Crisalidi
MAX FACTOR
10 Novembre Nov 2017 0935 10 novembre 2017

X Factor 2017, Live: le pagelle della terza puntata

Il programma continua il percorso di successo, nonostante i suoi talenti siano destinati a sparire presto. Sul palco brillano Maneskin, Storm e Radice. Mentre i giudici appaiono un po' spenti. Le pagelle.

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X Factor è per gli anni Duemila quello che Dallas fu per gli Anni 80: la dimostrazione di una sostanziale inadeguatezza della Rai. Chi ha abbastanza anni, ahilui, ricorderà come il serial di JR e Sue Ellen, fin che passava sul servizio pubblico, non lo vedeva praticamente nessuno; rilevato dal network concorrente (Berlusconi), esplose a fenomeno nazionale, dando la stura a una stagione inesauribile di soap opera, telenovela, sit com anche da noi.

UN SUCCESSO ASSOLUTO. Oggi, il cronista scopre quasi con sgomento che, per l'11esima edizione di X Factor, ci sono perfino i bookmaker, c'è un giro di scommesse (la più quotata, a proposito, sembra essere questa Rita Bellanza sul filo del patetismo esistenziale, ma non artisticamente irresistibile), segno di indubbio successo. Se non bastasse, i numeri dicono di ascolti macinati ogni settimana: per la prima volta, un programma visibile a pagamento, benché “replicato” il giorno dopo in chiaro, ha superato un canale generalista (ancora di Berlusconi, che in questo caso sconta la sua Nemesi).

IL FLOP DELLA RAI. Ne ha fatta di strada il talent dal 2008, quando la Rai lo lanciò, salvo sbaraccare dopo quattro edizioni per i costi insostenibili: faceva meno di 3 milioni di spettatori, troppo pochi per ammortizzare le spese, la Rai è un pachiderma che ha bisogno di mangiare tanto per muoversi. Dopo l'inabissamento nel circuito Cielo, lo rileva Sky nel settembre 2014 e diventa un evento mediatico ossia commerciale: oggi gli sponsor sono banche, multinazionali, marchi modaioli (sembra il blog di Chiara Ferragni), il network radiofonico Rtl 102,5 garantisce una copertura ossessiva, tutte le testate danno conto di quello che è successo la sera prima, come un tempo Canzonissima, i social scoppiano, le sinergie girano come vortici impazziti (e invece sono macchine da guerra perfettamente calibrate).

Siamo qui a parlare di signorini e fanciulline che per lo più spariranno, crisalidi destinate a volare mai

E siamo qui a parlare di signorini e fanciulline che per lo più spariranno, crisalidi destinate a volare mai. Siamo qui a parlare di «musica del terzo millennio», vale a dire il tema di questo terzo Live. Alle prese con un ballottaggio che sa un po' di mandrakata, col pubblico, il non-giudice, il grande fantasma mandato a decidere (davvero?) tra due proposte di un solo giudice, che vuol lavarsene le mani. Alle prese coi tattoo di Fedez, le levantate di Levante, Manuel Agnelli che, quando gli piglia il cipiglio («cattivo come la peste», gli dice la Mara), sembra la Sea Hag, la Strega di Mare di Popeye. Con Rita, che è una aspirante Ornella Vanoni (la «classicità» un po' algida che le attribuisce Agnelli), con Sem&Stenn, che nel perenne atteggiarsi riportano alla fisiognomica ironica di Ernst Thole (il biondino pare suo figlio naturale), col sempretalent Nigiotti che è un simil-Pelù inibito. E, ancora, con la faccia da perfetto anonimo di Gabriele Esposito, ma non si sa mai, tra gli ospiti c'è uno che molto lo ricorda, in molti sensi. Era anonimo quanto lui questo Michele Bravi che poi hanno resuscitato a Sanremo, l'hanno fatto arrivare quarto malgrado la imbarazzante incapacità di interpretare una canzone dal vivo, e adesso torna in fama di fuoriclasse. Intanto, qui tutti annunciano, reclamizzano, raccomandano i dischi e i concerti che faranno. X Factor è questo, una sinergia avvolta in sinergie, che avvolge sinergie.

