VUCCIRIA
18 Novembre Nov 2017 1456 18 novembre 2017

101 perché sulla storia della Sicilia che non puoi non sapere, estratto del libro di Ulisse Spinnato Vega

Una guida per scoprire l'Isola attraverso curiosità, cultura e credenze popolari. Alla ricerca della vera anima di un paradiso che sa essere inferno.

 

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Perché c’è un coccodrillo appeso al soffitto di una vecchia drogheria della Vucciria? Perché in Sicilia si possono vedere le “Dolomiti a mare”? Perché il celebre guardiacaccia amante di Lady Chatterley parlava siciliano? Perché Caltanissetta era considerata “la piccola Atene”? E perché le mummie di Burgio sono tornate a… vivere? Lo spiega Ulisse Spinnato Vega*, siciliano doc trapiantato a Roma nel 2001, nel libro 101 perché sulla storia della Sicilia che non puoi non sapere (Newton Compton, 336 pagine, 10 euro). Lettera43.it ne pubblica un estratto.

Leonardo Sciascia lo coniò nell’articolo Sicilia e sicilitudine del 1969 che apre la silloge di saggi La corda pazza. Eppure ormai il lemma “sicilitudine” è entrato nei vocabolari italiani, dal Grande Dizionario Battaglia alla Treccani. E la definizione è sempre grossomodo la stessa: «L’insieme delle consuetudini, delle mentalità, degli atteggiamenti che sono tradizionalmente attribuiti ai siciliani». Qualcuno ha detto che la Sicilia è un continente racchiuso un’isola di ventiseimila chilometri quadrati, un piccolo universo di mezzo tra Europa e Africa. E forse è vero, data la varietà dei paesaggi, la ricchezza di stratificazioni storico-culturali e la multiformità dei caratteri umani che vi si trovano. Un continente che dall’ultimo ventennio dell’Ottocento a oggi, però, ha subito un’emorragia pesantissima di cervelli, braccia, cuori, sogni e speranze.

SICILIANI DI SCOGLIO E DI MARE. È vero: ci sono i siciliani di scoglio e quelli di mare. Quelli abbarbicati alla Trinacria nonostante tutto e quelli che hanno tagliato presto il cordone ombelicale, in cerca di un altrove fortunato. Ma una partenza è spesso il prologo di un ritorno. E quando, come accade a chi scrive, si è emigrati dalla propria isola-monade-continente per restare abbastanza nei dintorni, dunque in Italia, capita di rientrare viaggiando comodamente in auto.

IL PROFILO DELL'ISOLA. Nel tragitto sulla Salerno-Reggio, quell’autostrada che fu efficacemente definita «il corpo del reato più lungo del mondo», lo svincolo di Bagnara Calabra non è un punto a caso. È proprio da quelle parti, infatti, che il siciliano al volante inizia a scorgere, sulla destra, il profilo agognato dell’isola, sdraiato sull’orizzonte di mare. Il giornalista e storico Gaetano Basile racconta nelle primissime pagine del suo L’Isola che c’è - Viaggio a due passi da casa (Dario Flaccovio Editore, Palermo, 2002) quella sensazione, quel fremito che un po’ tutti viviamo quando scendiamo lungo lo Stivale e ci approssimiamo alla Trinacria cui apparteniamo e che ci appartiene: «In una ventosa, gelida giornata di febbraio, dall’alto della costa calabrese me la trovai davanti come non l’avevo mai vista. Le Eolie, nettissime sulla destra; Messina al di là dello Stretto, e poi l’Etna, come un’imponente mammella che si ergeva direttamente dal mare, alla sinistra. Era come se la vedessi per la prima volta. Eppure lì c’ero nato. E ne fui felice».

Soffre la Sicilia di un eccesso di identità, né so se sia un bene o se sia un male

Gesualdo Bufalino

A Bagnara, insomma, la lacrimuccia è quasi assicurata. Chiamandomi Ulisse, per giunta, potrei motteggiare facilmente sui topoi della partenza, del viaggio, del ritorno e dell’isola. Ma risparmierò il supplizio al lettore. Piuttosto è interessante soffermarsi sull’identità-alterità di un popolo che in circa centocinquant’anni d’emigrazione ha riempito il mondo dei propri cognomi, del proprio dialetto, del proprio ingegno (anche malefico). Un popolo che, tuttavia, in virtù di un braccio di mare di appena tre chilometri, coltiva l’orgogliosa “sicilitudine” e il senso di separatezza dal resto di quello stesso mondo che ha colonizzato e da cui è stato colonizzato. Ecco: tre chilometri soltanto. Uno spazio d’acqua che probabilmente non verrà mai sormontato da ponti e che distanzia irrimediabilmente la Trinacria da una nazione non a caso definita a sua volta “continente”, con una sfumatura di diffidente distacco, nel gergo dei siciliani di un tempo (basta ricordare la celebre commedia di Nino Martoglio L’aria del Continente).

