Calendario Pirelli Foto Copertina
10 Novembre Nov 2017 2132 10 novembre 2017

Calendario Pirelli 2018, un'operazione di laboratorio senza vera motivazione

L'ultima edizione è finita nelle mani del britannico Tim Walker che ha reinterpreato il romanzo Alice nel paese delle meraviglie con personaggi all black. Una prova interessante, ma non innovativa.

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Le due ultime edizioni del Calendario Pirelli, celebrative dei successi femminili e della bellezza muliebre au naturel, c'erano piaciute moltissimo. Raccontavano la realtà com’è, comprendendo età, inclinazioni, origini diverse, senza distorcerla, ma anzi celebrandola: dimenticate le modelle, i photoshop, la sensualità ammiccante e costruita, avevano trasportato il calendario più famoso del mondo in un alveo culturale e sociale difficile da raggiungere per chiunque altro. L’edizione 2018, pur fotograficamente molto interessante e pur comprendendo la necessità di continuare sulla strada difficilissima intrapresa, ci suona invece come un’operazione di laboratorio. Il calendario pare senza una vera motivazione se non quella del partito preso se non fosse per i costumi, davvero magnifici e di rara sofisticazione culturale, neanche troppo innovativa.

RILETTA LA STORIA DI ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE. Per la cronaca, di cui più o meno tutto il mondo ha già avuto notizia in questi mesi ma che è giusto riassumere, il fotografo inglese Tim Walker ha riletto in una ventina di immagini le tavole originali di John Tenniel per la prima edizione di Alice nel paese delle meraviglie (1865) con un cast all black. Qualche nome: il premio oscar Lupita N’yongo che interpreta il ghiro; Naomi Campbell nel ruolo del tagliatore di teste («e mi piace farlo»); Sean “Diddy” Combs secondo tagliatore di teste con gli inseparabili, anzi gli «iconici», occhiali a goccia; Whoopi Goldberg, strepitosa duchessa reale con il regolamentare maialino fra le braccia; Duckie Thot, modella sudanese-australiana oggettivamente mozzafiato che interpreta Alice; l’attore e drag queen Ru Paul, strepitoso/a Regina di cuori.

Non è la prima volta che il Calendario Pirelli usa solo volti afro-americani o africani: di certo, lo fa con un’intenzione diversa rispetto a quella del 1987, che ora viene definita “esotica” qualunque cosa voglia dire nel 2017. L’attuale operazione è invece «in the zeitgeist», cioè nello spirito del tempo come dice Edward Enninful, il neo-direttore dell’edizione inglese di Vogue, sofisticato intellettuale di colore. Enninful, che con Tim Walker lavora da molti anni, in questa occasione vi ha svolto appunto da par suo il ruolo di costumista.

«UNA CELEBRAZIONE DI DIVERSITÀ». Nelle intenzioni, dichiarate, di Walker, questo calendario vorrebbe essere una «celebrazione della bellezza» e della «diversità» perché «ogni ragazza nel mondo, indiana, cinese, africana, deve avere diritto alla propria favola». Affermazione difficile da negare o confutare, perfino in epoca politicamente corretta, quando verrebbe da mostrarsi cinici solo per arginare un’ennesima colata di melassa. Il Calendario Pirelli 2018 non celebra però la diversità, le ragazze indiane o cinesi che hanno tutte, appunto, diritto alla favola, ma una sola diversità, e cioè il black pride. Va benissimo, ma bastava dirlo come peraltro l’ha detto Sean Combs: «eravamo re e regine: è il momento di tornare ad esserlo. Il vento sta cambiando».

E LA REGINA DI CUORI ATTACCA TRUMP. Ru Paul, Regina di Cuori ideale, acuto e spiritoso, coglie l’occasione e il ruolo di collerica e umorale regina di cuori per lanciare un attacco all’ego di Donald Trump niente affatto velato. Naomi Campbell giganteggia per spirito. Gli altri traccheggiano. Pioggia di «amazing», aggettivo ubiquitario, fra tutti gli interpreti che, come confessa candidamente l’attore americano Djimon Hounsou, originiario del Benin, non conosce Alice perché, come ovvio, da ragazzino ha ascoltato altre favole.

Lo dicono in coro praticamente anche tutti gli altri: non hanno letto Alice, né la conoscono. Un gran peccato, per due motivi, anzi tre. Il primo: sarebbe stato interessante vedere come culture e tradizioni diverse (le favole senegalesi sono meravigliose, per esempio) avrebbero interpretato il messaggio di Lewis Carroll che, secondo motivo, nella sua opera principale già teneva conto e anzi esaltava ogni diversità. Alice è il romanzo vittoriano che più di ogni altro prende in considerazione i diversi, i deboli, perfino i drogati (il caterpillar). Parla delle difficoltà della vita e delle ansie della crescita, la crescita personale, che continua per tutta la vita. Non esalta necessariamente la bellezza, e non nasconde le brutture. L’alterità, in Carroll, è già compresa nel prezzo della lettura. A leggerlo, naturalmente.

IL KITSCH VITTORIANO ALLA BASE DEGLI SCATTI. Il terzo motivo: Tim Walker è un fotografo bianco inglese, inevitabilmente imbevuto di cultura post-vittoriana, forse sfiorato da qualche senso di colpa per i tre secoli di colonialismo sui quali tutta la sua nazione va interrogandosi da tempo e che ogni tanto porta a qualche deriva fra i fatti di cronaca nera. Può considerare il “kitsch vittoriano” insopportabile, come ha detto, ma l’ha usato a piene mani nel suo calendario, dirigendone suggestioni ed effetti attraverso i volti che ha scelto, uno per uno.

IL CALENDARIO RESTA UNA PROVA DI LABORATORIO. Nessuno fra gli attori e i modelli ha infatti suggerito il proprio ruolo, o è intervenuto nell’interpretazione del proprio personaggio. Si è fatto vestire, pettinare, e si è messo davanti alla macchina fotografica senza fiatare, forse credendo di sfruttare la grande occasione, forse senza accorgersi di averne offerta un’altra, forse entrambe le cose. L’effetto finale è molto buono, ma si tratta per l’appunto di prove di laboratorio di una diversità presa in blocco, come un’idea preconcetta. E che, in realtà, non c’è.

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