D'annunzio
7 Ottobre Ott 2017 1500 07 ottobre 2017

Da Italo Svevo a Elena Ferrante: storia dello pseudonimo

Il ricorso a nomi fittizi è una costante nella storia della letteratura: per essere liberi, per non essere discriminati, per marketing. E l'autrice de L'amica geniale sul mistero ha costruito buona parte del suo successo. Una carrellata.

  • Boris Stoinich
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La storia della letteratura occidentale trova le sue fondamenta nell'opera di Omero e Shakespeare. O, meglio, su di un nome, quello di Omero, scelto per dare identità unitaria a una coralità di cantori e su quello di Shakespeare, probabile prestanome. Al di là di questi misteri, quali sono stati i motivi del ricorso a pseudonimi e identità fittizie nella storia moderna della letteratura? Cosa c'è in comune tra Stendhal, Orwell, le sorelle Brontë ed Elena Ferrante?

FERRANTE FEVER. Si è consumata per anni una querelle per scoprire quale fosse il vero nome di Elena Ferrante, al quale è legato il più grande successo commerciale della letteratura italiana dai tempi di Gomorra. Se il nome è noto dal 1992 (anno della pubblicazione de L'amore molesto), è con la saga de L'Amica geniale che l'autrice ha raggiunto la celebrità, compiendo, a ora, tutti i passi tipici del bestseller internazionale: dall'adattamento teatrale a quello televisivo, fino all'imminente omaggio cinematografico. Il documentario Ferrante Fever, infatti, vera e propria testimonianza sul culto nato intorno alla figura della misteriosa autrice, uscirà nelle sale il prossimo 2 ottobre, presentando una raccolta di interviste da parte di suoi affezionati e illustri lettori come Jonathan Franzen e Hillary Clinton. L'uscita del film, diretto da Giacomo Durzi, arriva a un anno di distanza dallo scoop che avrebbe smascherato definitivamente l'identità dell'autrice: la traduttrice Anita Raja. Ma sono moltissimi gli scrittori che hanno scelto, attraverso i secoli e per i motivi più vari, di non firmare le proprie opere con il nome di battesimo.

Vero e proprio maestro del primo romanticismo è stato Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg – in arte Novalis – il cui nome d'arte è una dedica ai propri antenati, proprietari del possedimento nella Bassa Sassonia magna Novalis. Un nome sintetico ed enfatico, quasi un manifesto d'intenti artistici, che racchiude una visione proiettata contemporaneamente verso il passato e verso il futuro.

IL RAPAGNETTA CHE DIVENNE D'ANNUNZIO. Più tronfia la scelta di Francesco Paolo Rapagnetta, ovvero Gabriele D'Annunzio, che oltre a reinventarsi il nome aggiunse ai vocabolari italiani neologismi come 'velivolo', 'tramezzino' e 'scudetto'. Meno noti invece gli pseudonimi di due scrittori eccentrici di fine Ottocento: la poetessa Eva Giovanna Antonietta Cattermole, nota come Contessa Lara, e Frederick Rolfe, detto Baron Corvo. Due soprannomi che equivalgono ad attribuzioni di nobiltà. Ad accomunarli fu anche la fine tragica della loro vita. Baron Corvo, stralunato dandy fuori dal tempo, fu così ambizioso da scegliere la morte in povertà, purché questa lo cogliesse nell'amata Venezia. La 'Contessa' optò invece per il suicidio come nel più classico dei feuilleton, dopo aver passato anni drammatici a fianco di un marito violento.

DA PITTIGRILLI A MALAPARTE. Lo scrittore Pitigrilli, nome d'arte di Dino Segre, è stato letto e conosciuto in vita, ma oggi è quasi totalmente obliterato. E, laddove ricordato, è superficialmente etichettato come scrittore pruriginoso e inutilmente provocatorio. Il suo nome d'arte nascerebbe da un dialogo in francese avuto con la madre in cui si parlava di un animale da pelliccia, lo scoiattolo, in francese petit-gris. Da Pitigrilli, collaboratore dell'Ovra (la polizia segreta fascista) a un altro sostenitore, poi in realtà pentito, del regime: Curzio Malaparte, nato Kurt Erich Suckert. Compagno di scuola di D'Annunzio, l'autore de La Pelle scelse uno pseudonimo per incamminarsi nella strada della scrittura, optando per il ribaltamento ironico del cognome di Napoleone.

Curzio Malaparte.

Chi fece una scelta simile a Malaparte fu Aron Hector Schmitz-Italo Svevo, che nel cognome fittizio volle conservare le sue origini mitteleuropee. Straniero in patria fu a modo suo anche George Orwell, all'anagrafe Eric Arthur Blair. L'autore di 1984' ecise di pubblicare il suo libro d'esordio con uno pseudonimo per evitare che la sua famiglia scoprisse la sua condizione di povertà. Un altro grande scrittore inglese fu Joseph Conrad, nato in Polonia Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski: la scelta dello pseudonimo palesava la volontà di rinnovamento identitario e la dichiarazione di appartenenza a una nuova lingua e comunità.

LA DISCRIMINAZIONE DI GENERE. Da problemi di gusto e dichiarazioni di identità fino a prudenti scelte di marketing. Cominciamo dalle tre sorelle Brontë, nella prima metà dell'Ottocento. La più grande, Charlotte, pubblicò i suoi romanzi firmandosi con il nome maschile Currer Bell. Stessa strategia adottata da Emily e Anne, sorelle ma 'fratelli di penna' sotto i nomi fittizi di Ellis e Acton Bell. Il cambiamento di genere è motivato dal maggior prestigio associato ad una firma maschile. In trempi recenti anche J. K. Rowling ha scelto il nome di un autore fittizio, Robert Galbraith, per firmare il giallo Il richiamo del cuculo allo scopo di godere delle piacevoli conseguenze dell'anonimato.

GRAFOMANI IN INCOGNITO. Ma come non 'saturare' il proprio nome-brand di successo? Stephen King e Agatha Christie trovarono due pseudonimi per dare sfogo alla propria grafomania. Il primo nascondendosi dietro il nome Richard Bachman, la seconda firmandosi Mary Westmacott per esprimere il proprio lato di sé più sentimentale in alcuni romanzi rosa. Un tempo non era semplice e privo di rischi, per gli scrittori, cambiare palinsesto e linguaggio. Così capitò che Isaac Asimov scelse di firmare come Paul French il Ciclo di Lucky Star, una serie di romanzi nati come soggetto per una serie televisiva, alla quale il grande autore di fantascienza non voleva il suo vero nome venisse associato. Un simile timore di declassamento intellettuale deve essere stato vissuto anche da Michael Crichton, che decise di far inserire il suo vero nome in copertina solo al settimo romanzo pubblicato. Il motivo? Temeva che i suoi professori e compagni di studio in medicina venissero al corrente del suo frivolo passatempo: la letteratura.

Stephen King.

ANSA

Se Crichton ha utilizzato tre pseudonimi nella prima fase della sua carriera, c'è chi ha fatto di meglio. Scrittori che hanno forgiato pseudonimi per rispondere a una precisa indole poetica. Fernando Pessoa arrivò a creare centinaia di multipli di sé. Dai più noti alter ego Alberto Caeiro, Ricardo Reis e Álvaro de Campos a moltissimi altri autori immaginari, dotati di una propria psicologia e di un proprio stile. Un gioco prismatico di anime, quello messo in atto dall'autore portoghese, nato dalla grande inquetudine identitaria attorno alla quale sembra volgere tutta la sua opera: «Come può esistere qualcosa che non sia io?».

LA SINDROME DI STENDHAL. Henry Beylenoto come Stendhal - fece qualcosa di simile. La sua carriera letteraria è costellata di una carrellata di firme fittizie: dalle iniziali svianti a nomi assurdi quanto musicali (Henry Brulard, Louis-César-Alexandre Bombet, Anastase de Serpière, Don Flegme). L'autore non desiderava riconoscersi nel nome del padre, il cinico e avido Cherubin Beyle. La vera sindrome di Stendhal è forse quella che è appartenuta e appartiene ancor oggi a tanti scrittori: quella di giocare con le proprie identità immaginarie, abbandonando se stessi e il lettore in un labirinto di specchi. Nel nome di un innocuo inganno, per il piacere del sotterfugio e della farsa.

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