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MAX FACTOR 20 Ottobre Ott 2017 1008 20 ottobre 2017

X Factor 2017, Home visit: le pagelle

Concorrenti e giudici in gita. Il gruppo di Mara Maionchi è il più equilibrato, con Radice che spicca su tutti. Si salvano anche Samuel e Virginia degli under. Manuel fa passare i Sem&Stènn e in Twitter si scatena la rivolta. I voti.

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Dimmi dove li porti e ti dirò chi sei. Manuel a Manchester, culla del nuovo rock di quando era giovane. Levante nella Sicilia dell'unico background a lei possibile. Fedez, che proviene dalla torva Buccinasco, nella Dubai dei soldi facili. E la nostra Mara divina? Decadentisticamente a Venezia, dove si muore nell'agonia degli ideali borghesi. Tutto questo è molto figlio dei tempi, molto postcapitalistico, sparizione della classe media per la quale un tempo la televisione era un traguardo di vita. Un tempo a quelli di belle speranze si offriva la ribalta di una sera e un gettone di presenza, così ci campavano per qualche settimana e nel quartiere gli chiedevano anche l'autografo. Tutta roba che oggi te la tirano dietro perché ormai la televisione è un punto di partenza: certo, siamo qui per l'arte, per uscir fuori, ce lo sentiamo dentro il canto dell'usignolo che ci brucia le viscere, però anche cogliere l'attimo, fin che si può, male non fa, poi l'intendenza seguirà.

UN TRIONFO CHE SI CONFERMA. Ben vengano, allora, i viaggi esotici, il turismo patinato che un talent può assicurare: intanto fa ascolto. Da 20 si passa a 12, e farsi segare in gita non è il massimo: è il meccanismo di un format che ha nella falcidie progressiva una delle carte vincenti. Home Visit sarebbe che i candidati stavolta cantano pezzi imposti dai giudici; ufficialmente non sanno né dove vanno, né cosa vanno a fare. I giudici supremi appaiono da un tablet, come in un film di spionaggio. X Factor è in ascesa, pur su un circuito non generalista: ha superato il milione e mezzo di contatti, che sarà sempre un decimo, un ottavo di Sanremo, ma per un programma da seguire via abbonamento è un trionfo. Dopo 11 anni, la formula, riveduta, corretta, stravolta, non ha ancora stancato anzi incrementa spettatori, sognatori: chi può dire la stessa cosa? Sì, d'accordo, poi possiamo fare il solito discorso della musica come pretesto, condimento di tutto il resto e il resto va dal glamour improbabile dei macchinoni neri, il sogno di celebrità che muore all'alba, al turismo canterino che in verità è superfluo, le selezioni volendo le puoi fare anche al centro di produzione.

UN SOGNO DA VIVERE FINO IN FONDO. Ma questi sono i tempi e i tempi impongono di sognare in grande, fra i grattacieli arabi e le vestigia della Sicilia anche quelle arabe, greche, romane, normanne, saracene, oppure quelle bizantine e longobarde della Serenissima. Senza implicazioni di sorta: tutto è sfondo, ore rotundo di stupore cheap, tutto è cornice di cornice, miraggio di qualcosa che c'è, è lì, ma sbiadisce nel pollice verso, da moderno doge, o tiranno, o imperatore, di chi ce l'ha fatta e ha in mano le chiavi del tuo disperato sperare, “non incontri il mio gusto”. Sognate figlioli, e fatelo fino in fondo: per molti questo incantesimo sarà il primo, l'ultimo, l'unico.

Under uomini: una squadra anonima tranne Samuel

Samuel Storm (Ordinary People -John Legend): 7. Canta in differita, da lontano, il permesso per viaggiare non ce l'ha. Fa niente. Quando uno ci sa fare, annulla le distanze. Lui non va agli home visit, i live vanno a lui.

