Valentina Cortese
La moda che cambia 4 Settembre Set 2017 1014 04 settembre 2017

Il ricordo della Diva Cortese schiaccia le stelle del nostro cinema

Il docu-film di Patierno presentato a Venezia, nonostante l'ottimo montaggio e l'intento divulgativo, è una delusione. Tra interpretazioni approssimative e costumi sciatti, era meglio evitare quel confronto impari.
 

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L’altra faccia del divismo egoriferito e ruffiano del documentario The human flow di Ai Wei Wei con i suoi selfie, i suoi camei, le sue costosissime riprese dei campi/flussi/volti migratori, le sue inquadrature da compendio dell’arte politico-celebrativa otto-novecentesca (Géricault, Delacroix, Pellizza da Volpedo, la Russia stalinista, Sironi, citatene uno a caso andrà sempre bene perché ci sono tutti), che avevamo già sospettato nella mostra di Palazzo Strozzi la scorsa primavera e che ora è parso lampante perfino ai suoi più devoti fan, è il divismo presuntuoso e parassitario di cui il docu-film Diva! di Francesco Patierno dedicato a Valentina Cortese è, suo malgrado, un grandioso esempio.

SCHIERA DI DIVI IN MEMORIA. In un festival sempre più social, popolatissimo di divi veri come Jane Fonda, che nel (mediocre) film di Ritesh Batra è pettinata come Sissy Spacek 30 anni fa e ostenta fragilità, ma dal vivo è una bomba, c’è una nutrita congerie di divi in memoria: Gianni Agnelli, Marco Ferreri, Mary Pickford (oh, la meraviglia di Rosita) e, appunto, la Cortese. L’idea di coniugare antico e nuovo, vecchi spezzoni e fresco storytelling, un occhio al pubblico nostalgico, uno a quello più giovane e da acculturare senza impegno non è nuova ma, essendo molto di moda, funziona. Patierno è un bravo regista, la direttrice del montaggio una maga a cui si spera che sarà grato. La scelta delle clip tratte dai film italiani e hollywoodiani della Cortese riecheggia abilmente le vicende reali della sua esistenza, marchiata per sempre dall’abbandono della madre anaffettiva ed egoriferita, e propone spezzoni davvero inediti per chi, e sono tantissimi, non hanno mai avuto modo di conoscerne la filmografia americana.

Ma perché si debbono ascoltare le parole di Valentina Cortese nel vernacolo di Silvia D’Amico e di Carlotta Natoli?

Il filo narrativo fra una clip e l’altra viene invece fornito dalle molte pagine della sua autobiografia Quanti sono i domani passati, edita da Mondadori nel 2012, ed è affidato a otto fra attori e attrici del nostro cinema, fra cui Michele Riondino, che recita (discretamente) una strepitosa lettera d’amore di Giorgio Strehler, e sette signore che, salvo due sole eccezioni, dal confronto escono distrutte. Annullate, semplicemente, e nonostante la recitazione forzatamente datata della Cortese degli anni di Blasetti e delle commediole anteguerra. Isabella Ferrari ha imparato, tant bien que mal, a recitare. Carolina Crescentini ha un dono naturale e una presenza scenica affinate dall’esperienza; entrambe parlano in italiano. Ma perché si debbono ascoltare le parole della Cortese nel vernacolo di Silvia D’Amico e di Carlotta Natoli e che ve lo dico affa’?

UN CONFRONTO IMPARI. Perché nessuno si è premurato di correggere la pronuncia francese di Anna Foglietta, che dopotutto avrebbe dovuto imparare solo a pronunciare correttamente il nome Sévérine per non stonare troppo accanto allo spezzone originale di Effetto notte, non una tragedia in cinque atti di Corneille? E perché nessuno ha insistito perché Massimo Cantini Parrini, non certo un incapace, evitasse di infagottarle tutte in brutti costumi di recupero e pettinature prive di stile? Eppure, fra tutti quei film, le soluzioni geniali e anche economiche per far meglio figurare le nostre sette presunte stelle non mancavano, a partire dalla parrucca che Valentina Cortese indossava al contrario in Giulietta degli spiriti e che nel docu-film compare più volte con la memoria del pluri-premio Oscar che gliel’aveva messa, Piero Gherardi. Bastava poco, forse bastava meno. Bastava, soprattutto, tentare di evitare quel confronto impari.

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