Lady Oscar
3 Novembre Nov 2017 1500 03 novembre 2017

Lady Oscar, genesi di un fenomeno culturale

Usciti in Giappone due nuovi capitoli. Il fumetto di Riyoko Ikeda ha compiuto 45 anni. E pensare che all’epoca gli editori non volevano pubblicarlo. Storia di un successo inaspettato.

  • Mario Rumor
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La prima volta che si vede sfilare in una vignetta Rosalie Lamorlière, la giovane è al settimo cielo perché ha trovato lavoro in una sartoria di Parigi. Qualche vignetta più tardi invece piange amare lacrime sul cadavere della madre, travolta da una carrozza. Se non fosse per il fatto di aver giurato vendetta all’indirizzo dei nobili di Parigi, e se non fosse per il fatto di trovarsi in un fumetto giapponese per ragazze ambientato nel 1789 dal titolo Lady Oscar - Le rose di Versailles (Versailles no Bara) di Riyoko Ikeda, la piccola Rosalie avrebbe potuto ambire a collocazione letteraria in stile Les miserables. L’orfanella caduta in totale disgrazia che trova conforto nella provvidenziale bontà d’animo di madamigella Oscar, per poi dare un senso alla propria vita prima, durante e dopo le tragedie della Rivoluzione Francese. Oggi Rosalie è tornata protagonista assoluta di quel manga.

NON SOLO MANGA. Succedeva 45 anni fa. A dispetto di tutto Rosalie ce l’ha fatta, diventando uno dei pochi personaggi del fumetto sopravvissuti alla Storia e al tempo. Sopravvissuta perfino a madamigella Oscar che di quel manga divenne improvvisamente la protagonista assoluta, lasciando che fossero altri a perdere la testa. Come tutti gli appassionati sanno, l’indomita spadaccina vantava educazione maschile pur essendo biologicamente l’esatto opposto. Dal suo famoso fumetto per ragazze, oggi pubblicato in Italia da Goen/RW Edizioni, Riyoko Ikeda non si è più allontanata, anche quando alla carriera di disegnatrice ha frapposto una parentesi da cantante lirica. Il giro d’affari legato al personaggio di Lady Oscar va infatti ben oltre il fumetto. Sia lei che Maria Antonietta, ritratte con il tocco romantico della Ikeda, sono apparse con regolarità sulle confezioni di deliziosi cookies al cioccolato, matite per gli occhi, creme di bellezza. Questo, volendo essere sintetici in materia di marketing sfrenato.

Dopo lungo periodo di astinenza fumettistica, le lettrici sono state ricompensate. Negli ultimi anni Ikeda è finalmente tornata a disegnare: versioni parodiche della sua eroina (Lady Oscar Kids) ed episodi speciali pubblicati sul periodico che l’aveva consacrata a inizio carriera, Margaret. Un paio di storie extra sono dedicate, noblesse oblige, a Maria Antonietta, altri due alla giovane Rosalie protagonista dei nuovi capitoli di circa 50 pagine apparsi nel numero 22 di ottobre e nel numero 23 del magazine di Shueisha in uscita il 4 novembre. Intitolata Rozari-Hen (Il capitolo di Rosalie), la vicenda è ambientata nel 1804 con Napoleone imperatore. La giovane deve raggiungere il marito Bernard per poi lasciare Parigi. Rimasta al servizio di Maria Antonietta durante la prigionia della regina negli ultimi capitoli del manga originale, ripetendo le gesta della sua omonima realmente esistita, tale circostanza torna ora con indubitabile tatto narrativo per seguirne le nuove avventure.

DISEGNATRICE SCONOSCIUTA. Quarantacinque anni fa, Riyoko Ikeda era una disegnatrice sconosciuta di 24 anni con un indiscutibile talento. Una giovane molto colta, studi di filosofia in tasca, e una cotta artistica per Osamu Tezuka, il “dio dei manga”. Bazzicava l’ambiente dei fumetti tascabili a nolo disegnando manga per ragazze con lo stile del venerato disegnatore. Quando propose alla redazione di Margaret la storia di una ragazza educata come un uomo ai tempi della Francia settecentesca le sbatterono cortesemente la porta in faccia, spiegando che i fumetti storici non vendevano granché. In realtà il periodo non era favorevole neppure agli shojo manga, cioè i fumetti per ragazze. Quel genere era considerato l’ultima ruota del carro nel panorama fumettistico. Oltretutto, prima del boom negli Anni 70, tali produzioni erano firmate quasi sempre da uomini. Per dire: Leiji Matsumoto, l’autore di Capitan Harlock, era uno di questi. Prima di lui, Tezuka, nei primi Anni 50, aveva aperto le danze inventando La principessa Zaffiro, pure lei ragazza con inclinazioni maschili e spada sempre a portata di mano.

