 1937, con Omnibus, inventò il settimanale rotocalco, invitando a scrivere sulla testata i maggiori intelletti italiani del tempo. Nel luglio del 1943 si cimentò con il cinema, girando la pellicola politica - rimasta incompiuta a causa della guerra - Dieci minuti di vita.

UNA MENTE ANARCHICA. Vicino al movimento di Strapaese, fu fascista a suo modo, con uno stile anarcoide e strafottente. Una volta, incontrandolo, Mussolini gli disse: «Voi siete anarchico. Siatelo per molti anni, finché lo potete. È una ricetta per restar giovani». Longanesi lo ricambiò coniando il motto: «Mussolini ha sempre ragione», un motto che si presta a una doppia lettura: apologetica e ironica. Soprattutto Longanesi fu anti-antifascista. L’amico scrittore Bruno Romani riassume così questa tendenza del suo carattere: «Aveva bisogno di andare sempre contro qualcuno: così è stato antifascista quando il fascismo trionfava, e fascista quando il fascismo era morto. Da antifascista era contro le feste, le celebrazioni, le parate, però ammirava Mussolini».

Disprezzava soprattutto i voltagabbana e anche il servilismo dei colleghi giornalisti: «I giornali da 50 anni in Italia recano soltanto quelle verità a pagamento che sono gli annunci funebri». Come giornalista era avanti a tutti. Intuì il talento di Buzzati e Parise, come grafico aveva digerito e metabolizzato ogni cosa creando uno stile nuovo e moderno. Assorbiva e intuiva tutto con istinto fulmineo.

AMANTE DI OSSIMORI E PARADOSSI. Pregi e difetti. Secondo il regista Steno «la velocità con cui definiva un imbecille era straordinaria. Il fatto è che ci azzeccava sempre. Ogni tanto si alzava e diceva: ‘Lo sa che cosa le dico? Che lei è una testa di c….’». Amava gli ossimori e i paradossi, come Ennio Flaiano che fu uno dei suoi sodali: «Solo sotto una dittatura», ebbe a dire, «riesco a credere nella democrazia». Si autodefiniva «un carciofino sotto’odio». Nel dopoguerra fondò la casa editrice che porta il suo nome che fu la prima a diffondere in Italia il libro tascabile oltre a pubblicare titoli di grandi autori non allineati e irregolari, da Ernst Jünger a Werner Sombart, da Oswald Spengler a Knut Hamsun, da George Orwell e Giuseppe Prezzolini. Il marchio, due spadini incrociati, nacque dalla sua matita.

L'AVVENTURA DE IL BORGHESE. Nel 1950 Longanesi inaugurò un’altra avventura editoriale fondando Il Borghese, testata che – come disse Indro Montanelli – «dava fastidio a tutto l’arco costituzionale». Si mise anche in testa, coadiuvato dall’amico e collega Piero Buscaroli, di sfruttare politicamente il potenziale di protesta che Il Borghese alimentava costituendo una Lega dei Fratelli d’Italia che stilò anche un proprio manifesto programmatico antidemocristiano durante un’assemblea pubblica a Milano nel 1955. Per l’occasione il direttore del Borghese, che aveva tenuto un appassionato discorso rivendicando la cultura politica liberal-risorgimentale contro la decadenza dell’Italia post-bellica, aveva composto anche un inno, una delle cui strofe recitava così: «Nella vita composta/non c’è altra via/che la supposta/della democrazia». Ma per l’avventura politica Longanesi non era tagliato: temeva e in qualche modo disprezzava le folle, e non era compiacente verso nessuno. Buscaroli racconta che quando incontrò missini e monarchici in un ristorante, Longanesi fu colpito negativamente dalle scarpe bianche del leader del Msi Arturo Michelini e non seppe trattenersi dicendogli: «Ma caro Lei, che Destra vuol fare con quelle scarpe lì?».

Leo Longanesi con Alberto Moravia e Pietro Albonetti a Roma nel 1940.

Il buon gusto, sottolineava infatti l’amico regista e scrittore Enrico Fulchignoni, era tutto per Longanesi: «Una volta mi raccontò che perse ogni interesse per una signora di cui era pazzamente innamorato quando la vide far scarpetta e pulire col pane un piatto di spaghetti al sugo…». Le donne eccentriche facevano colpo si di lui. Una delle ultime amanti fu un’etnologa, Jean Lidlow, che teneva sempre una scimmietta sulla spalla. Un giorno, racconta Mario Tedeschi che diresse Il Borghese alla morte di Longanesi (un infarto lo colse nel 1957 mentre era in redazione, alla sua scrivania), dopo un pranzo con Ansaldo e Gianna Preda, la signora fu riaccompagnata a casa, in via dei Coronari. «Avanti lei, tra Longanesi da una parte e io dall’altra; dietro, più saggio, Ansaldo in compagnia della Preda. Imboccammo i Coronari e subito, da un baretto, partì un grido: ‘Anvedi, er circo Togni…’ ». Longanesi scrisse molti libri nei quali i veleni della satira si fondono con un senso nostalgico del passato, della perduta Italia ottocentesca. Tra i suoi titoli ricordiamo Il mondo cambia, In piedi e seduti, Un morto tra noi, Parliamo dell’elefante, Me ne vado.

UN MISTERO PER TUTTI. Alla fine Longanesi resta un inafferrabile, anche per gli amici intimi i quali concordarono nel ritenere impossibile affibbiare al personaggio un’ideologia. Per Mario Soldati «Longanesi è rimasto un segreto per tutti» e il suo segreto non poteva essere che «tragico». Conferma lo scrittore Corrado Pizzinelli: «Longanesi, così vivo e vitale, pieno di voglia di realizzare, così anarchico, era nel suo intimo logorato dalla consapevolezza che lavorava e si agitava per nulla e che nulla nella vita valeva la pena. Un’involuzione iniziata quando, nel 1943, lasciata Roma fuggì a Napoli…». Ma accanto al Longanesi intimo, c’era il Longanesi dotato di una rara passione civile, del quale ha sempre dato testimonianza Mario Tedeschi: «Longanesi dell’Italia parlava sempre male, ma l’amava. Tutti hanno un loro Longanesi racchiuso in una formula. Ecco il mio. Era un anarchico liberale, che amava l’Italia e voleva l’ordine. E non dimentichiamo quanto fece per la causa della libertà, ma in concreto, senza tante chiacchiere…».

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