Norman Manea
22 Settembre Set 2017 1245 22 settembre 2017

«Per noi esiliati il linguaggio è il nostro paese»

La deportazione durante l'infanzia, l'esilio volontario a cinquant'anni, la perdita della lingua nativa. L'intervista allo scrittore romeno Norman Manea in occasione dell'uscita di Corriere dell’est.

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Con Norman Manea, forse il più acuto e significativo scrittore romeno contemporaneo attivo al di fuori della sua patria, si può parlare di tutto, ma il tutto ritorna sempre allo stesso punto, all’esperienza che perennemente lo ha segnato: il doppio esilio, quello vissuto da bambino e quello da lui intrapreso molti anni più tardi, verso gli Stati Uniti. Dipende forse anche nel suo DNA di ebreo “huligano”, come ama definirsi, di uomo in uno sradicamento esistenziale persistente, dato che ha in comune con molti altri ebrei. Non c’è per lui tema che non rimandi in definitiva alla storia, quella personale e del suo popolo. È impossibile prescinderne.

L'OLOCAUSTO COME SCONFITTA DELL'UOMO. Allo stesso tempo, Manea prende le distanze da un’eccessiva autocommiserazione che alle volte traspare nella memorialistica sulla Shoa. Anche per lui, come per un altro grande ebreo italiano del Novecento, Primo Levi, la tragedia dell’olocausto è innanzi tutto una sconfitta dell’uomo, prima ancora che un attacco diretto al suo popolo. Probabilmente anche Manea sottoscriverebbe quello che Primo Levi aveva dichiarato in una famosa intervista del 1982 al Manifesto: «ognuno è ebreo di qualcun altro».
Ne parliamo con lui in occasione della tournée di presentazione del nuovo libro-intervista Corriere dell’est, un dialogo di oltre duecento pagine con il filosofo Edward Kanterian, pubblicato in Italia da Il Saggiatore con la traduzione di Anita Bernacchia.

Lo scrittore Norman Manea

Fotografia IRCRU Venezia - Fotografie IRCCU Veneţia

DOMANDA: Nel suo libro lei dice, a proposito dell’esperienza dell’esilio: «Sono partito all’età di cinquant’anni, ora sono un fossile che è riuscito a sopravvivere». L’esilio come morte e resurrezione. Ma come si vive dopo la propria morte?
RISPOSTA: In realtà non avviene mai un vero distacco, ci si porta dietro il passato con il ricordo di ciò che è scomparso dal nostro orizzonte. Ho scritto che mi sentivo come un turista della posterità perché l’esilio è stato per me uno shock terribile. Già lo avevo vissuto quando avevo solo 5 anni con la deportazione in Transnistria insieme alla famiglia. Poi a cinquant’anni la scelta volontaria di abbandonare la Romania. Che cosa succede dopo, mi chiede? Voi che siete cristiani dovreste saperlo: dopo la morte c’è la resurrezione, cioè si continua a vivere. Si continua, però, portandosi il peso del passato. L’esilio è una terribile esperienza di dislocazione e di spossessamento: fuori dalla tua vita, dal tuo paese, dagli amici, dalla famiglia. Tutto si perde in un momento. Nel mio caso è stata anche la morte come scrittore, la perdita della lingua nativa, che è la vera madre-patria. Anche se ti trovi in disaccordo con il tuo paese, se sei un ribelle, il linguaggio è il tuo paese. Sono diventato uno straniero per le persone attorno e per me stesso. È difficile cambiare tutto a cinquant’anni, Gesù lo ha fatto molto prima. Non si hanno più grandi speranze, soprattutto la speranza di rivivere, nel caso di un agnostico come sono io. Per questo dico di essere un turista della posterità. Quando sono poi tornato in Romania nel 1997 mi sono sentito un estraneo anche se con molti ricordi e molta nostalgia: è stato un dolore sordo e spiacevole.