CHI LA DURA LA VINCE. Eppure nel maggio 1972 la giovane sconosciuta riuscì a vincere le perplessità degli editori e a farsi pubblicare Versailles no Bara, che con la sua anima spensieratamente commerciale e non d’autore secondo lo stile delle maestre del genere Maki Miyako, Moto Hagio e Keiko Takemiya, ottenne un successo clamoroso. Soprattutto tra le quindicenni, rintanatesi in fan club da dove partivano migliaia di lettere adoranti ogni mese indirizzate alla redazione di Margaret. Affatto adoranti furono invece le lettere di protesta di numerosi genitori, preoccupati che le loro figlie quindicenni svolazzassero nella fantasia dove non era consentito. Non era bastato il romanticismo di palazzo incentrato sulla giovane Maria Antonietta, disegnata con due occhi grandi così, a intrigare le lettrici di allora quanto l’inaspettata allure cavalleresca di madamigella Oscar e le sottili venature omoerotiche che potevano scaturire all’improvviso.

Riyoko Ikeda.

Vestire i panni della guardia reale, combattendo con la stessa audacia di un uomo fece di Lady Oscar una star androgina che andò ad arricchire un panorama già affollato negli anni Settanta, ma in altri settori: in Giappone le ragazzine impazzivano pure per Mike Jagger e soprattutto per Kenji Sawada, il leader del gruppo musicale The Tigers, spesso truccato come una donna. Il fumetto Versailles no Bara non fece altro che accasarsi in un contesto culturale ben più ampio, in mezzo ai movimenti studenteschi e a quelli femministi e di liberalizzazione sessuale. Con simili premesse, fare i genitori nel Giappone degli anni Settanta non deve essere stato un compito facile...

SI VA A TEATRO. Il colpo grosso il fumetto lo fece in realtà quando fu adottato dal teatro d’operetta chiamato Takarazuka (dall’omonima località vicino Osaka), dove le attrici vestono panni maschili. Per Versailles no Bara entrare nel repertorio musicale del Takarazuka significò sfidare convenzioni e posizioni conservatrici, secondo le quali soggetti tratti da un manga e amori illeciti alla corte di Versailles (colpevoli: Maria Antonietta e il conte Hans Axel von Fersen) non si intonavano all’autentico spirito della compagnia teatrale fondata nei primi anni Dieci. Invece, al debutto sulle scene nell’agosto 1974, lo spettacolo si trasformò in uno dei maggiori successi di sempre della compagnia, con centinaia di repliche e l’attrice principale nei panni di Oscar, Yuri Haruna, catapultata nell’olimpo delle star. Alla fine degli anni Ottanta si contavano oltre un milione di fan sparsi in tutto il Paese.

UN FUMETTO MULTIUSO. Nonostante le sue frivolezze, il ricorso all’ironia, Versailles no Bara in patria è diventato un manga cult grazie alla sfacciata mistura di realtà storica, drammi, personaggi attraenti vestiti in abiti sgargianti, con un senso per il romance che non lasciava adito a fraintendimenti: protagonisti realmente esistiti o inventati, nessuno escluso, dovevano conoscere l’estasi melodrammatica di un amore impossibile. Tanti gli effetti collaterali sulla giovane popolazione del Giappone che i suddetti genitori non considerarono minimamente: il fumetto fu “integrato” come lettura nei corsi di storia nelle scuole, favorì l’interesse tra i giovani nello studio della lingua francese e incrementò le destinazioni turistiche verso la Francia, esattamente com’era accaduto con Heidi e le Alpi svizzere. Quando il fumetto si concluse nel 1973, a quota 82 capitoli, e con la morte eroica di Oscar ai piedi della Bastiglia, per molte lettrici fu uno shock tremendo. Shueisha tirò dritto per la sua strada vendendo con soddisfazione 12 milioni di volumetti del fumetto, un bel record per uno shojo manga; e Riyoko Ikeda, da sconosciuta di talento, finì nel club esclusivo delle grandi maestre del fumetto per ragazze.

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