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La moda che cambia 10 Settembre Set 2017 1000 10 settembre 2017

Gonna o pantaloni poco importa: la mascolinità non sta nel vestito

La decisione dei magazzini inglesi John Lewis di togliere le etichette di genere sugli abiti da bambino ha acceso il dibattito. Eppure per millenni in ogni continente, compreso il nostro, le gambe libere sono state una prerogativa tanto femminile quanto maschile.

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Henri Beaubrun, ritratto di Luigi Deodato di Borbone a tre anni, futuro Re Sole e gran sciupatore di femmine, anno 1641. Abito indossato: veste lunga in batista ricamata, lunga guarnacca con profili in ermellino. Sir Anthony Van Dyck, ritratto di William III, principe di Orange, anno 1636. Abito indossato: veste lunga in seta azzurra a righe bianche con scollatura quadrata e breve mantellina in batista, maniche a sbuffo, cuffietta di batista inamidata con ricami. Futuro re della Glorious Revolution e dei “tre regni”, condottiero della coalizione protestante opposta a Luigi XIV. Potrei continuare così per tre pagine sulla sola ritrattistica europea, sarei terribilmente noiosa, e forse non riuscirei comunque a convincere chi mi legge dell’insussistenza della polemica di questi giorni sul tema degli «uomini con la gonna».

ABITI GENDER. Da quando la catena di grandi magazzini inglesi John Lewis ha deciso di vendere congiuntamente, on the same rack, cioè sulla stessa rella, gli abiti per i bambini di entrambi i sessi, sui media ufficiali e sui social è scoppiato il dibattito sull’opportunità di offrire anche ai maschietti la scelta fra gonne e pantaloni, così come avviene per le femmine da un centinaio di anni più o meno in tutto il mondo occidentale. Che una nazione che ancora include la Scozia, dove il costume tradizionale maschile è una gonna, stia ultimamente assumendo atteggiamenti politicamente corretti come l'affido, poi revocato, di una bambina di 5 anni a famiglie islamiche osservanti è un fatto; che questo accada nello stesso Commonwealth dove, fino all’altro ieri, l’unico atteggiamento ammesso era il senso di superiorità nei confronti di ogni altra cultura è altrettanto incontrovertibile, ed è forse per questo che le ultime misure assunte a livello politico e culturale tanto colpiscono e fanno discutere.

Filippo d'Orleans omosessuale era nato, e tale sarebbe rimasto; eppure, fu un buon marito per Enrichetta di Inghilterra e generò un tale numero di figli da trasformarsi nel «nonno d’Europa»

Queste evidenze, però, non devono sviare l’attenzione dal punto, e cioè che per millenni, in ogni continente e in ogni area geografica compresa la nostra, la cosiddetta gonna o, più genericamente diciamo le gambe libere sono state una prerogativa tanto femminile quanto maschile: talvolta, come in Cina, quasi esclusivamente maschile. I calzoni, o pantaloni come da origine francese, che a sua volta prende spunto dall’omonima maschera veneziana, furono un uso importato dalle regioni del Nord, comprensibilmente, che i romani definivano “barbaro”. Per gli uomini, indossare i pantaloni, indumento di protezione sia dal freddo sia dalle attività connesse con lavori molto umili e molto faticosi, era segno di sudditanza sociale e culturale. Non è un caso che furono dapprima le classi popolari, e in particolare i manovali, ad adottarli.

LA PRASSI PUÒ CAMBIARE. D’accordo, direte voi, ma ormai da tempo immemorabile l’uso dei pantaloni è diventato consuetudine, un po’ come la proibizione del matrimonio fra i preti cattolici: non è un dogma, ma una prassi. Bene, le consuetudini e le prassi cambiano e, per quanto mi riguarda, se cambiassero alcune fra quelle ecclesiastiche (per esempio il celibato, che venne suggerito per ragioni principalmente patrimoniali dal canone 33 del Concilio di Elvira del 306 e confermato dal Concilio di Cartagine del 390), la Chiesa ne trarrebbe solo vantaggi. Non è la gonna l’elemento dirimente della mascolinità, così come i pantaloni non lo sono per quello femminile.

GLI ABITI SONO SIMBOLI TRANSITORI. Ho sempre detestato le bambole e adorato le costruzioni, in particolare i Lego, come decine di mie amiche, eppure questo non ha fatto di me e di noi dei maschiacci, anzi il contrario. Gli abiti, sempre da etimologia, habitus in latino che traduce il termine greco aristotelico héxis, cioè modo di essere, comportamento, sono simboli transitori, legati a condizioni storiche, filosofiche, sociali. Nessuna di noi avrebbe voglia oggi di intrattenersi con un uomo in culotte courte, pommade sulla parrucca, rouge sulle guance: eppure, alla corte di Luigi XV qualunque seduttore non avrebbe accettato di usare uno solo in meno fra questi accessori. Non è un vestito a fare un uomo, o una donna, e nemmeno a Luigi XIV riuscì di trasformare del tutto il fratello Filippo, il celeberrimo Monseigneur, in un debosciato, esponendolo fin dall’infanzia agli abiti femminili e a un circolo di travestiti. Omosessuale era nato, e tale sarebbe rimasto; eppure, fu un buon marito per Enrichetta di Inghilterra e generò un tale numero di figli da trasformarsi nel «nonno d’Europa». Da lui derivano metà delle case tuttora regnanti. Da Luigi XIV, il gran maschio, praticamente nessuna. La mascolinità, eventuale, è un fatto di cultura e di educazione. Non di drappi di stoffa.

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