D: Nel suo romanzo-biografia Il ritorno dell’huligano ci sono solo accenni ai cinque anni trascorsi nel campo di concentramento in Transnistria. E nel Corriere dell’Est lei biasima la retorica dell’antisemitismo, affermando che «quando la trattano gli ebrei, somiglia a un lamento»…
R:
Non ne ho accennato nel romanzo perché è stato un incubo e non mi sentivo a mio agio nello scriverne. Ma anche perché la memorialistica dei campi di concentramento, dell’olocausto, è stata molto sfruttata, è diventata quasi un business. Beckett diceva a proposito della sua poesia: non c’è nulla da dire, ma questo non posso non dirlo. Ma io non volevo sfruttare la mia biografia, cadere nel sentimentalismo per farmi lettori, tutti amano le vittime. È vero, avevo perso tutto, ma bisogna accettarlo e andare avanti: sei un essere umano e devi affrontare il bene e il male sempre, ogni giorno. Non c’è solo l’orrore, altri capitoli sono positivi.

D: E che cosa l’ha spinta, allora, con Il ritorno dell’huligano a raccontare la sua vita, le peripezie di un ebreo tra la deportazione fascista in Transnistria e gli anni sotto il regime comunista?
R:
Ma sono stato quasi costretto! Al mio editore americano, Strauss, che era anche amico avevo raccontato qualcosa della mia vita. Il giorno dopo mi ha mandato una lettera chiedendomi con insistenza di scriverla. Solo che lui voleva una biografia, io un romanzo. Alla fine è diventata una via di mezzo.

D: Nella memorialistica romena del Novecento emerge spesso il racconto paradossale di un incontro con la gioia, pur nella terribili condizioni carcerarie del regime comunista. Penso, tra gli altri, a Steinhardt, Gafenku, mons. Ghika, Petre Tutea. Come lo spiega?
R:
È vero. Qualcuno ha forse provato la gioia perché ha trovato in quell’esperienza drammatica una consistenza, una densità umana che nella vita quotidiana manca. Ero amico di Kertész e anche lui mi diceva che era stato il periodo forse più bello o, comunque, importante della sua vita. Anche se da un punto di vista materiale non era possibile, spiritualmente era stato iniziato alla tragedia della vita, alla sua pesante ostilità. Steinhardt ha scritto delle pagine molto profonde sulla sua esperienza di detenzione, ma quando l’ho conosciuto più tardi, ormai libero, era diventato, un piacevole, intelligente, charmant uomo di mondo, che frequentava ristoranti alla moda come quello dell’Athenee Palace a Bucarest. Solo quando si è fatto monaco al monastero della Rohia, negli ultimi anni della sua vita, ha ritrovato secondo me la sua coerenza.

D: Lei ha in più occasioni accennato alla sua vita come «esperienza huliganica». Ci può spiegare?
R:
Il termine può avere più significati. Quando Mircea Eliade lo introduce negli anni Trenta allude al mito del nazionalismo: rompere con le convenzioni del passato, sfidando il potere, anche con la violenza. Ma quasi contemporaneamente un mio “maestro”, l’ebreo Mihail Sebastian, se ne appropria per indicare la condizione di sradicamento, di emarginazione rispetto al sistema che spesso ci caratterizza. Nae Ionescu, filosofo diventato nazionalista, inizialmente amico di Sebastian, scrisse a questo proposito: qualsiasi cosa fanno gli ebrei devono sempre soffrire, è il destino di Giuda. C’è forse del vero… Mi sembra di scorgere un parallelo tra i nazionalismi degli anni Trenta e un certo fondamentalismo religioso attuale: entrambi vivono la morte, il sacrificio, come un’esperienza mistica, il culmine della vita.

D: Per chiudere, come sono i suoi rapporti con l’Italia?
R:
La mia relazione con l’Italia è un love affair, con alti e bassi, com’è normale. Tabucchi è stato forse il mio migliore amico, così come Magris. Siamo entrambi latini: noi romeni forse più complicati in quanto latini dell’est.

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