Blade Runner
11 Ottobre Ott 2017 1500 11 ottobre 2017

Il primo Blade Runner, un film sull'orlo di una crisi di nervi

È un classico della fantascienza. Che torna a far parlare di sé per l'uscita del sequel. Ma tra problemi, megalomanie registiche, attriti sul set e un finale controverso, l'opera di Scott del 1982 faticò a imporsi.

  • Mario A. Rumor
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Di "cose che noi umani possiamo solo immaginare" Harrison Ford ne ha viste tante al cinema dai tempi in cui recitò la parte di Rick Deckard in Blade Runner. Oggi di quel film parla con signorile distacco, priorità assoluta va al sequel Blade Runner 2049, nelle sale italiane dal 5 ottobre 2017, di cui è protagonista con Ryan Gosling. Eppure c’è stato un tempo in cui le lamentazioni erano presenza fissa per il divo americano.

FINALE DI SCOTT SPIAZZANTE. Girarlo fu per lui una fatica mentale e fisica. Pochi film come quello diretto da Ridley Scott sono stati flagellati da problemi, megalomanie registiche, attriti sul set e un finale che ha scontentato tutti. Uscito il 25 giugno 1982, Blade Runner approdò al cinema nella versione voluta dalla Warner Bros. Per intenderci: la versione con finale lieto, la voce fuori campo di Deckard e immagini prelevate da materiale di scarto di Shining, e non quella di Scott che negli screening test a Denver e Dallas si era rivelata un disastro, lasciando il pubblico confuso.

Era un film per grandi pensatori tratto dal romanzo di Philip K. Dick Il cacciatore di androidi, penalizzato negli incassi per colpa dell’extraterrestre E.T. di Steven Spielberg (uscito quella stessa estate). Blade Runner con sette versioni alternative ha impiegato 10 anni a diventare un cult. Solo con il successo dell’edizione in videocassetta della versione voluta da Scott agli inizi degli Anni 90 il film è entrato di diritto nell’olimpo dei grandi capolavori, ma nel frattempo ha dovuto farsi strada grazie a un paio di “edizioni definitive” in home video per imporre il suo ego sci-fi.

UN ORIGAMI È PER SEMRE. Per cominciare c’è la director’s cut del 1992 in cui il finale consolatorio viene epurato e sostituito da scena onirica con unicorno preceduta dal beffardo origami lasciato in bella mostra da Gaff, il cacciatore di replicanti con cappello interpretato da Edward J. Olmos. Scena che, alleluia, costringe a dubitare dell’umanità di Deckard. La conferma in the final cut, uscita nel 2007, e considerata dallo stesso Scott la versione definitiva del suo film.

Nell’ambiente del cinema c’era questo tizio visionario, un inglese di nome Ridley Scott, reduce da Alien, che però aveva in mente di fare Dune

L’incontro del secolo per l’attore Hampton Fancher avvenne con il produttore Michael Deeley nel 1977. La storia di Blade Runner iniziò con loro due impegnati a realizzare un adattamento per il grande schermo dal romanzo di Dick. Le prime stesure le firmò Fancher. All’inizio il film si chiamò Mechanismo, quindi Dangerous Days.

DURA RICERCA DEL REGISTA. Fancher volle restare fedele all’originale e la storia tra Deckard e l’androide Rachael gli toccò il cuore. Si cercò un regista: Robert Mulligan pretese troppo e venne scartato. Nell’ambiente del cinema c’era questo tizio visionario, un inglese di nome Ridley Scott, reduce da Alien, che però aveva in mente di fare Dune (e che coincidenza a posteriori: Denis Villeneuve ha diretto Blade Runner 2049 e farà il remake di Dune).

NOIR AMBIENTATO NEL FUTURO. Costretto a rinunciarvi, Scott riprese in mano Dangerous Days. E qui iniziarono i ribaltoni. Ispirato da un racconto di William S. Burroughs, cambiò il titolo del film in Blade Runner. A dispetto dell’appassionata visione di Fancher, Scott immaginava il film come un noir ambientato nel futuro. Inoltre lo stuzzicò l’idea di dubitare dell’umanità del protagonista; fu lui, soprattutto, a introdurre il termine «replicante» al posto di androide. La sceneggiatura di Fancher, in cui peraltro era prevista la voce fuori campo di Deckard, venne affidata allora a David Webb Peoples, uno più accondiscendente e piuttosto abile nei dialoghi.

Ridley Scott.

ANSA

Lo sanno tutti che Ridley Scott è un grande architetto di mondi cinematografici: dai corridoi-trappola dell’astronave di Alien alla città di Roma in Il gladiatore. Con Blade Runner siamo all’apoteosi: la sua Los Angeles del 2019 è innegabilmente una visione decadente e pessimista, con la città tormentata da pioggia e tenebre, in cui vive una società multietnica, vero melting pot linguistico. Una morente città industriale punteggiata da luci al neon e pubblicità che invitano a trasferirsi nelle colonie Extramondo, dove certamente non si vive meglio. Una visione profetica del mondo attuale.

PURE I SINDACATI SI INFURIARONO. Scott richiese la presenza di Syd Mead in qualità di “visual futurist” per concepire il look grafico della Los Angeles del futuro assieme al direttore della fotografia Jordan Cronenweth. Le spinner, le auto volanti del film, sono una sua creazione. Per oltre cinque mesi falegnami e artigiani furono messi al lavoro nei Sunset Gower Studios di Hollywood prendendo ordini direttamente da Scott (cosa che fece infuriare i sindacati), per costruire miniature dei palazzi o sontuosi interni come la Tyrell Corporation che somiglia a un tempio egizio. Gli screzi tra Scott e i tecnici, costretti a lavorare anche di notte per via delle riprese, assunsero la forma di T-shirt che sbeffeggiavano il tirannico regista.

Il nome di Harrison Ford spuntò quasi per induzione avendo recitato in Star Wars, ma il colpo di fulmine per il regista arrivò quando Spielberg gli mostrò alcune scene de I predatori dell’arca perduta

Non meno problematica la scelta dell’attore principale. Tutti avevano una preferenza: lo sceneggiatore Fancher voleva Robert Mitchum, Scott preferiva il più carismatico Dustin Hoffman. Il nome di Harrison Ford spuntò quasi per induzione avendo recitato in Star Wars, ma il colpo di fulmine definitivo per il regista arrivò quando Steven Spielberg gli mostrò alcune scene de I predatori dell’arca perduta che stava girando in quei mesi. Deckard aveva finalmente un volto.

A FORD MOLTE COSE NON PIACEVANO. Nel cast c'era una mezza sconosciuta attrice 21enne di nome Sean Young: fu lei l’algida Rachael. Al buon Ford molte cose non andavano a genio, da subito: non gradì la voce fuori campo e soprattutto non accettò l’idea di Deckard replicante. Quando girarono la scena con gli origami successe quasi il finimondo.

Il tumultuoso dietro le quinte del film fu però una bazzecola se paragonato al risultato finale. La musica di Vangelis nelle sequenze d’apertura è un pezzo da museo della storia del cinema. I monologhi filosofici di Rutger Hauer, piazzati dietro suo consiglio, i più quotati di sempre. Blade Runner è il classico della fantascienza che ha perfezionato il genere cyberpunk al cinema aprendo la strada a numerose altre opere.

QUANTA INFLUENZA ANCHE SU MATRIX. Con i suoi riferimenti colti prelevati dai fumetti di Moebius o dal romanzo Neuromancer di William Gibson, il film di Scott ha un’influenza determinante sulla venuta di Matrix, Battlestar Galactica (la versione tivù di Ronald D. Moore) e Ghost in the shell. Inoltre ha reso appetibile nell’industria dello spettacolo il nome di Philip K. Dick, a cominciare da Total Recall fino alla recente serie televisiva britannica Philip K. Dick's Electric Dreams?.

DICK MORÌ PRIMA DI VEDERE IL FILM. E pensare che Dick era scontento del film e della sceneggiatura di Fancher. A fargli cambiare idea furono Scott e 15 minuti di girato che gli vennero mostrati in anteprima. Ma Philip K. Dick il film non lo vide mai: morì a pochi mesi dalla fine delle riprese, nel marzo 1982.

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