TERRA DI EMIGRANTI. La Sicilia è oggi la prima regione italiana per residenti all’estero: circa 730 mila secondo i dati aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) relativi al 2015. Un dato che, ovviamente, non considera i naturalizzati discendenti dei moltissimi isolani che partirono tra la fine dell’Ottocento e gli Anni 60-70 del Novecento. C’è da dire che prima dell’ultimo quarto del XIX secolo gli spostamenti dei siciliani verso l’estero erano ridottissimi e la popolazione della Trinacria era cresciuta costantemente. Il numero degli emigranti su distanze lunghe salì intorno alle 15 mila unità soltanto nel 1893 e quindi crebbe quasi costantemente sino al primo conflitto mondiale. Molti all’inizio si diressero verso la Tunisia, ma poi il flusso maggiore prese a indirizzarsi alla volta delle Americhe.

I RITORNI E LE IMPOSIZIONI DEL VENTENNIO. Con la Grande Guerra, aumentarono i ritorni. Ma subito si ebbe una ripresa repentina delle partenze dopo il 1918 e fino alla sostanziale chiusura delle frontiere statunitensi, nel 1921. Pesò pure la politica anti-emigrazionista del regime fascista: durante il ventennio, infatti, si registrò soprattutto un grande movimento interno verso il Nord Italia industriale. Tendenza che sarà confermata dopo il secondo conflitto mondiale, con l’aggiunta di massicce migrazioni in direzione Europa: Germania, Belgio, Francia e Svizzera in testa. Parliamo complessivamente di qualche milione di persone, pur considerando fino a un terzo di ritorni. Basti dire che, tra il 1881 e il 1900, circa 221 mila siciliani andarono all’estero o comunque ebbero il nullaosta per l’espatrio. La cifra esplose nel periodo 1901-1913: oltre 1 milione di isolani partirono in questo lasso di tempo e lasciarono l’Italia addirittura il 37% dei messinesi, colpiti dal tremendo terremoto del 1908, probabilmente il più distruttivo della storia della Penisola. Gli emigranti su lunghe distanze scesero poi intorno ai 20 mila l’anno nel periodo post-bellico e fino al 1950. Mentre tra il 1951 e il 1971 ha detto addio alla Sicilia complessivamente ancora 1 milione di siciliani.

IDENTITÀ E RADICI. Roba del passato, si direbbe adesso. Tutt’altro: la grave crisi economica e la mancata riduzione del gap tra Nord e Sud ha generato un ritorno di fiamma del fenomeno migratorio. Oggi circa 20 mila siciliani lasciano l’isola ogni anno per cercare altrove sbocchi di lavoro e di vita. Una tragedia che si rinnova. «Soffre la Sicilia di un eccesso di identità, né so se sia un bene o se sia un male», diceva Gesualdo Bufalino. Fuori dal Lazio, un romano si dice sempre romano. Lontano dalla Campania, il napoletano si dice comunque napoletano. Il siciliano, invece, esce dall’isola e si presenta in ogni caso come siciliano. Solo in seconda battuta precisa la città di provenienza. «Un’isola non dev’essere necessariamente molto lontana dalla riva o molto grande per realizzare la sua vera funzione: stringerci in un cerchio d’acqua e recidere per un po’ i legami che ci tengono avvinghiati alla nostra vita», spiegava lo scrittore statunitense Bill Holm. L’identità, la vita e la morte. Deriverà forse dal loro status di isolani il rapporto del tutto speciale tra i siciliani e l’aldilà? Ne parleremo più avanti.

*Ulisse Spinnato Vega come giornalista si occupa prevalentemente di economia e politica. Ha lavorato in Rai, scritto per Espresso.it, Left-Avvenimenti. Oggi è addetto stampa e content editor alla Camera dei Deputati, e dirige la rivista Avtobiog a – Journal on Life Writing and the Representation of the Self in Russian Culture. Ha all’attivo un volume di poesie.

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