Kamless Kishnam (Sex You Back To Sleep -Chris Brown): 5. D'accordo, canta senza autotune, cosa che a Fedez non riesce. Ma basta questo? No.

Domenico Arezzo (Chunky -Bruno Mars): 6. A differenza di altri, ci mette un po' di brio. Ma fungibile resta, la squadra di Fedez è fatta di anonimi. Finisce qui

Gabriele Esposito (Breakeven-The Script): 5. Continua a non dire niente, scolastico da karaoke. Dagli una roba seria, e affonda, fa la figuraccia del suo compare Bonamano. Eppur passa ai live.

Lorenzo Bonamano (Sempre e per Sempre -De Gregori): 2. «Conosco De Gregori ma non questa», pora stella; e come fa, allora, a uscirne? Difatti la fa alla Marco Carta, Michele Bravi, quella roba lì. Si schianta, ma Fedez, drogatissimo d'indecenza (mascherata da autonomia di pensiero) lo resuscita, gli tira dietro un live. Uhm. Eppure qualcosa che c'è/Impercettibile per me/Per te così importante/Lo sento, è presente: sarà mica il copione, che tutto decide a priori?

Over: buone interpretazioni con Radice che spicca

L'esibizione di Radice.

Lorenzo Licitra (Symphony -Clean Bandit): 7 ½. Bravo, è bravo, si sa: Nostra Signora lo spinge a tirar fuori l'anima pop, sapendo che di altri Bocelli il mondo non ha bisogno. Insomma lo scrosta dalla ruggine, il tenor di grazia. Dài, che si è capito: Mara ha le sue passioni e lui è una, quindi live.

Valerio Bifulco (Completamente-Thegiornalisti): 6. E va bè, sbaglia le parole, si incarta un po', ma il materiale è quello che è e lui fa quel che può, poi ha i suoi limiti di personalità e di impostazione. Sembra il figlio di Allegri. Esce.

Enrico Nigiotti (Ho Visto Nina Volare - De Andrè): 7-. Qui andiamo sul difficile, anche perché il tono di De André è davvero troppo personale: se la cava spingendo sulla grinta. Teniamo conto che è un pupillo della Mara, ma mica 'sto granché. Qui, anzi, va oltre i suoi limiti, che sono ingenti. La Mara si è fatta un dovere di sgrezzarlo, per questo se lo porta ai live.

Andrea Spigaroli (Something Just Like This - Coldplay): 5/6. Benino, non benissimo. Non riesce a sciogliersi, e qui vien fuori se uno la belva ce l'ha dentro oppure no. Lui mai, i suoi Coldplay sono improbabili ed è chiaro per tutti. Addio.

Andrea Radice (Quando- Pino Daniele): 7. «Per me Pino è un po' intoccabile». Ha ragione, come fa un napoletano verace a non tremar cantandolo? Difatti esita e si sente, ma questo può cantare l'accidente che vuole, può sbagliare anche, come è successo durante la serata, ma non fa niente. Pino da lassù sorride. Il cronista è fazioso e se ne fa un punto d'onore: il nostro caro pizzaiolo è la cosa più intensa sentita in 10 anni, e fin da subito il vincitore morale, vada come vada. È un prodigio, e qui lo si stima senza riserve.

Under donne: scelte ingrate. Sufficiente solo Virginia

Rita Bellanza, Virginia Perbellini e Camille Cabaltera: le tre concorrenti che accedono al live.

Isaure Cassone (La Descrizione Di Un Attimo - Tiromancino): 5. Come se la caverà la francese di Thailandia con una roba italiana? Sbarella subito, gliela fanno ripartire. Si ripiglia un po'. Vocalizza per mascherare l'insicurezza, ma non le basta e chiude qui. Peccato, il potenziale forse c'era.

Camille Cabaltera (Meravigliosa Creatura -Gianna Nannini): 4. Ecco, al cronista una così fa girare le palle. Perché non puoi affrontare tutto con quella sufficienza da conservatorio: altra arte è il pop, già che la Nannini ha sempre barato, è una dannata Pulcinellina pucciniana che finge il rock. E questa che ti fa? La tinge di melodramma addirittura. Passa ai live, era chiaro, ma, dietro le lacrime di plastica è già spocchiosa.

Rita Bellanza (Io Che Amo Solo Te -Sergio Endrigo): 4. Scelta ingrata: qui non è più Vasco Rossi, qui è un petalo da non lasciar sfiorire; lo polverizza l'arrangiamento della “band” di Levante. La penalizza, già lei è roca innaturale, acerba naturalmente, mugugna le parole: insomma non sa uscirne. Va bene, avrà la storia difficile alle spalle, quello che vuoi, ma la sbaglia tutta, completamente. Ovviamente, Levante la porta ai live.

Virginia Perbellini (Giudizi Universali- Samuele Bersani): 6 ½. Ecco, lei la cadenza bersaniana la coglie, la interpreta giusta. Tiene a bada la vocalità, che le prorompe a volte esplosiva (ovviamente Levante non se ne avvede: mica è cantante lei). Insomma non strafà: e fa bene, così va liscia. È l'unica del suo gruppo che si comporta bene: alleluja, la solitamente avventata Levante la manda ai live.

Francesca Giannizzari (Ma Che Freddo Fa - Nada): 6-. Ricalca la tonalità di Nada, molto più cristallina e per niente nasale, il che non guasta. Troppo cristallina: la sua versione è anodina, troppo pulitina, innocua. Nada era altrettanto piccina ma, da livornese zannuta, la faceva fumare. Ritenta, sarai più maturata; comunque meritava i live più lei di Rita.

Gruppi: la nostalgia dell'elettronica Anni 80 salva Sem&Stènn tra i vaffa di Twitter

Sem&Stènn.

Maneskin (You Need Me, I Don't Need You- Ed Sheeran): 7-. I nostri frikkettini hanno un qualche potenziale: non si sperdono in questa cover-tranello, ci pare. Anche a Manuel, che se li porta ai live.

Ana e Carolina (Say Something -Christina Aguilera): 6 ½. Eh, c'è poco da fare, ha ragione Manuel, la ragazza ha una voce della Madonna. Madonnina, data la tenera età. Non s'impressiona Skin: «Ma gnon hanna prescienza sienica». E dai, sono imberbi ancora, quella gliela insegni. Macché: Agnelli, forse impressionato da Skin (stiamo al gioco), carogna non le porta.

The Heron Temple (Una Settimana Un Giorno-Edoardo Bennato): 2. Stesso discorso di sempre: gli dai un classico italiano, e lo rovinano; fanno schifo, su. E fanno schifo perché non sanno niente e la rifanno senza testa, senza senso. L'italiano in canto è una dannatissima faccenda che ha a che vedere col gregoriano, il melodramma, la lirica, il belcanto, e quindi Modugno e quinci il pop. Roba che ti ammazza se lo snobbi sempre per l'inglese. Non passano ai live, fortuna!

Sem&Stènn (Sweet Harmony- Beloved): 2. Questa cosa misteriosa, che vanno così a genio al Manuel. «Sono strani», dice. Ma de che? Sono insulsi, loro e i loro aneliti. Ah! Ma ecco che ho capito: fanno elettronica Anni 80, ecco perché Manuel si sdilinquisce. Al punto da farli scandalosamente passare ai live, se c'è un Dio dei talent un giorno gliene dovrà rendere conto (per il momento, son tempeste di vaffanculi dal popolo di Twitter: la credibilità di 25 anni di cipiglio indie del tutto svaporata).

Ros (Believers-Imagine Dragons): 7. La fanciullina rossocrinita è tra le cosine più notevoli del lotto e, infine, dell'edizione: abilità e talento a parte, che non mancheranno, finalmente una con le palle, la personalità dell'istrione, l'arroganza da palco di chi si prende i suoi rischi (il gruppo asseconda, ma la band è lei). Eccoli ai live.

