Dai che è verde

Renzi Di Maio
7 Novembre Nov 2017 0922 07 novembre 2017

Di Maio-Renzi, un non-duello che fa rimpiangere Borg e McEnroe

Le gradassate che volano tra il candidato premier M5s e il leader ectoplasmico del Pd sono nulla in confronto ai rovesci reali dei due campioni. Per contenere i danni l'ex premier dovrebbe restarsene a casa e lasciare l’arbitro Floris solo davanti a un campo vuoto.

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Non so voi, ma io non vedo l’ora di mettermi davanti allo schermo per godermi il grande duello fra il novizio talentuoso e sbruffone e il campione navigato che calcola ogni sua mossa. Due star, due personalità capaci di dividere il pubblico e avvincerlo al di là della tifoseria. Seee, figuratevi se mi riferisco al faccia televisivo fra Gigi Di Maio e Matteo Renzi su La7, annullato, forse trasformato in performance tipo La voce umana di Cocteau, un monologo rivolto a un assente.

NOSTALGIA DI BORG & MCENROE. Pensavo a Bjorn Borg e a John McEnroe, il cui epico scontro sull’erba di Wimbledon nel 1978 viene ricostruito in un bel film in uscita giovedì prossimo. Due miti del tennis, di un’epoca in cui gli atleti, almeno in Occidente, sembravano ancora esseri umani e non alieni palestrati come oggi, ma avevano personalità spiccate, anche troppo, fino all’eccentricità: Borg e McEnroe erano Spassky e Fischer in racchetta e tenuta bianca. Di Maio e Renzi sono raccattapalle della politica che si credono campioni solo perché oggi già raccattare le palle sembra un’impresa. Da una parte Giggino, il candidato premier scelto con primarie meno credibili di una puntata di Strafactor, che dopo le elezioni siciliane ha messo su ancora più puzza al naso, dall’altra Matteo, l’ormai ectoplasmatico leader che si sfalda ogni giorno di più, peggio della calotta polare.

DAI ROVESCI REALI A QUELLI VIRTUALI. Le loro gradassate («Non conti più nulla!», «Codardo, t’aspetto a piè fermo!») sono diritti e rovesci puramente virtuali, con racchette d’aria fritta, mica di solido legno come quelle che Mac distruggeva nei suoi leggendari accessi d’ira. In questa Wimbledon del nulla è chi non gioca a portarsi via la coppa. Per questo a uscire vincitore dal non-match è Di Maio, che non ha tutti i torti a rifiutare il confronto televisivo con un Renzi che ormai ha il peso politico di un volano del badminton, col rischio di farsi scappare, nella foga della diretta, qualche castroneria storico-geografica che schizza in vetta ai TT.

LA LEZIONE DI FOSTER WALLACE. L’unico modo che ha Renzi per contenere i danni è restarsene a casa pure lui e lasciare l’arbitro Floris tutto solo davanti a un campo vuoto. Come osservava David Foster Wallace, fanatico del tennis, a proposito dell’aura trombona che circonda Wimbledon, «c’è un misto di autocompiacimento stucchevole e di implacabilità nel promuovere e vendere se stessi». Vale anche in politica, specie quando il prodotto non sembra più interessare a nessuno.

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