BELLANZA
MAX FACTOR
17 Novembre Nov 2017 0933 17 novembre 2017

X Factor 2017, Live: le pagelle della quarta puntata

Rita Bellanza delude ancora ma è graziata da Morandi. Bravi i Ros, Radice e Storm. Ingiusta l'eliminazione di Camille. Incomprensibile il salvataggio di Esposito, perfetto per le mocciosette del web. I voti.

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Poca musica, molto show. Spettacolo che può piacere e non piacere ma nella logica di un talent ha un senso. Le sue accelerazioni, le sue suggestioni, le scenografie a effetto marcano la differenza. Da che cosa? Dai concorrenti. E qui si spiega perché X Factor, formato passato per alterne fortune (ne parlavamo la scorsa settimana), all'11esima edizione non solo s'impone, rosicchiando attenzione ai palinsesti generalisti in chiaro, ma sembra avere eclissato il rivale diretto, che è, o era, Amici di Maria de Filippi, la “scuola” che comincia solo venerdì pomeriggio.

LO SPREAD CON AMICI. De Filippi sembra avere realizzato la saldatura anche onomastica, nel suo nome si sfornano volti che vengono messi a contratto dalla sua etichetta e spediti a suo nome a Sanremo, possibilmente per vincerlo. Un circolo vizioso, virtuoso, a seconda della prospettiva, che però si conchiude in se stesso. Amici non esce da una certa sensazione di (de)limitato, perfino di autoreferenziale (parlando sempre di Maria), da un gusto televisivo che vuoi o non vuoi rifluisce negli Anni 80. Gli manca, forse neppure lo cerca, il respiro più vasto, perfino internazionale di X Factor, la sua grandeur un po' sborona, la maturità di una produzione impegnativa come quella sfoggiata da Fremantle Media.

L'OBIETTIVO RESTA IL FESTIVALONE. Fedez fa carogneria facile quando sfotte, «ah, come Amici, solo una scuola vera», ma a suo modo incide nella piaga di una differenza che c'è, si percepisce. Poi, anche la liturgia di Canale 5 avrà il suo successo annunciato, poi gli obiettivi grossomodo coincidono: sempre il Festivalone che ammazza la musica italiana o quel che ne resta. Ma le strade sono molto diverse e così il contesto, la prospettiva globale. Non così individualizzata nel segno di una protagonista assoluta del potere televisivo. Questione di feeling, e di fili rossi tesi su ambizioni e presupposti di un format che pare una locomotiva complicata (il meccanismo di eliminazione richiede una legenda spiegata in apertura di programma), e che comincia a scorgere il suo approdo: siamo al quarto e ultimo live, la finalona di metà dicembre ormai è a un mese, e restano ancora quattro sole tappe.

L'esclusione di Camille è un'ingiustizia. Come il salvatagglio della «lagnosa» Bellanza

Camille Cabaltera Sorry Not Sorry (Demi Lovato): 6 ½. «La nuova Camille mi piace un sacco...». Questa è una finta Cenerentola, in realtà è divorata da una ambizione clamorosa e accetta di buon grado le sciagurate scelte di Levante: non è colpa sua, è che la costruiscono così, come un clone di Demi Lovato, Miley Cyrus, queste qui (Fedez se ne accorge, Agnelli sbrodola in modo un po' senile). Legnosa nelle movenze, sprecata per le possibilità che ha, va allo spareggio e tira fuori una esibizione, va detto, niente meno che esplosiva: non serve, la fanno cadere, ma, alla luce di quello che ha fatto vedere, è una ingiustizia, però.

Samuel Storm A Song For You (Donny Hataway): 8. Il copione gli assegna il ruolo del ragazzo difficile che non sa adattarsi (integrarsi?) a X Factor e al povero Fedez. Il quale le prova tutte e trova un'ottima scelta in questo pezzo di Leon Russel, il Grande: eccolo qua, che sgorga libero il talento libero, come uno che finora ha giocato in ruoli non suoi e finalmente può esprimersi nella sua pelle (vuol dire che era anche colpa di Fedez).

Lorenzo Licitra - Nothing Else Matters (Metallica): 7. Ma è impazzita, Nostra Signora? Il tenor di grazia nei panni di un metallaro? Ma se non sospetta neanche la differenza tra rock e metal! Difatti viene fuori una roba che pare Bublè che canta James Hetfield. O la va o la spacca, dev'essersi detta Mara sapendo che non son questi i suoi riferimenti. Che senso abbia usare aspiranti cantanti come cavie non si capisce. Resta che il tenorino, nella ruota della cavia, si salva, anzi ne esce più convincente perché dimostra di essere umile sì, ma consapevole di mezzi e limiti.

