I 400 colpi

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31 Ottobre Ott 2017 0938 31 ottobre 2017

Kevin Spacey? Vittima di un ignobile parassitismo

Chi l'ha accusato ruba un riflesso dell’altrui notorietà per mettersi almeno una volta in luce. E nemmeno Netflix fa bella figura, dando prova di grande ipocrisia.

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C’è qualcosa di violento, e profondamente fastidioso, nella vicenda che ha costretto Kevin Spacey a fare coming out. La più evidente è la deliberata intenzione dell’attore che si presume molestato (l’episodio, se accaduto, risale a trent’anni fa, tant’è che lo stesso protagonista di House of cards, scusandosene, dice di non ricordare) di colpire qualcuno di più famoso, qualcuno che ce l’ha fatta, compensando così con il quarto d’ora di notorietà di cui ora gode l’anonimato in cui la modestissima carriera lo aveva confinato.

LA CONDIVISIONE DELLA MALASORTE. Fare nome e cognome dopo così tanto tempo è una ignobile forma di parassitismo, è come rubare un riflesso dell’altrui notorietà per mettersi almeno una volta in luce. È volontà di colpire, offendere, cercare di spingere nel baratro chi è stato più fortunato di te, nel rabbioso proposito di condividere la malasorte: se non ce l’ho fatta io, allora anche tu devi precipitare nel fango. E quale occasione migliore di un presunto approccio sessuale, in condizioni peraltro alterate dall’alcol (come ha ammesso anche chi lo ha subito), per far scattare la gogna?

Ma c’è anche un altro tipo di violenza, ed è l’attacco al diritto alla privacy, al fatto che ciascuno vive la sua sessualità come crede e se vuole ne fa pubblica ammissione altrimenti se lo tiene per sé. Nella pervasiva ossessione che tutto debba essere conosciuto, nel nome di una falsa trasparenza spacciata magari come valore di democrazia, la libertà della persona viene fatta a pezzi.

UNA REAZIONE DA SIGNORE. Spacey ha reagito alle rivelazioni che lo riguardano come un signore, scusandosi di aver compiuto quell’atto sconveniente non solo in sé ma per le dinamiche di potere che lo pervadono. Poi, forse per una forma di difesa, ha sentito il bisogno di esternare la propria omosessualità. In passato allusa, morbosamente evocata nel circo mediatico dello star system, ma mai esplicitamente ammessa dall’interessato.

L'IPOCRISIA DI NETFLIX. L’averlo fatto probabilmente gli deve essere sembrata una liberazione, mentre la fabbrica del gossip ha ricevuto finalmente in pasto la notizia tanto agognata. E siccome l’America resta puritana anche nelle sue espressioni più liberal, come dovrebbe essere la filosofia che aleggia tra gli studios hollywoodiani, Netflix si è subito affrettata ad annunciare che la sesta stagione di House of cards sarà l’ultima. Pur essendo Frank Underwood bisessuale, deve essere sembrato troppo che l'attore protagonista si sia dichiarato gay nell'ambito di una vicenda scandalosa, anche per chi nel tempio del cinema fa mostra di battersi contro omofobia e discriminazione sessuale.

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