Nobel
5 Ottobre Ott 2017 1718 05 ottobre 2017

Nobel per la Pace, un premio alle intenzioni

Passato virtuoso e battaglie? Niente di tutto questo. Ormai il riconoscimento è assegnato per indicare una direzione politica, un obiettivo. Da Kissinger a Obama, passando per Malala a Aung San Su Kyi, i dubbi e le polemiche. 

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«Una sorta di premio Nato», «quasi mai attendibile» e «spesso controproducente». Mai definizione del Nobel per la Pace è stata più attuale. E infatti è parola di Thomas Christian Sudhof, a sua volta un Nobel (per la Medicina, 2013). Un'opinione raccolta dal giornalista austriaco Emil Bobi nel suo The Nobel Peace Prize: The Truth Behind the Honor (Ecowin 2015), un lavoro d'inchiesta che cerca di capire come mai per oltre un secolo nessuno abbia mai messo veramente in discussione la fondazione Nobel, ormai tra i più influenti e indiscussi opinion maker del Pianeta.

UN PREMIO ALLE INTENZIONI. Il premio, nelle volontà di quell'Alfred di cui porta il nome - peraltro inventore del detonatore e della dinamite - dovrebbe andare a individui e istituzioni che «hanno fatto del loro meglio per la fratellanza tra le nazioni, l'abolizione o la riduzione degli eserciti e per promuovere la pace». Risultati che sempre più spesso vengono disattesi dalle azioni dei Nobel stessi. Perché? Ormai più che riconoscimento e ricompensa per un passato virtuoso, il premio pare sempre più spesso assegnato con l'intenzione di indicare una direzione politica auspicabile per il futuro. Insomma si è passati dal giudicare la carriera a giudicare le intenzioni.

Aung San Suu Kyi.

Forse l'esempio più calzante è quello della pachistana Malala Yousafzai, che era appena 17enne quando nel 2014 fu insignita di quest'onore assieme all'indiano Kailash Satyarthi «per la loro battaglia contro la repressione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all’educazione». Se diventerà una politica senza scrupoli è ancora troppo presto per saperlo. Per ora la più giovane dei premi Nobel per la Pace studia a Oxford ed è recentemente salita alle cronache per aver chiesto pubblicamente alla sua “collega” Aung San Suu Kyi di condannare «il trattamento tragico e vergognoso» riservato alla minoranza musulmana dei rohingya.

LADY TRA LE POLEMICHE. Che la Lady birmana stia disonorando il Nobel per la Pace ottenuto nel 1991 «per la sua lotta non violenta a favore della democrazia e i diritti umani», l'abbiamo letto quasi ovunque. La si accusa di aver ignorato quel che i militari – gli stessi che l'hanno costretta a 15 anni di arresti domiciliari - stanno facendo a Nord del suo Stato e che l'Onu ha definito «pulizia etnica». Non male per chi aveva dichiarato che «l'obiettivo deve essere quello di costruire un mondo privo di sfollati, senza tetto e senza speranza, un mondo in cui ogni singolo luogo possa essere un vero santuario in cui gli abitanti possano avere la libertà e la possibilità di vivere in pace».

IL DIETROFRONT DI OXFORD. Oxford, che la annoverava con orgoglio tra i suoi laureati, ha staccato il ritratto dalle pareti dell'università e l'ha nascosto nei magazzini. E in moltissimi propongono che il comitato norvegese le ritiri il premio. Un'azione che, a onor del vero, è esclusa dallo stesso regolamento della fondazione, dove si legge che non sono ammessi ricorsi sulle sue decisioni. Ma non è la prima volta che un Nobel per la pace viene messo in discussione, anzi.

Barack Obama, Nobel nel 2009.

Forse la prima polemica in ordine di tempo è stata quella su Henry Kissinger, premiato nel 1973 assieme alla controparte vietnamita Le Duc Tho (che non lo ritirò), per aver negoziato un cessate il fuoco. Contemporaneamente bombardava a tappeto la confinante Cambogia. In tempi più recenti c'è stato Barak Obama (2009) assurto agli onori «per i suoi sforzi straordinari nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli» a meno di un anno dal suo insediamento. Lo «sforzo» era evidentemente tanto «straordinario» quanto di breve durata. All'epoca si disse che aveva vinto semplicemente «perché non era Bush». Qualche anno dopo, quando il segretario del comitato per i Nobel Geir Lundestad lasciò la carica, fu lui stesso ad ammettere candidamente che «perfino tra i sostenitori di Obama erano in molti a ritenere il premio un errore. In tal senso il comitato non ha raggiunto il risultato che aveva sperato».

L'AMNESIA SULL'EUROPA. Nel 2012 è stata la volta dell'Unione europea «per aver contribuito per oltre 60 anni all'avanzamento della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti civili in Europa». Peccato che l'Unione non coincida con l'Europa e si siano dimenticati, per fare un esempio, della sanguinosa guerra che ha messo a tappeto l'ex Jugoslavia per tutti gli Anni 90. Ancora l'anno scorso, il Nobel al presidente della Colombia Juan Manuel Santos «per i suoi risoluti sforzi che hanno messo fine a 50 anni di guerra civile» è stato annunciato nella stessa settimana in cui un referendum popolare rifiutava proprio il suo accordo con le Farc.

DAL PAPA A KIM, LARGO ALLE SCOMMESSE. E quest'anno? I candidati, segnalati da istituzioni, politici ed ex Nobel entro la fine di ogni gennaio, sono segreti e lo rimangono per 50 anni. Ma, certo, le indiscrezioni che precedono l'assegnazione del premio fanno felici i bookmaker di mezzo mondo. Per il 2017 si va da papa Francesco, che è dato 1 a 1, all'improbabile Kim Jong-un (100 a 1), passando per Angela Merkel, Edward Snowden e Donald Trump. Scommesse a parte, però, c'è da chiedersi se il Nobel per la Pace abbia ancora senso. L'impressione è che il premio più longevo e meno discusso al mondo sia diventato un semplice strumento politico. O che, come cantava De Andrè, «Cristo drogato da troppe sconfitte/ cede alla complicità/ di Nobel che gli espone la praticità/ di un'eventuale premio della bontà». In ogni caso signori, fate i vostri giochi. Il 6 ottobre conosceremo il nome del vincitore.

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