Giuria e pubblico in ostaggio del levantese. Come al solito solo Mara si salva

Levante in Sicilia.

Alessandro Cattelan: N.P.

Mara Maionchi: 7. Mara vuol bene ai suoi sognatori, gli dà i brani adatti a esaltarsi. Poi, certo, fa la mamma chioccia, abbraccia come pitonessa chi le è indifferente, insulta teneramente i figliocci. Ha le sue preferenze e neanche le maschera. Ma le è facile scegliere, perché nella sua squadra le gerarchie, anche per talento, erano definite.

Elio. Tante parole abbiamo scritto per il suo discioglimento, ne bastava una: l'è sciopàa, ecco perché chiude bottega. No, non è un travestimento, è proprio lui, ma che brutta visione l'età della pensione farcita. Vedi, a far troppi talent, come ti sforma il benessere. Troppa alimentazione, direbbe Oliver Hardy.

Manuel Agnelli: 5. La butta sul geopolitico: li ha portati a Manchester, sostiene, per dare anche un segnale di rinascita dopo l'attentato. X Factor per la Pace. Che già così uno trema: non è che a qualcuno gl'impone Imagine? No, anzi le sue scelte sono belle, specie quella di Bennato. Poi si sbilancia a rimembrare la "Madchester" del 1984, quando «c'ero anch'io». Brutto segno, di vecchiaia incipiente (che certi giudizi, si vedrà, confermano: «In miniera» lo vogliono i twittaroli). Siamo coetanei. Sappiamo di che parliamo, purtroppo.

Skin. Non ha più molto da dire, è da anni anche lei una figlia di talent, però qui raggiunge un effetto cromatico: per giustapposizione fa impallidire il cereo Agnelli, nel senso della carnagione proprio.

Fedez: 5. L'impunità fatta personcina: li fa entrare in una suite che è una reggia da emiri e dice, non è casa mia, purtroppo. Ma se vivi in un attico da 2 milioni di euro in un grattacielo di Citylife...Gioca da gatto col topo col povero Storm, ma perché ha già deciso di pigliarlo: sarà la sua scelta più sensata, in un florilegio di mediocrità. Ma non è tanto quello. La polvere dorata del sultanato non gli fa bene, lo convince troppo, si crederà mica, che so, i Suicide Boys, il nostro Puffetto.

La sua ospite, Francesca Michielin, è una che appena mette piede fuori confine non se la fila nessuno – giustamente -, ma qui ha maniglie scandalose, dato il poco e niente che è. «Uau», è tutto quel che sa dire. Come artista non esisterà oltre, ma può sempre diventare giudice di X Factor: è già successo.

Levante: 3. La gita a Tindari, come il romanzo di Montalbano. «Mi batte forte il cuore», parte subito con una banalità sconfortante. Poi dice «Riccardo Senigaglia». Poi «Nadamalanima», per far capire che lei ne sa. Propone Io che amo solo te del sommo Endrigo come «un vento di leggerezza»: ma questa è da buttare nel vulcano! E che disagio però, quando, a zero tituli, chi non sa, giudica: ecco la scheda tecnica per una concorrente: «Sei fragile come un cristallo ma sei un diamante che non si rompe». Sarà che di gioielli fa la testimonial... Catarella però si spiega meglio, ormai il levantese sta diventando un linguaggio tutto suo, scrive una su Twitter: «Parla come un personaggio di una telenovela argentina, non posso tollerarla, vorrei alzarle le mani». Le alziamo anche noi: per arrenderci, bandiera bianca.

Noemi. Ornamentale. Riesce a trovare ottima l'interpretazione di Rita Bellanza, il che dice tutto su chi esce da un talent in fama di campionessa.

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