Lucio Battisti 130827192012
14 Ottobre Ott 2017 1000 14 ottobre 2017

Lucio Battisti, con Masters è come ascoltarlo per la prima volta

Suoni, vibrazioni, emozioni tornano alla luce purissimi. Insieme con il talento di un cantante che non si sentiva di poter cantare.

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Di ri-masterizzazioni, re-mixaggi, re-incisioni siamo pieno fino a qui, chè ci escono dalle orecchie. Anche di raccolte e retrospettive e di meglio di e di best of the best a bestia non se ne può più, signora mia, dove andiamo a finire: ma questo Masters, questo cofanetto che, intanto, mette insieme 60 attimi d'eternità battistiana, bè, c'è da credere che sarà impossibile non trovarlo almeno un po'... diverso, per dire molto speciale, per dire imperdibile davvero: suona come non ci si crede, anche senza disporre di un diffusore sofisticato; lo fai scorrere e veramente è sentire Lucio Battisti per la prima volta.

I GIOIELLI NEL CAVEAU IN GERMANIA. È andata così che, nel più puro spirito del capitalismo che rinnova se stesso, approssimandosi il ventennale della morte e bisognando trovare un degno modo di celebrare un artista fondamentale quanto difficile, blindato a livelli asperrimi dalla vedova, del quale tutto ormai si sa a memoria (gli inediti, Grazia Letizia Veronese non li mollerà mai), hanno pensato giustamente di tornare al futuro: sono andati in Germania, dove rimangono custoditi in un caveau i nastri originali, più preziosi d'un diadema, «nastri analogici» dice la noterella stampa che tutti han ricevuto, «restaurati e rimasterizzati a 24big/192KHZ», per dire la qualità massima a tutt'oggi disponibile, con frequenza di campionamento quattro volte superiore a quella di un normale compact disk.

RESTAURO AD ARTE. Le tracce hanno subìto un restauro paragonabile a quello dei capolavori delle arti figurative, delle architetture: puliti, ridefiniti separando i tre strati del nastro, riassemblati con digitalizzazione convertita a quello standard superiore. A supervisionare l'opera dei tecnici, il general manager responsabile del catalogo Sony, Stefano Patara, che giovanissimo, un ragazzo, aveva lasciato la sua firma su un brano importante di Renato Zero, Marciapiedi (1981). «Lucio Battisti come non l'avete mai ascoltato», aveva promesso Patara. È stato di parola, anzi di suono. Dio mio, sì.

“Intanto”: narra la storia solo di un assaggio, in attesa di periodiche riemissioni, tutte ovviamente nello stesso Zeitgeist tecnologico, a cicli trimestrali, in modo sistematico, così da ridefinire, completandola in un biennio, la produzione globale del prodigioso capoccione di Poggio Bustone (Rieti), eccelsa in qualità ma contenuta, in effetti, quanto a volume. Diciannove album tutto compreso, incluso il non significativo Images delle versioni inglesi, pochi pezzi sempre, preferibilmente otto, e un paio di doppi singoli stratosferici. Ma neanche un minuto di non amore e di men che meraviglia.

L'ORDINE IN APPARENZA SCONCLUSIONATO. Ed è qui un ascoltare incredibile, e incredulo, risorto a nuova gioia; no, ma qui sul serio è questione anche di nuovi bilanciamenti, di ricalibrature al punto che, in questo prodigio di potersi credere in mezzo alla sala d'incisione, ci si spiega l'ordine in apparenza sconclusionato, quasi ma non proprio cronologico, dei titoli: come a dire che, in tutto questo nitore, ogni traccia brilla di luce atemporale e può venire proposta, ascoltata quando si vuole, stante la mai declinante ispirazione del Creatore. Perfettamente un paio di cuffie nemmeno superbe, appena normali, sapranno rendere la timbrica di ogni strumento, le linee del basso così prezioso nel Battisti-musicista, che innerva lo strambotto rotolante di Una Donna Per Amico, percettibilmente si colgono i più tenui sospiri, finora sconosciuti, le ruggini e i ruggiti di chitarre, le svisate alla tastiera - “Baldan Baldan Baldan Baldan!” - tutto con un perché, tutto dentro una logica del gusto del suono. Emerge con violenza la superiorità perfino imbarazzante di Battisti anche in questo, nell'amalgama voluta, cercata, raggiunta in ogni pezzo, a creare mondi comunicanti, certo, nella galassia di un album nel sistema stellare del Canzoniere: ma mondi, a girare sul piatto ciascuno di vita propria.

UNA RIVINCITA POSTUMA. Emerge anche il talento di questo cantante che non si sentiva di poter cantare (fu Arbore a obbligarlo), e che sempre dovette riconvincere gli scettici, i cretini dall'udito sordo. Ma basterebbe il rhythm and blues di Un'avventura, il soul (al calor) bianco di Anna, a chiudere le bocche superflue.

Tutto in questa rassegna prodigiosamente nitido, trasparente, come acqua azzurra, acqua chiara ma per niente frigido, poiché ogni timbrica, ogni vibrazione è avvolta in un tepore nuovo e antico, confortevole. E un'altra cosa emerge purissima, il divario con gli ultimi dischi, i “bianchi”, che possono piacere e non piacere, ma la cui elettronica spartana lascia il suono al tempo che trova: e così si capisce clamorosamente il trauma psicologico maturo, voluto, subìto, provocato, di un autore che dal sound partiva e al sound arrivava come nessuno, e in mezzo melodie inarrivabili. Nei “bianchi”, le melodie sono attorcigliate le une alle altre in fili spinati di ritmica sintetizzata, di parole giocattolo e a Mogol, che gliene chiedeva, un po' stravolto, ragione pare Lucio avesse risposto: perché così nessuno capirà, nessuno può fare confronti.

DISCHI COME CORSIE PREFERENZIALI. Ci sono momenti sublimi. La Canzone Della Terra, pazzesca di per sé, con quei 2 minuti iniziali di pure percussioni tribali e poi il fiotto, violento, truce del villano bestione, «Donna mia devi ascoltare», e quella nota lugubre, quella tastiera funebre, «l'ombra di un pino è quel che ci vuole», che inghiotte il bruto in persistenza. La tetraggine blues, da biliardino di periferia, da fumetto nero, da crudezza alienata del Tempo Di Morire, «Motocicletta, 10 accapì» fra Hendrix e King Crimson, e mai fiorir di chitarre fu sì rigoglioso. La commozione ancora più densa, oramai palpabile, di Emozioni in presa diretta, lui rapito da se stesso, che fatica a arrivare in fondo, l'aria orchestrale un refolo della nostra commozione. Inutile dilungarsi, si capisce che i dischi di Lucio Battisti sono corsie preferenziali, ognuno li imbocca come preferisce.

RIVIVERE ANCORA TU. Ma forse, diciamo forse, l'esaltazione più struggente prende quando arriva Ancora Tu: la ritmica delle chitarre dall'accordo consonante e oscillante, sotto l'altro tempo di basso e batteria, duri, compatti mattoncini di suono, e, meraviglia inaudita, la risenti come la prima volta, da un gracchiar di radiolina, 41 anni fa, la stessa eccitazione, la sorpresa è quella: non riascolti: rivivi. All'aurora di un luglio, da via Porpora un'auto scoperta fila via nel primo chiarore di tenebra arresa, un bracciale pesante cinge un avambraccio cattivo fuori dal finestrino a sfumare in una sigaretta spaventosa, nella scia di «Ma non dovevamo vederci più?» evanescente sparisce, provenendo da chissà quale bisca, puttana o rapina torna a chissà quale ristoro famigerato e tu, che stai aiutando tuo padre a imbarcar bagagli per la traversata verso il mare, tu diventi uomo in quel momento.

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