WEINSTEIN TREVISAN
20 Ottobre Ott 2017 1308 20 ottobre 2017

Caso Weinstein, Trevisan: generalizzare deresponsabilizza le persone

Il dibattito è «inquinato». Da categorie e questione di genere. «Le donne sono o Madonne o puttane. Siamo fermi a questo punto da qualche secolo», spiega lo scrittore e attore vicentino. Sfidando ogni moralismo. 

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«O Madonne o puttane. Siamo fermi a questo punto da qualche secolo, anche nella definizione del femminile». Vitaliano Trevisan, scrittore (tra le sue opere I quindicimila passi. Un resoconto; Il ponte. Un crollo e Works), regista, attore (protagonista di Primo amore di Matteo Garrone, di cui è anche co-sceneggiatore), parlando di quello che ormai è diventato il "caso Weinstein" - solo di qualche ora fa è il mea culpa di Quentin Tarantino (leggi l'intervista a Ambra Battilana Gutierrez) - con la sua coda di campagne social, testimonianze, editoriali e commenti quotidiani, si dice «sopreso del «moralismo» che ha coperto come una cerata impermeabile ogni tipo di dibattito, soffocandolo. Anche se, aggiunge a Lettera43.it, «il moralismo non smette mai di sorprendermi». Che si stia parlando di molestie o di furti negli appartamenti, l'atteggiamento è lo stesso: si generalizza, si semplifica, si divide il mondo in categorie. E l'effetto è una «deresponsabilizzazione dell'individuo».

LA TESTIMONIANZA SI TRASFORMA IN PROVA. Un ragionamento che vale sempre, al di là del sesso e delle posizioni. In questo caso, per esempio, «si assume l'assioma che una donna è vittima solo perché dice di esserlo», spiega lo scrittore. «Si generalizza. E nel momento in cui si inquadra una categoria di "vittime", la testimonianza si trasforma in prova». Se poi la testimonianza conferma una idea, è fatta. Per questo, sostiene Trevisan, «il dibattito è viziato. Si resta sulla superficie e non è più possibile argomentare». Lo stesso naturalmente vale per le semplificazioni opposte, per intenderci i "così va il mondo", "ha fatto carriera aprendo le gambe". Il meccanismo è il medesimo. Si continua a ignorare che «il mondo ci pone sempre di fronte a delle scelte».

Vitaliano Trevisan.

E il mondo, in questa vicenda, esce capovolto. «Se c'è una vittima», è il ragionamento, «significa che c'è un colpevole. Così si rovescia l'onere della prova: la vittima si autocertifica ed è il colpevole a dover dimostrare di non essere tale». L'uomo insomma è «molestatore fino a prova contraria». Perché, anche questo è dato per assodato, il molestatore è uomo. «La questione di genere inquina ulteriormente il dibattito», insiste Trevisan. Se l'uomo è un maiale, «la donna o è vittima oppure, se ci sta, è puttana. Siamo ancora a questo punto». Categorie, etichette che finiscono però per essere funzionali al pensiero dominante. E alle stesse donne che «sembrano averne bisogno per definirsi».

UN MONDO DI ORCHI O DI PUTTANE. Così, aggiunge Trevisan, «sembra che là fuori ci sia un mondo popolato da orchi. Roba da aver paura a uscire da sole. Un delirio». O, vista dall'altra parte, un mondo pieno di donne pronte a tutto pur di fare carriera, donne che poi si pentono e denunciano fuori tempo massimo. A essere veramente riduttivo «è il pensiero di genere in sé che dipinge la donna come una vittima poco responsabile e debole». Almeno fino alla prossima polemica. «Perché se in altre occasioni provi a sostenere che le donne sono deboli», sorride lo scrittore, «allora si alza il coro dei no, del "siamo forti"».

«SIAMO IMMERSI NELLA NARRAZIONE». Al netto del caso specifico, fa notare Trevisan, «fa specie nel mondo d'oggi sentire tanti discorsi moralistici. In realtà siamo immersi nel racconto, nella narrazione». Prendiamo le statistiche. «Ci si dimentica che sono interpretazioni già a monte. Il "metodo" - chiamarlo pensiero sarebbe troppo - mediato da quella comunicazione che fa largo uso di questo espediente argomentativo, è che se un dato coincide con ciò che pensiamo allora è matematica, se invece stona con la nostra narrazione allora deve esseci qualcosa che non va». In altre parole, se il numero di molestie è relativamente basso e mal si concilia con la mole di testimonianze che inondano la Rete ecco che il problema è che si denuncia poco o comunque non abbastanza.

Alla fine anche questa bufera si esaurirà come le altre. «Sta solo durando più del solito perché tocca Hollywood, le celebrità», ipotizza lo scrittore. Fa pensare però, aggiunge, «che si prenda Hollywood sul serio». Già, «la Hollywood, dove un gay e una lesbica possono sposarsi fingendosi una coppia perfetta...». Si sta proiettando sull'impero della finzione la verità, mentre «l'unica verità di Hollywood è comunicativa. E poi questo caso genera commenti, e fa arricchire pure i motori di ricerca e questo non è da sottovalutare», sottolinea Trevisan con ironia.

IL SESSO PUÒ ESSERE MERCE DI SCAMBIO. Anche lui però ha lanciato un esperimento su Facebook: «Perché il sesso non può essere merce di scambio?», ha scritto sulla bacheca. Solo una domanda, ma la risposta di Trevisan quale è? «Certo che può esserlo. E lo è». E poi, scherza, «se qualcuno ti dice "Ti amo; e da te non voglio nulla" la prima cosa da fare è controllare se si ha ancora il portafoglio».

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