Edmund Kemper
6 Novembre Nov 2017 1809 06 novembre 2017

"Mindhunter" nuova serie Netflix: chi era Ed Kemper, il killer

Decapitava le vittime, abusava sessualmente dei cadaveri e poi ne sezionava i corpi. La storia in 10 punti di un assassino nato tra i maltrattamenti della madre e l'abbandono del padre.

  • Marcello Astorri
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Edmund Kemper.

Ed Kemper decapitava le sue vittime, abusava sessualmente dei cadaveri, li sezionava e poi li gettava all’interno di una valigia in qualche strapiombo. “Big Ed”, così era chiamato, era un ragazzone che tutti consideravano inoffensivo e incapace di fare del male. Ma nella sua carriera di serial killer ha ucciso 10 persone: ha iniziato con la nonna, a 16 anni, per poi concludere con la madre.

ABBANDONATO E MALTRATTATO. Dentro di lui covava la rabbia per l’abbandono del padre, i maltrattamenti della madre e le prese in giro dei compagni di classe: questa situazione ha fatto sì che nascesse un mostro. Attualmente è rinchiuso nel carcere di Vacaville, in California. Proprio lui è uno dei protagonisti della nuova serie televisiva di Netflix Mindhunter, disponibile dal 13 ottobre 2017 sulla piattaforma di streaming americana. Di seguito 10 curiosità sulla vita di Ed Kemper.

1. Ed Kemper: una mente brillante da 136 di quoziente intellettivo

Ed Kemper è nato nel 1948 a Burbank, in California. Era il primogenito di Edmund Emil Kemper Jr. e Clarnell Strandberg che avevano anche due figlie più piccole. Ed è sempre stata una persona brillante, con un morboso interesse per l’anatomia. Quando fu internato nell’ospedale psichiatrico di Atascadero, dai test effettuati su di lui emerse che aveva un quoziente intellettivo di 136.

UMILIATO A SCUOLA PER LA STAZZA. Di pari passo con la sua intelligenza, tuttavia, andavano sviluppandosi disturbi psichici. Da bambino amava bruciare cose, mutilare le bambole delle sorelle e vivisezionare animali. Timido e introverso, era eccezionalmente robusto rispetto ai suoi coetanei, tutte caratteristiche che gli valsero prese in giro e umiliazioni in ambito scolastico.

2. I giochi perversi: amava squartare i gatti

Ed si divertiva a squartare tutti i gatti che gli capitassero davanti: li uccideva e poi li sezionava. «Lo facevo per comprendere come erano fatti», spiegava a chi gli chiedeva il perché di un tale comportamento.

SIMULAVA DI MORIRE IN CAMERE A GAS. Con sua sorella Susan, inoltre, amava praticare un gioco macabro che simulava una camera a gas: si faceva legare a una sedia e poi le chiedeva di imbavagliarlo, dopodiché la bambina azionava una leva immaginaria e lui fingeva di “morire” fra atroci sofferenze.

3. Problemi familiari: un reietto dimenticato dai genitori

Ad accentuare i disturbi della personalità di Ed vi era una situazione famigliare burrascosa. I suoi genitori litigavano spesso e giunsero a divorziare: fu affidato alla madre e si trasferì con lei nel Montana. La donna aveva paura di Ed per le sue strane propensioni e talvolta lo obbligava a dormire chiuso in cantina perché temeva potesse violentare la sorella.

FUGGÌ DI CASA MA IL PADRE LO RESPINSE. Ed si sentiva colpevole ed emarginato senza alcun motivo, per cui a 15 anni decise di fuggire di casa per ricongiungersi con il padre del quale sentiva la mancanza. Una volta arrivato in California, dove il papà viveva, scoprì però che l'uomo si era rifatto una vita e non ne voleva più sapere di lui. Fu scaricato come un pacco ai nonni, che vivevano in un posto sperduto di nome North Fork.

Ed Kemper (a destra) e l'attore che lo interpreta.

4. L'odiata nonna: fu il primo omicidio di Kemper

Ed era un adolescente tormentato costretto sulle colline e rifiutato da chi avrebbe dovuto occuparsi di lui. Per di più non sopportava la nonna. Così un giorno, mentre questa era seduta al tavolo della cucina intenta a completare il suo libro di fiabe, le sparò alla schiena. Poi uccise nello stesso modo il nonno.

NONNO UCCISO PER PAURA CHE SI ARRABBIASSE. In seguito, quando confessò gli omicidi alla polizia, disse che «voleva sapere come ci si sentiva a uccidere la nonna». Il nonno, invece, lo aveva tolto di mezzo solo perché temeva che si sarebbe arrabbiato con lui.

5. Il modus operandi: andava a caccia di vittime tra le autostoppiste

Uscito dal carcere psichiatrico dopo cinque anni, nel 1969, Ed venne riassegnato alla madre. Sembrava rigenerato: aveva amici e un lavoro. I litigi con la madre però continuavano più violenti di prima. Nei momenti di ira, usciva in macchina e scaricava le sue frustrazioni sulle autostoppiste, spesso studentesse universitarie: le caricava in macchina, guidava fino a una zona dove nessuno poteva vedere e quindi le uccideva a colpi di pistola o strangolandole.

ABUSI SESSUALI SUI CADAVERI IN CAMERETTA. Poi le caricava nel bagagliaio dell’auto, le trascinava nella sua cameretta dove abusava sessualmente dei cadaveri per poi squartarli, sezionarli e gettare i resti in una scarpata. Nella sua “carriera” di serial killer ha ucciso sette studentesse universitarie.

Edmund Kemper con la polizia.

6. La psicologia: cercava di conquistare la fiducia delle vittime

Kemper è un uomo alto oltre due metri, all’epoca era per tutti “big Ed”: un ragazzone dal carattere tranquillo e inoffensivo. Quando andava a “caccia” di vittime sfoderava un atteggiamento affabile per mettere a proprio agio i suoi bersagli. Per esempio con due ragazze, Rosalind e Alice, conversò amabilmente, le portò a fare un giro in macchina e, a un certo punto, mentre le invitava ad ammirare il paesaggio, scaricò loro addosso numerosi colpi di pistola.

I POLIZIOTTI NON CREDEVANO POTESSE ESSERE LUI. La stessa polizia, tra le cui fila Ed aveva tanti amici, ci mise del tempo prima di convincersi che gli omicidi confessati da Kemper fossero veramente stati commessi da lui: nessuno ci voleva credere.

7. L’assassinio della madre: le ha sfondato il cranio con un martello

Una sera Ed Kemper prese in mano un martello e si presentò sulla soglia della camera da letto dove dormiva la madre. Per anni aveva sognato di ucciderla, ma aveva sempre desistito. Quella volta però no: le sfondò il cranio a martellate, la decapitò e, dopo aver abusato del cadavere facendosi praticare sesso orale, strappò le corde vocali e le gettò nel tritarifiuti.

«UN MODO APPROPRIATO PER VENDICARMI». «Pensai che fosse un modo appropriato per vendicarmi», disse in seguito all’agente dell’Fbi John Douglas. Più tardi invitò a casa una vecchia amica della madre e quindi la strangolò per poi decapitarla.

8. Genialità criminale: non è mai stato scoperto dalla polizia

Kemper in tutto ha ucciso 10 persone. Condannato all’ergastolo nel 1973, non si è mai pentito né si mai scusato con i familiari delle vittime. Anzi, si è sempre vantato della sua genialità criminale che gli ha permesso di non essere mai sorpreso dalla polizia.

ERA SEMPRE LUI A CONFESSARE E COSTITUIRSI. In entrambi gli arresti per omicidio, infatti, è sempre stato lui a confessare e a costituirsi. In particolare, dopo l’omicidio della madre, Kemper ha telefonato alla polizia di Santa Cruz e ha atteso pazientemente il suo arrivo seduto in macchina.

Ed Kemper oggi.

9. Una nuova vita: insegna informatica in carcere

Ed Kemper ancora oggi è rinchiuso nel carcere di Vacaville, in California. Ha trovato un altro modo per mettere a frutto la sua intelligenza e si è laureato in informatica.

RICONOSCIMENTI COME DETENUTO MODELLO. Ora insegna agli altri carcerati e partecipa alla trascrizione di opere per ciechi. Negli anni ha accumulato premi e riconoscimenti come carcerato modello, ma nonostante i 40 anni di pena scontati l’ormai ex serial killer è ancora in prigione.

10. L’ex agente Fbi John Douglas: «Non era tutto da buttare»

John Douglas è un agente dell’Fbi attualmente in pensione. Ha rincorso e profilato numerosi serial killer e nel 1994 ha scritto insieme a Mark Olshaker il bestseller Mindhunter, un memoir dove racconta i lunghi anni della sua carriera e dal quale ha tratto spunto l’omonima serie televisiva di Netflix in onda da ottobre sulla piattaforma di streaming.

«COLPA DELLA MANCANZA DI AMORE». Douglas ha conosciuto da vicino Ed Kemper e in un’intervista a la Repubblica lo ha descritto così: «Non era tutto da buttare» in lui, ha spiegato, «non credo fosse nato così, ma che fosse stato “creato” così. Sua madre era una dominatrice sadica. Forse un giorno scopriremo che alle origini del male ci sono fattori genetici, ma per ora l’unica cosa che posso dire è che la maggior parte dei criminali che ho intervistato aveva una cosa in comune: non era stata cresciuta con amore».

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