Papa: a volte dormo mentre prego
BASSA MAREA
12 Novembre Nov 2017 1400 12 novembre 2017

Bergoglio e il nodo liturgico della Chiesa cattolica

I canti gregoriani che fanno parte della tradizione ormai sono scomparsi. Tra conservatori e progressisti, invece di mediare come Ratzinger, Papa Francesco ha fatto una scelta di campo netta.

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Le critiche ai Papi dall’interno del cattolicesimo non sono una novità, ma poche hanno avuto la pesantezza della lettera scritta a Papa Francesco il 31 luglio 2017 dal teologo americano Thomas J. Weinandy, cappuccino, 72 anni, responsabile per la dottrina fino al 2013 della Conferenza episcopale americana e per 15 anni professore di teologia a Oxford.
La lettera, resa pubblica a inizio novembre, si apre con le formule di rito, ma va subito alla iugulare. «Santità, il suo pontificato sembra segnato da una cronica confusione». E si articola su cinque punti.

L'ACCUSA DI SUPERFICIALITÀ. Il primo riguarda il capitolo 8 della Amoris Laetitia, esortazione apostolica di papa Francesco del 2016, definito ambiguo. Quattro cardinali avevano presto espresso dubia sulla ortodossia del documento nella parte dove tocca il problema della comunione ai divorziati, problema dibattutissimo oggi fra i cattolici anche se non di grande chiarezza per chi poco segue la dottrina. Poi la lettera di Weinandy dice al Papa che il modo da lui adottato per trattare le questioni dottrinali non va bene, perché è troppo superficiale e denota un certo fastidio. E questo è uno degli aspetti che rende Francesco oggi popolare fra i non cattolici e parte notevole del suo gregge. La scelta dei nuovi vescovi inoltre sarebbe troppo partigiana.

LA QUESTIONE DELLA SINODALITÀ. Il quarto punto è pesantissimo. «La Chiesa è un corpo solo, il Corpo Mistico di Cristo, e lei ha ricevuto da Dio stesso il compito di promuovere e rafforzare questa unità. Ma le sue azioni e parole sembrano troppo spesso voler fare il contrario». Il teologo cappuccino attacca soprattutto il favore di Bergoglio per una certa sinodalità definibile laicamente come una certa cogestione fra papa e vescovi, «che consente e promuove varie opzioni dottrinali e morali». È il concetto di Chiesa decentrata già emerso al Concilio, e di «Chiesa delle chiese» così caro a don Giuseppe Dossetti, l’ex politico Dc già spina nel fianco di Alcide De Gasperi, fattosi prete e potente al Concilio come braccio destro di Giacomo Lercaro, cardinale a Bologna.

Thomas J. Weinandy.

Legato a questo, c’è lo stile di governo di Bergoglio, definito autoritario dal teologo cappuccino, cosa che in un papa non dovrebbe stupire, anche se mal si adatta a un pontefice decentralizzatore. «Lei parla spesso di trasparenza…ma ha notato come la maggior parte dei vescovi se ne sta zitta?». Molti temono che, se espongono chiaramente il loro pensiero, «verranno marginalizzati o peggio». Un attacco in piena regola. Ma occorre essere un po’ insider per capirlo.

IL NODO LITURGICO E RATZINGER. Quello che è più chiaro, per dare il senso del dibattito (c’è da oltre un secolo) fra le due ali del cattolicesimo, è il nodo liturgico. La liturgia o preghiera collettiva, dicono i teologi, è cruciale ed è mezzo cristianesimo perché come si prega si crede e come si crede si prega. Il teologo Weinandy non tocca il tema nella sua lettera, perché la battaglia liturgica dopo il Vaticano II è data per persa. Papa Ratzinger, e prima di lui in parte il papa polacco, avevano cercato di riaprire il tema. Benedetto XVI parlava di «riforma della riforma» e di questa parla l’attuale, ma esautorato e bypassato, prefetto della Congregazione dei riti, il cardinale africano Robert Sarah. Recentissime dichiarazioni e documenti papali sono chiarissimi: indietro non si torna.

TRADIZIONALISTI, MODERATI, RINNOVATORI TOTALI. Sulla liturgia esistono, semplificando, tre posizioni. I tradizionalisti duri e puri, i seguaci semi-scismatici di monsignor Marcel Lefebvre ne sono i campioni, che dicono: non si doveva cambiare nulla. Ma sa un po’ di museo, e poi non ci sono più i preti per celebrare sempre quei riti complessi, anche se a tratti molto belli e significativi. Poi ci sono i rinnovatori moderati, che volevano più Sacre Scritture, più ruolo dei fedeli, più lingue moderne, più semplicità, ma mantenendo un nucleo identitario in latino, almeno in Europa e nelle Americhe, e una quota di canto gregoriano, anche questo di valenza identitaria oltre che artistica, visto che Dio è anche bellezza. Il teologo francese Louis Bouyer, amico di Paolo VI, ne fu un campione, ma nel dopo Concilio gettò la spugna e scrisse un libello: La décomposition du catholicisme (1968). Vinsero infatti i rinnovatori totali, che con una serie di mosse postconciliari hanno sfondato del tutto.

ADDIO ALLA VETERUM SAPIENTIA. Non c’è più nemmeno l’ombra del latino e tantomeno del gregoriano – roba vecchia -, con buona pace della Veterum sapientia di papa Roncalli (1962) che diceva esattamente il contrario e che nessuno cita più. Poeti totalmente atei, si presume, come Arthur Rimbaud o Wystan Auden, e molti altri, avevano un debole per questo latin de l’eglise, questione di bellezze limate dai secoli, che probabilmente anche chi è ignaro di latino riesce a cogliere. Uno dei teologi preferiti da papa Francesco, o così si dice, è il laico italiano Andrea Grillo, ligure di Savona, che frequentemente spiega così la riforma liturgica: il Concilio ha deciso di togliere le barriere, prima di tutte quella linguistica, portare la celebrazione in mezzo ai fedeli, renderli protagonisti, introdurre canti che si capiscono, ampliare molto le letture e il dialogo. Ed è bellissimo.

Una foto del Concilio Vaticano II.

La riforma liturgica vede vari documenti di rango inferiore, non papali, operativi, dove la tesi di Grillo emerge. Ma ha un documento centrale e originario, al quale sempre Grillo esclusivamente si rifà come testo , che è la Costituzione liturgica Sacrosantum Concilium. Riflette bene l’impostazione di Bouyer, e fu votata quasi all’unanimità dal Concilio a fine 1963. Ora, chi legge attentamente il documento e poi va ad assistere a una messa resta interdetto. Nel rito non c’è una sola parola in latino e ormai nessun prete la domenica intona più un canto gregoriano, se non due volte l’anno (forse) in cattedrale.

LA TRADIZIONE MUSICALE SCOMPARSA. Ma nel documento si legge che il latino «sia conservato nei riti latini», cioè nella maggioranza nel mondo cattolico. Alla lingua nazionale va concessa «una congrua parte». Ma «si abbia cura che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme anche in lingua latina». Infatti «la tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d’inestimabile valore». Tutto scomparso. Non ridimensionato, semplificato, selezionato. Scomparso. Abbasso il vecchio e viva il nuovo, proclamavano molti vescovi. «Ora io non capisco le chiese, tra l'altro quasi tutte fornite di organi strepitosi, dove invece si suonano le canzonette. Probabilmente questo è stato apprezzato all'inizio come un modo di avvicinare i giovani, ma è un modo semplicistico e senza rispetto del livello di intelligenza delle persone», diceva nel 2011 Riccardo Muti.

I MAGNA PRINCIPIA CHE DIVENTANO UNO SOLO. E il Concilio alla fine non sanava, ma acuiva, i dibattiti che su liturgia e altro agitavano la Chiesa da molti decenni. Stranamente anche un recentissimo documento liturgico firmato da Papa Francesco, la Magnum principium, si apre con una dichiarazione non vera, poiché dice che il «grande principio» della riforma (vedi la Sacrosantum Concilium) è stato il passaggio al volgare, mentre invece i magna principia erano due, chiarissimi: più volgare e una quota significativa di latino. Perché si cambia sempre e non si rivoluziona mai, nella Chiesa. E invece la “rivoluzione” è stata l’ennesima vittoria dello spirito conciliare, entità astratta di varia interpretazione, sulla chiarezza dei documenti, che sono incontrovertibili. Dicendo che i testi erano sotto il ricatto della Curia, cosa in parte vera ma non esaustiva, molti vescovi si prendevano la libertà di non rispettare affatto il documento che avevano votato.

ESISTE ANCORA "UNA" CHIESA CATTOLICA? Jorge Mario Bergoglio ha ereditato questo stato di cose dopo due predecessori che avevano cercato di mediare, come già aveva fatto in parte Montini, sotto le pesanti critiche del fronte cosiddetto conciliare. Avrebbe potuto mediare a sua volta, con più simpatia certo per il fronte di cui lui stesso fa parte, cioè quello progressista. Invece ha deciso di scegliere nettamente un campo, nel quale vede la salvezza della Chiesa. Forse ha ragione. Et unam, sanctam, catholicam, et apostolicam Ecclesiam. Cantato in gregoriano, questo passo del Credo è uno dei più belli di un inno religioso dei più belli, al centro delle messe da circa 15 secoli, e pilastro del cristianesimo. Fu scritto proprio per radicare la dottrina. Lo si recita sempre, ma da decenni non lo si canta più, nemmeno nelle cattedrali due volte l’anno, perché il gregoriano non esiste più. Tralasciamo il sanctam, catholicam et apostolicam. Ma: Unam?. C’è “una” Chiesa cattolica, oggi?

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