I concorrenti: Andrea Radice è l'unico predestinato

Camille Cabaltera – Royals (Lorde): 6+. Ci spiega qualcuno cosa avrebbe questa diciottenne ambiziosa il giusto, impostata il giusto, ma abbondantemente anonima, fredda, totalmente negata al repertorio rap che di continuo le rifilano? Vogliono farne una Anastasia, se abbiamo ben capito. Le possibilità tecniche ci sarebbero, forse: è tutto il resto che manca. Questione di latitudine. E di brani che puntualmente non c'entrano niente con lei.

Ros – Supermassive Black Hole (Muse): 6+. Camilla è meglio di Camille. Mezzi vocali diversi, genere diverso, ma presenza scenica imparagonabile. Stasera i “loro” Muse (coi quali vanno registrando un singolo inedito: l'abbiamo detto, che questo è il regno delle sinergie) escono sufficientemente stravolti: le fanno tutte con lo stampino? Ma sì, sono giovani, Mara gli trova il pelo nell'uovo, ma questo è anche il segno di una personalità, di una identità già definita. Al loro secondo ballottaggio consecutivo, la spuntano contro Sem&Stenn.

Lorenzo Licitra – Sere Nere (Tiziano Ferro): 6 ½. Mara gli dà da cucinare Ferro, che lei stessa scoprì e lanciò, anzi impose contro tutto e tutti proprio con questo brano. Segno che punta molto su questo ragazzo, e forse vorrebbe farne il suo ultimo capolavoro da talent scout. Per ora siamo al talent e, se un tenor di grazia non può avere problemi col salto di sesta («Di se-reee»), può averne però sulla resa complessiva. Di Tiziano è meno esplosivo, ma più pulito. Non gli perdonano la classicità, ma è la stessa storia della Cabaltera: il salto dall'accademia al pop è difficile.

Samuel Storm – Super Rich Kids (Frankie Ocean): 7-. Fedez azzarda con questo brano, e forse ci resta deluso. Ma il suo pupillo, col timbro che ha, non ha paura, e si vede, di affrontare qualsiasi repertorio. Tra l'altro, senza mai strafare, ha una presenza che buca, che arriva. Insomma, ha la negritudine, nella voce e nel volto, nel movimento e nel canto. Chissà se si è capito che al titolare di Max Factor, questo neppur ventenne piace da matti (ad Agnelli meno, scambia il controllo per indolenza, per Mara è addirittura irriconoscibile).

Andrea Radice

Maneskin – Somebody Told Me (The Killers): 7+. Questi giocano a fare i divetti, son di quelli che hanno capito che, a tirarsela, la gente ci crede. Basterebbe poco a spezzarli, i bambini, ma stiamo giocando, no? Manuel se li coccola, gli dà il pezzo rockenrollettone e loro lo ripagano: perché sono bravi e lo sanno, perché il cantante Damiano si è studiato tutto il glam posa per posa, perché quando salgono sul palco lo capisci che succede qualcosa: e se il palco non è un posto un po' folle, un po' malsano, allora è meglio abbandonarlo.

Rita Bellanza – Lost On You (LP): 5. Parte benino, poi le scappa una stecca. Certo, un bel timbro, anche lei, ma fatica troppo a centrare le note nei salti, e non le tiene. Monocorde. (Anche) a te t'ha rovinato Levante...

Enrico Nigiotti – Il Mio Nemico (Daniele Silvestri): 5/6. Eccolo alle prese con l'inno da primomaggio di Silvestri. Brano per lui sbagliato, come dice Fedez, o sbagliato lui per il brano, come dice Agnelli? Forse è solo uno dei tanti, che Mara vuol miracolare.

Sem&Stenn – Electric Feel (MGMT): 5-. Agnelli li promuove, li fa aprire per i prossimi concerti degli Afterhours (sempre sinergie, già). Sarà contento lui. Forse gli ricordano quella adolescenziale decadenza Anni 80. «Puntiamo tutto sul sesso». Sì, l'abbiamo capito, ma in verità è difficile convincersi della bontà di questo elettroduo più effettato che effettivo. Ammucchiatina a parte, si capisce. Escono dopo il ballottaggio con i Ros,

Gabriele Esposito – Growing Up (Macklemore – Ryan Lewis): 4/5. Questo è il Michele Bravi che verrà; o che non verrà, dipende da quanto dura quell'altro. Eventualmente, si potrà non distinguerli. L'ombra di Ed Sheeran lo schiaccia.