Rita BellanzaLa Donna Cannone (Francesco de Gregori): 5-. «Sono contenta perché per la prima volta non ho pianto». Qui vale la pena spendere due parole in più, perché è in odore di scandalosa vittoria finale. Il lato, o caso, umano è diventato insopportabile nel suo patetismo di macigno, anche perché, attenzione, la ragazza difficile, sfortunata, sensibile, mettici quel c.... che ti pare, per dirla alla Maionchi, ha già trovato una sovrastruttura micidiale: sta dappertutto, pompatissima, destinatissima, e dire che ha regolarmente deluso. Questa volta, per non sbagliare, tradisce la solita debolezza interpretativa, il patetismo si mangia tutto il pathos, non tiene le note e, lo coglie bene Agnelli, è monocorde (Levante va su tutte le furie, ma non sa opporre uno straccio di controdeduzione seria). È un bluff, è quella con meno capacità: doveva essere una nuova Vanoni, si ferma a Elodie o Malika Ayane, che tuttavia hanno più vocalità. Se davvero vincerà, allora non sapremo cosa pensare, o forse lo sapremo. Al ballottaggio, Sally la canta alla Levante: su Twitter la ribattezzano immantinente «la lagnosa». Le dà una manona Morandi, la salva.

Gabriele Esposito che conquista solo le mocciosette e Andrea Radice in attesa del pezzo da 10 e lode

Gabriele Esposito.

RosWhy'd You Call Me When You're High (Arctic Monkeys): 7 ½. Bellina lei, come dicono a Firéénze. Camilla, Camilla, quante teste farai perdere ai compagni di scuola e non solo. Ma dietro quella effervescenza je-je, c'è una voce, e si sente. Tiene le scale, i vocalizzi, i gorgheggi, il falsetto («in difficoltà in una canzone che non richiede grandi doti vocali», riesce a sentircela solo Levante, che a questo punto, scusate, non è più una cantante, è una che passa di lì). In più, suona e balla e dietro ha una band che funziona: sono ancora così ragazzi. Dimenticatevi per un attimo che stanno nella discutibile e suggestiva cornice di un talent: scusate, che volete di più?

Enrico NigiottiMake You Feel My Love (Bob Dylan): 5 ½. Va bè, questo piace a mamma Mara, che dobbiamo fare? Stasera lo prova con un Dylan maturo, ampiamente coverizzato: un unplugged servito a porta vuota, giusto giusto per le sue caratteristiche. La vuol fare alla Jeff Buckley. Certo, facile non è. Mah. Avrà il timbro basso, caldo, ma da interprete, parere personalissimo, non sposta una paglia.

ManeskinUn Temporale (Ghemon): 7+. Questi sono antipatici pure quando fanno gli antipatici: sfido che a Manuel piacciono come figliocci. Però sono bravi, e l'hanno dimostrato ogni volta senza esitare: «Un fatto artistico», brava Mara. Per dire che sono una band già formata, non c'è solo il vocalist a tutto glam che sui social accende le fantasie più teneramente esplicite delle ragazzine. Faranno strada, lontano, lontano da qui.

Andrea RadiceLove Me Again/Get Lucky (John Newman/Daft Punk): 7 ½. Questo qui è un napoletano atipico: gli manca la sfrontatezza, la tracotanza ribalda, invece fa tenerezza perché lo capisci che è ancora vergine nella sua fragilità: casca in tutti gli scherzi, l'orsacchiottone, sgrana gli occhioni; sempre si spiega, si giustifica. Con quel po' po' di miracolo che si trova nelle corde vocali! Ci scappa di scrivere che canta troppo bene: e così non riesce a esprimere mai il groove. Però, che razza di numeri insulsi che gli danno (ne riparleremo). Ha una superiorità imbarazzante quanto a doti, ma vorremmo sentirlo fare una esibizione da 10 e lode, perché ce l'ha lì, ce l'ha lì, ce l'ha lì... Un 7 per lui è il minimo, e il minimo non ci basta.

Gabriele EspositoHotel California (Eagles): 5. Scusate, mi spiegate come fa ad avere già caterve di voti su Twitter prima ancora di cantare? E chi lo vota? Le mocciosette in fregola? E non basta essere intonati, a uno così, e così giovane, una canzone così non la dai. La rende una cosa sospirosa color di rosa che fa girare le palle a iosa (le mocciosette in fregola non la conoscono, e quindi non patiscono fastidi di sorta). Manuel «continua a non capire» che cosa sia: glielo spieghiamo subito, è il legittimo successore di Michele Bravi. In sospeso fino all'ultimo, passa vergognosamente contro Camille il che significa che anche lui, come Bellanza, è tenuto su in modo spregiudicato ed è chiaro che usiamo un eufemismo.

Cattelan pensa ad altro, Mara sembra annoiata, Agnelli nella versione sorrisone non convince

Alessandro Cattelan.

ANSA

Alessandro Cattelan: 6 ½. Secondo Aldo Grasso, si vede che ormai pensa ad altre cose, a progetti suoi e qui s'impegna per puro dovere professionale. Sì, avevamo avuto questa impressione, tant'è vero nel nostro giudizio non ci schiodiamo mai dall'aurea mediocritas rotonda, precisa. Qualcosina in più in questa puntata, perché ha più spazio, più lavoro e lo sbriga senza sbavature. Vellutato, sul melanzana riflessivo.

Mara Maionchi: 6. Sarà una impressione, ma sul nostro personalissimo cartellino, e ci costa annotarlo perché la amiamo in tutti i suoi difetti, la andiamo vedendo ripiegarsi un po'; lei sa di essere la più carismatica, la più attuale nel suo stare costantemente fuori dalla modernità (e ci gioca molto, infatti), e a volte par tirare i remi in barca. Come annoiata. La esplosività va sfinendo, a volte ricalca l'intercalare di Teo Teocoli, pochi guizzi, zampatine felpate, giusto un gesto dell'ombrello, così, per dovere di firma.

Manuel Agnelli: 5. Deve aver letto le critiche di chi dice che, al secondo anno, la parte del musone non regge più: e diventa tutto sorrisoni, risatone, complimentoni, con Nigiotti diventa perfino paterno. Così funziona ancora meno, perché sa di posticcio. Chissà, forse è contento perché è in piena promozione, venerdì gli esce la raccolta. O forse perché sta producendo il primo album dei Ros con i Muse, che hanno già avuto a che fare con Rodrigo d'Erasmo degli Afterhours eccetera. «Che paraculo!», chiosa Fedez. Il mezzo punto in più ce lo avrebbe anche strappato per la citazione di Frank Zappa, ma poi ce lo rimangiamo subito perché, segando la giovane Camille nel ballottaggio col Gabriele, è chiaro che l'”alternativo” si piega duttilmente alle logiche del copione.

Fedez: 6 ½. Uno dice: questo qui è un frescone, è tappezzato di tatuaggi, uno che vive nel posto più stiloso di Milano e via Twitter esprime solidarietà agli anarcoinsurrezionalisti che devastano Milano. Però poi ne ascolti i giudizi, e quelli non li buca, non li tira via; quando a Licitra dice: tu dovresti azzardare un Freddie Mercury, mica confinarti a Bublé o Bocelli da talent, gli perdoni di essere quello che è, cioè un condensato mediatico. E poi, a volte ci verrebbe quasi da sospettare che è meno paraculo lui, tutto sommato dell'Agnelli, l'indie, l'alternativo, l'integro, il rocker.

Levante: 4. Lei è la più furba di tutti. Non giudica, sospira, sgrana gli occhioni, considera con la sua insostenibile leggerezza, settimana dopo settimana. Stiamo imparando un nuovo linguaggio, il levantese: è un idioma insidioso, prende le parole e le stravolge, dice che uno è coerente per dire credibile, delira di diamanti, di cantanti «sensibili come tutte le persone sensibili». Nella sua divorante ambizione (va di pubblicità come un treno), nella sua presunzione totalmente acritica, la pseudo indie velocemente redenta contagia le sue concorrenti; in realtà, è la più integrata in un programma che dell'integrazione aproblematica, innocua nello show business, è il regno.

Il "conflitto di interessi" di Gianni, più simile a Tavecchio che a un grande vecchio della canzone

Gianni Morandi.

Afterhours: 5. Ma è già cominciata la gara? Chi è questo stagionato capellone, che non l'ho mai visto prima? Ah, ma no, sono gli Afterhours. Beh, bel pezzettino pop, però, sembra un po' i Negramaro, melodia ascendente rassicurante. Cantante non sempre intonatissimo, voce invero un po' fragile. Crescerà, ma per il momento, Manuel, non incontri il mio gusto: per me è no.

Gianni Morandi: 5. L'eterno ragazzo, vedi alle volte il caso, ha un disco in uscita proprio ora (come Agnelli con la raccolta degli Afterhours, vedi caso), e in questo disco, vedi caso, ci ha scritto Levante. Sono cose che mantengono giovani, quasi come correre tutte le mattine. Strano, però, vederlo qui a lanciare il suo 40esimo album in 60 anni di carriera (li tocca nel 2018), straniante immaginarselo, come in una sovrapposizione, andare «a cento all'ora» all'età e con il viso imberbe di quelli che si sfidano qui; e cosa furono, i suoi musicarelli se non, in un certo qual modo, i talent degli Anni 60? Salva (fra tempeste di fischi in platea e rabbiosi cinguettii su Twitter) Bellanza, che è la raccomandata, scusate, la candidata di Levante, che è coinvolta nel suo nuovo album, e questa è una cadutaccia di stile, di gusto, di tutto degna non di un grande vecchio, ma di Tavecchio.

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