RICERCATORI
29 Settembre Set 2017 1142 29 settembre 2017

Notte dei ricercatori, la voce dei cervelli fuggiti all'estero

Pochi investimenti. Criteri di valutazione obsoleti. Baronato. Stipendi ridicoli. Eppure la preparazione italiana resta una eccellenza. Chi ha lasciato il nostro Paese spiega lo spread con il resto d'Europa.

  • Elena Paparelli
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Se da un lato il 29 settembre, come ogni anno, si celebra la Notte europea dei ricercatori, grande kermesse organizzata da Frascati Scienza per portare ricercatori e scienza fra cittadini, giovani e studenti, dall'altro non si spegne il dibattito sulla scarsità dei finanziamenti a Università ed enti pubblici di ricerca, tra le cause dell'inarrestabile “fuga dei cervelli” che, dal 2008 a oggi, ha visto già 10 mila ricercatori fare le valigie.

ITALIA E RICERCA. Secondo l’Ocse l'Italia è tra i Paesi sviluppati con il più basso numero di ricercatori al mondo: nel 2015 la loro percentuale su mille occupati si attestava al 4,73% contro una media europea del 7,40%. Eppure l’ultimo rapporto 2016 sullo stato del sistema universitario e della ricerca (redatto dall'Anvur) sottolinea come la quota italiana delle pubblicazioni su riviste scientifiche sia maggiore della media mondiale. Nel periodo 2011-2014 per esempio rappresentava il 3,5% del totale, con una crescita del 4% annuo. Tuttavia non basta l’impatto della nostra ricerca sulla scena internazionale per contenere l’esodo dei cervelli né tantomeno per attirare ricercatori stranieri pronti a investire il loro futuro nelle nostre università.

Un ricercatore che si è formato in Italia è competitivo anche all’estero. Ma se rimani in Italia senza fondi è chiaro che non puoi fare carriera

Antonino Di Piazza, professore di Fisica Nucleare al Max Planck, Germania

«In Italia», spiega a Lettera43.it l’Astronomo Simone dall’Osso, attualmente a New York con una posizione di Research Associate presso l’Università di Stony Brook, «esiste un enorme problema di valutazione delle competenze. L’Anvur non mi pare affatto adeguata perché si basa su pochissimi criteri, grossolani e meramente quantitativi, che sono notoriamente soggetti a forti distorsioni nella valutazione di un ricercatore». E aggiunge: «La valutazione in tutto il mondo avviene tramite la creazione di una short list di candidati, basata sui curriculum e su una descrizione degli obiettivi di ricerca e dello stile di insegnamento. I candidati in short list vengono poi intervistati. Al termine di questo secondo step, è individuato il vincitore».

PRECARIETÀ KILLER. «Dopo la riforma Gelmini», commenta la biologa Elena Picchiassi, ricercatrice all’Università di Perugia, «è aumentata ancora di più la precarietà dei ricercatori perché alla scadenza dei tre anni di contratto se non si riesce a diventare professori associati si rimane disoccupati. E per fare ricerca seriamente servono una stabilità e una continuità lavorativa». La sua esperienza lo conferma: «Il passaggio dalla conoscenza del meccanismo patogenetico di una malattia alla possibilità di trovare una terapia richiede anni di lavoro e se questo processo viene interrotto dalla precarietà del personale e dalla variabilità dei finanziamenti molto probabilmente non arriverà mai a compimento o comunque sarà molto rallentato».

FONDI PRIN, LUCI E OMBRE. Tuttavia, dal 2015, molti sono stati i ricercatori passati al ruolo di associati. E l’annuncio della ministra Valeria Fedeli di stanziare 400 milioni di euro per i progetti Prin, cioè per finanziare la ricerca di base, non poteva non essere salutata con favore dall’intero corpo docente. Anche se non mancano voci critiche, anche all'estero. «Essenzialmente», dice Luca Viglialoro, ricercatore e insegnante di Estetica letteraria italiana all’Università Heinrich Heine di Düsseldorf, «molti progetti Prin in passato sono serviti solo per ingrandire, a mo’ di bolle di sapone, i curriculum di alcuni ricercatori e al contempo per "indebolire"chi non era allineato per ragioni disciplinari, non certo etiche. Mi aspetto iniziative molto più ingenti e, soprattutto, incisive da un ministero così importante». E rilancia: «Bisogna puntare tutto sull’Europa, sulla possibilità di usare fondi che spettano anche alle università italiane e saper risparmiare, cosa che finora non è stata fatta per mantenere relazioni di potere destinate a giungere al termine».

Il fisico Antonino Di Piazza, volato in Germania al Max Planck di Fisica nucleare per un Post Doc e dal 2012 in posizione permanente, tornerebbe in Italia a lavorare a patto di avere uno stipendio in linea con gli standard europei. «A livello di insegnamento universitario direi che non abbiamo da invidiare nulla a nessuno. Un ricercatore che si è formato in Italia è competitivo anche all’estero. Ma se rimani in Italia senza fondi è chiaro che non puoi fare carriera». E la mancanza di chiarezza nei meccanismi di promozione non aiuta: «La differenza tra Italia e Germania nel reclutamento dei docenti», sottolinea, «è che in Germania si presta maggiore attenzione alla ricerca che il docente intende portare avanti in un’Università»

ITALIA ALLO STATO FEUDALE. Anche Carlo Panara, 42 anni, Professor of Comparative Public Law alla John Moores University di Liverpool, fra i punti di forza del suo attuale ambiente di lavoro mette lo stipendio elevato, la possibilità di un avanzamento rapido nella carriera, e l'assenza di quel sistema feudale che caratterizza le università italiane con le loro gerarchie di cattedra. «Lo stipendio dei professori qui dipende dalla loro produttività scientifica», precisa. «In questo modo, sono incentivato a continuare a fare ricerca non solo perché è giusto farla e perché mi piace farla, ma anche per motivi economici e di carriera».

I RISCHI PER IL FUTURO. Nella sua personale classifica europea, «fino alla Brexit, la Gran Bretagna era l'Eldorado d'Europa». Ma anche «Olanda e la Germania offrono buone possibilità. La seconda forse più nel campo scientifico ma resta potenzialmente una miniera di borse di studio e di opportunità per giovani ricercatori». Stendendo un bilancio della fuga di cervelli, Panara non ha dubbi: «L’Italia dovrebbe porsi il problema di attrarre ricercatori dall'estero. La Gran Bretagna è o era un importatore netto, la Germania ne importa e ne esporta, mentre noi siamo un esportatore netto. E questo alla lunga rischiamo di pagarlo caro».

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