Andrea Radice – A Need A Dollar (Aloe Blacc): 7-. Dulcis in fundo. L'umiltà è dei grandi, ma lui è troppo umile per essere grande davvero. O meglio: è grande e non sempre lo sa. Però, senti che falsetto, e come centra ogni nota. Certo, dell'errenbì gli manca l'esplosività, e non è problema da poco: ma non è indolenza partenopea, è che manca ancora un po' di “pazziare”. E il brano giusto, potremmo dire. Ma è un predestinato. Uno con una voce così non potrà che cantare, X Factor o meno.

Conduttore: eccede in mitragliate e superlativi mollichiani

Alessandro Cattelan: 6. Sarà una impressione, ma se parlasse mitragliando meno, renderebbe di più. Vero è che il programma vive su ritmi frenetici: se deve interpellare gli ospiti, gli lasciano un minutino stitico (e lui scade nel superlativo mollichiano: che capolavoro, che album, che brano, che fighissimo); ma è proprio la sua cifra quella del presentare anfetaminico. D'altra parte, quando deve intervenire per arginare la lungaggine ironica di Fedez, perde tempo, esce in ritardo.

I giudici: tutti un po' spenti, solo Levante conferma la sua inutilità

Mara Maionchi: 6. La solita rissosa, irascibile, carissima Nostra Signora, tutto uno svolazzar di c****i; pure troppi, contagia anche Agnelli, e il troppo a lungo andare induce indigestione. Forse pecca di passione nostalgica, nei suoi aspiranti vede più gli artisti che ha lanciato che quelli che potrebbe lanciare. Però, intanto, quelli vanno avanti.

Manuel Agnelli: 6. Parte con un apprezzamento un po' maldestro per la Camille (vediamo se lo accusano di sessismo). Non è poi vero quel che pontifica e cioè che «le band non hanno necessità di interpretare», altrimenti i Rolling Stones non sarebbero diventati la prima band al mondo partendo dalle interpretazioni del blues e del rock and roll. Sa come tirarsi su i suoi artisti, nessuna questione su questo, però gli tocca il dispiacere di un ballottaggio fra due proposte sue.

Fedez: 6-. Nei giudizi è quasi sempre lucido (paragonare Licitra a Ranieri però è una forzatura che sa di immaturità). Nelle scelte dei brani forse lo è meno, anche lui scambia l'improbabile per possibile. Notazione marginale, ma fino a un certo punto: il supertatuato supergrillino antagonista - ricordate i suoi tweet in favore degli anarcoinsurrezionalisti? - è già tornato al libro Cuore familiare, nazionalpop: anche qui infierisce col figlio in rampa di lancio, tra ecografie social, canzoni illuminanti, foto posate e quant'altro. Che noia, e che fastidio quel certo olezzo di mercatino.

Levante: 5-. Si picca quando gli altri giudici, specie Fedez, sindacano le sue scelte in sede di assegnazione dei brani. Ma Fedez ha ragione, e non si capisce (o si capisce?) come possano passare le sue due pupille: scialbe, mal guidate. Eppure debbono passare, altrimenti va a casa anzitempo anche lei. I limiti evidenti, a tutti, di ogni interpretazione a lei sembrano pregi, cose pregevoli e viceversa: «Ti ho visto triste», e il povero Samuel la guarda e non favella, non capisce. Anche noi non capiamo come possa fare la giudice e la talent scout una che si va segnalando per un motivetto che fa così: «Sei un pezzo di me... un pezzo di me... un pezzo di me...». Che spasso.

Ospiti: il successo di Harry Styles peggio dei missili di Kim Jong Un

Michele Bravi: 4. Prodotto assemblato a tavolino e autotune. Tono di voce irritante, da eterno bambino irritante. Andava sprofondando, quando le stelle del business misteriosamente si sono posate su di lui: fin che dura...

Harry Styles: 4. Questo wannabe è primo in 84 Paesi nel mondo. Mondo che, a questo punto, non ha più speranza, altro che i missili di Ciccio Kim.

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