Tom Petty 6
3 Ottobre Ott 2017 1054 03 ottobre 2017

Tom Petty, rockstar timida che cantava la nostalgia

Artista ispirato, serissimo, cantore dell'America. Una carriera non facile, vissuta in modo defilato. Subiva, assorbiva e liberava le avversità in liriche di sofferenza per immergersi sempre più devoto nella sua musica.

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Nel giorno dei 50 anni dalla morte di Woody Guthrie se ne va Tom Petty; se ne va ufficialmente, preceduto da uno sconcertante balletto necrologico – è morto, no, è aggrappato alla vita, è irreversibile, no, c'è ancora speranza – impensabile nell'epoca della comunicazione istantanea e globale. Nel tempo della peggiore strage americana, saluta Tom Petty che suonava la musica “Americana”, non un modo di dire ma un genere che è già di suo una miscela, una mistura di sottogeneri e che lui aveva interpretato, rifinito ancora di più. Cede ad un infarto a casa sua, a Malibu, dopo l'ultimo di tre concerti a Los Angeles, Tom Petty, leader degli Heartbreakers, ultimo disco tre anni fa, il più che dignitoso Hypnotic Eye, più o meno a 40 anni dall'esordio; in mezzo, una cavalcata nella musica sempre a livelli alti, talvolta altissimi, eppure vissuta in quel certo modo defilato, quasi timido.

Dato, di volta in volta, per l'erede di Dylan, di Mc Guinn dei Byrds, di questo e di quello, è sempre rimasto saldo sulle sue gambe, collaborando con il meglio della scena americana e quindi mondiale, ma sempre appena un passo indietro

Petty, con la faccia allungata, i lineamenti irregolari e quei capelli che lo rendevano macabro come un personaggio da film splatter, (lasciarsi crescere la barba nell'età della ragione avrebbe poi risolto tutto), in realtà era tutt'altro: mai stato il simbolo di un rock debosciato e maledetto quanto quello di un artista ispirato, serissimo, sempre concentrato a spremere la sua musica migliore, anche la più onesta. Dato, di volta in volta, per l'erede di Dylan, di Mc Guinn dei Byrds, di questo e di quello, è sempre rimasto saldo sulle sue gambe, collaborando con il meglio della scena americana e quindi mondiale, ma sempre appena un passo indietro: «Bob Dylan è avanti anni luce, ma puoi sempre osservarlo e imparare». Non erano frasi di circostanza, Tom era proprio così, anche se poi incideva con Jeff Lynne, con lo stesso Dylan, con i Traveling Wilburys, dove insieme a Mr. Zimmerman c'erano Harrison e Orbison, e lui faceva un po' la mascotte, il piccolo, il ragazzo in quella formazione estemporanea di senatori.

Fin dalla giovinezza a Gainesville, nella paludosa Florida, profondo Sud che avrebbe marchiato a fuoco il suo gusto musicale, era un sensibile, soggetto ad attacchi di stress, a scoppi di rabbia impotenti, come quando picchiò un gran pugno contro il muro rovinandosi una mano per quasi un anno, mandando a pallino l'ambizioso progetto di un album doppio. E il destino non è stato tenero con questa non-rockstar, rutilante quasi suo malgrado, regalandogli problemi enormi con l'ambiente discografico, un divorzio e le altre trappole che una rockstar dannata risolve lasciandosi ancora più andare, esagerando sempre di più, ma che lui, invece, subiva, assorbiva, liberava in liriche di sofferenza, in un immergersi sempre più accanito, sempre più devoto nella musica. La sua musica.

Tom Petty and The Heartbreakers, la discografia consigliata

Tom Petty and The Heartbreakers erano una leggenda del rock tutto "Made in Usa". Ma rocker di Gainesville si è spento dopo un attacco cardiaco nella sua villa di Malibu, in California.

Non era un perdente, era uno che, a suo modo, reagiva: «Non voglio essere una di quelle persone che hanno successo ma sono infelici, non è così che deve andare la mia vita». Ma invece andava così per questo musicista non attrezzato per il successo. Pure, ne ebbe parecchio; il suo lungo momento d'oro attraversa gli Anni 80, anticipato dal plurivenduto Damn the Torpedoes, del 1979, poi Hard Promises, di due anni dopo, meno apprezzato da certa critica, il maggiormente quotato Long After Dark, dell'anno seguente, il vibrante, dal vivo, Pack Up The Plantation: Live!, l'album solista Full Moon Fever, a chiudere la decade d'oro, ma non certo una carriera che non si sarebbe mai fermata. Fino all'infarto che spezza il cuore e lascia tanto rimpianto. Bob Dylan si è detto straziato, e non gli capita spesso. Mick Jagger ha subito twittato un messaggio di cordoglio, e le condivisioni ruotavano impazzite.

E questa è la storia di Tom Petty, fragile e resistente, mai di moda ma impermeabile alle mode, cocciuto e utopista (voleva che i dischi costassero meno, e non concepiva che i colossi discografici da quell'orecchio non ci sentissero), diventato un classico senza essere davvero una rockstar, grande fra i grandi ma sempre a schermirsi, anche quando, probabilmente, il suo era diventato, ebbene sì, il nome più scintillante dopo quello di Springsteen. Un grande artista, che aveva saputo ridefinire un genere che di nostalgia, in fondo, si nutriva. Un uomo integro, puro in un mondo di figli di puttana. Un altro che va via troppo presto, quando nessuno se lo aspetta, ancora lanciato verso un mare di cose da fare, di musica da produrre, di concerti da suonare.

IMPREGNATO DI AMERICA. Il destino di uno così, il capo degli spezzacuori al quale si spezza il cuore all'aurora dei 67 anni (li avrebbe compiuti fra una manciata di giorni), era quello di incarnarsi sempre nel modo meno comodo, forte di una difficile integrità: se n'è andato, lui così rigoroso, così leale, così morale, quando la sua America, di cui era impregnato, di cui ogni sua nota, ogni suo passaggio di chitarra cantava, questa America sembra aver perso la testa, preda di se stessa, di una strage che la lascerà traumatizzata per sempre, strozzata da tanti, forse troppi interrogativi. Chissà se è un caso, chissà fino a quando è un caso.

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