Sfruttamento Moda
La moda che cambia
5 Novembre Nov 2017 0900 05 novembre 2017

Moda, basta sfruttamento: facciamo etichette "trasparenti"

Non soltanto sostenibilità ecologica. Va specificato dove e a quali condizioni quel capo è stato realizzato. E le eventuali malversazioni siano punite con la massima severità da un tribunale. Ma anche da noi.

  • ...

Qualche giorno fa i clienti di uno dei megastore Zara di Istanbul hanno trovato su alcuni capi un cartellino inatteso: «Ciao, ho cucito il capo che stai per comprare, ma non mi hanno pagato». Firmavano i lavoratori di Bravo, uno dei tanti façonisti turchi che lavorano per le catene di abbigliamento a basso costo e che, causa chiusura improvvisa dell’azienda, si sono ritrovati senza lavoro e con tre mesi di stipendio arretrato non pagato.

ENNESIMA FORMA DI PROTESTA. Gli ormai ex dipendenti hanno disseminato di cartellini di questo tenore i negozi dei brand di cui hanno cucito per anni camicie e pantaloni, sperando che la pressione psicologica indotta su clienti finali e imprenditori della moda coinvolti porti almeno al pagamento di quanto loro spetta, se non a un nuovo impiego. Pur spettacolare e condotta con abilità di marketing pari almeno a quella delle catene attraverso le quali viene diffusa, questa non è la sola forma di protesta contro i costi-della-moda-a-basso-costo avviata al momento.

DENUNCIA CON LA STREET ART. Lo street artist polacco Igor Dobrowolski sta tappezzando le strade di Varsavia con cartelloni che rileggono, in controluce e nella loro cruda realtà, le campagne pubblicitarie di Zara o H&M: affianca ai bambini sorridenti e paffuti in maglione e cappellino floscio, molto garbati, dei poster affissi sui muri delle nostre città l’immagine di un bambino indiano smunto che prepara i filati forse per quello stesso maglione, forse per quello di un altro brand, ma comunque per uno dei capi che indossiamo ogni giorno.

Fast Fashion. Bangladesh 1,134 people Dead after a clothing factory building collapse. 3 of the 4 biggest tragedies in...

Geplaatst door Igor Dobrowolski Art op maandag 9 oktober 2017

«Nel 2013 sono morte 1.134 persone sotto il crollo della fabbrica del Bangladesh che produceva abiti a bassissimo costo per grandi marche occidentali. Approfittano del bisogno di lavorare per renderli schiavi, così io con la mia street art faccio cartelloni in cui mostro l’avidità e l’orrore dell’industria della moda e li piazzo per le strade di Varsavia», ha detto l’artista a una testata d’arte online molto diffusa, sperando di provocare discussioni e dibattito.

OCCORRE UNA PRESA DI COSCIENZA. Ricorderete, una ventina di anni fa, un’analoga iniziativa contro Benetton, e sempre in Turchia; il fatto che il fenomeno del terzismo selvaggio e incontrollato nella moda non sia stato debellato, significa che il tema deve essere affrontato in maniera ancora più cruda per suscitare una presa di coscienza e il rifiuto all’acquisto da parte di quei milioni di consumatori, cioè di tutti noi, che in realtà siamo fin troppo felici di poterci continuamente cambiare d’abito con poche centinaia di euro e come fino a 30 anni fa non sarebbe stato possibile.

COSA C'È DIETRO UN PREZZO BASSO? Un paio di anni fa, nell’ottica del pugno nello stomaco che in certi casi sembra essere l’unica possibile, in una stazione del metro a Berlino il collettivo ambientalista Fashion Revolution installò un distributore automatico di magliette a due euro. Prima di ottenere il capo scelto, una volta inserita la moneta bisognava però assistere a un breve filmato che illustrava come fosse stato possibile realizzarla a quel prezzo. La stragrande maggioranza, travolta dall’imbarazzo e dalla vergogna, sceglieva l’opzione “rinuncia” ottenendo indietro i soldi.

La “sostenibilità” della moda, di cui tantissimi si riempiono la bocca e oggi in misura ancora maggiore, essendo il tema - per l’appunto - di moda, viene tuttora intesa perlopiù come “ecologia” della moda, rispetto per l’ambiente e salvaguardia del pianeta: tutte cose giustissime, per carità, soprattutto considerando che la moda è il secondo agente inquinante del pianeta.

AMBIENTE OK, MA ANCHE IL LAVORO. Ma l’attenzione nei confronti della Terra non può prescindere da quella per i suoi abitanti. Tutti i suoi abitanti, anche quelli che non vediamo e di cui, anzi, preferiamo ignorare l’esistenza. La sostenibilità agitata molto anche da Camera della Moda, i capitolati fatti firmare ai grandi brand associati (e di cui naturalmente né Zara né H&M fanno parte) e tutte le belle iniziative collegate per far sì che il risparmio energetico e nel packaging, la qualità dei tessuti e la loro atossicità vengano rispettati, devono infatti andare di pari passo con la salvaguardia del lavoro e delle condizioni in cui viene svolto.

Non voglio indossare abiti che a me sono costati 20, 30 o 80 euro e per i quali, tolte le spese di trasporto, stoccaggio, pubblicità, tessuto, qualcuno è stato pagato pochi centesimi

Sono interessata, come tutti, a difendere la mia pelle da agenti inquinanti, e voglio/vorrei lasciare a mia figlia e ai miei nipoti un mondo almeno un po’ meno inquinato rispetto a quello in cui vivo/viviamo oggi, ma voglio che questo coinvolga anche le mie coetanee del Bangladesh e i loro figli. Vorrei etichette trasparenti non solo sulla provenienza dei capi e la loro composizione, ma anche sulle condizioni in cui sono stati realizzati.

MALVERSAZIONI DA PUNIRE SEVERAMENTE. Non voglio indossare abiti che a me sono costati 20, 30 o 80 euro e per i quali, tolte le spese di trasporto, stoccaggio, pubblicità, tessuto, qualcuno è stato pagato pochi centesimi. Vorrei etichette che mi dicessero dove, e a quali condizioni, quel capo è stato realizzato, e che eventuali malversazioni venissero punite con la massima severità non (solo) da un tribunale, ma da noi.

CI VUOLE INFORMAZIONE E IMPEGNO. Noi che, spero, non vorremmo sapere nostro figlio vestito da un suo coetaneo sfruttato e al quale viene negata l’istruzione. Questa presa di coscienza potrebbe significare poter comprare un paio di pantaloni in meno, forse anche due o anche tre: significa informarci, impegnarci, saper dire di no. Siamo, siete pronti per farlo?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso