Rita Bellanza
MAX FACTOR
24 Novembre Nov 2017 0946 24 novembre 2017

X Factor 2017, Live: le pagelle della quinta puntata

Alle semifinali Rita Bellanza, che meno sa cantare e più deve passare, viene salvata dai giudici e sui social si scatena la protesta. Sul palco Radice e Maneskin spiccano su tutti. Mentre Mara striglia Agnelli. I voti.

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«Alla fiera dei talent, per due promo, la stalentata Morandi salvò. E vennero i fischi, a piover su Morandi, che salvò la stalentata, ch'era raccomandata, da un'altra stalentata, che ha scritto dentro il disco, che usciva il giorno dopo, dello stesso Morandi, che per due promo, la faccia giocò». Riassunto delle puntate precedenti. Rita Bellanza, giovane dalla storia tormentata, che meno sa cantare e più deve passare, passa with a little help from my friend, quello conosciuto come “l'eterno ragazzo”, e un talent fin qui di successo ma pur sempre di nicchia, esplode: tutti debbono sapere, tutto il mondo e provincia deve sapere, anche quelli che hanno sempre vissuto facendo tranquillamente a meno di X Factor.

CHE SUCCEDE NEI BACKSTAGE? Fischia la bufera: ci si domanda, ah, beata ingenuità di quelli che poi non si fidano dei vaccini, dei politici e neanche del Padreterno, ci si domanda che cosa accada davvero nel backstage di questi talent. Ora, noi, da queste parti, senza trarre conclusioni, abbiamo però scelto fin da subito di parlar chiaro, perché il giornalismo che si nasconde dietro le parole non è giornalismo, e non rispetta il lettore: anche quando si gioca (o si sta al gioco), bisogna farlo seriamente.

TUTTI CONTRO RITA. Forse a X Factor hanno tirato troppo la corda, o magari l'avevano messo in conto: fatto sta che “l'intendenza è seguita”, tutti a vociare e cinguettare contro questa Rita, che proprio gnaa fa, e contro chi la tiene su. Ma state sereni, il vaso di Pandora che si scoperchia è del tutto regolare: simili meccaniche celesti e certe decisioni incomprensibili ai più vivono queste rassegne fin dai tempi di Canzonissima che, volendo, fu la madre di tutti i talent.

Anche X Factor ha il suo “caso”, quello di Rita Bellanza, e non c'è successo – Sanremo insegna – senza sospetto, senza scelta più o meno criptica

Tanta insofferenza, tanto malignare sono oro a cascata nei forzieri pubblicitari di X Factor, che a questo punto ha il suo “caso”; e non c'è successo – Sanremo insegna – senza caso, senza sospetto, senza scelta più o meno criptica. Bisogna stare al gioco, ma non tutti lo capiscono, qualcuno esagera, chi ne esce peggio è proprio Levante che tradisce tutta la sua ambizione, spropositata, e la mancanza però di personalità e di maturità, zoppica sui social e, già che c'è, profitta per farsi un altro po' di réclame mercantile, atteggiandosi a vittima, fotomontandosi davanti a Beatles e Nirvana (caterve di fischi freschi), invitando la gente a odiare i politici, signora mia, non una ragazza che sta coronando il suo sogno. La fiera del qualunquismo dalla coda di paglia scomoda immancabilmente il sogno, il diritto al sogno: per pochi, ma non per tutti.

QUELLE CONVERGENZE PARALLELE IN SALSA SONY. Ma quale sogno, qui è la realpolitik più concreta: è la sinergia, Bellanza, e queste convergenze parallele, sotto l'egida della Sony che è l'etichetta-partner di X Factor, quella che ha avuto un peso decisivo nel casting, risplendono più che mai in questa prima delle semifinali dove i superstiti si sfidano portando pezzi inediti. Nel corso della cronaca, autore per autore, produttore per produttore, spieghiamo tutto: e che facciamo, ricominciamo la filastrocca della fiera dell'Est? No. Invece noteremo come la Maionchi sia l'unica ad avere ancora tutti e tre i suoi soldatini, Agnelli e Fedez portano alle semifinali una coppia di pupilli mentre la sola Levante, sarà un caso, resta aggrappata alla sua Rita: la pietra dello “scandalo”.

Concorrenti: Maneskin e Radice i soli a convincere

Lorenzo Licitra – In the name of love (inedito); Somebody that I used to know (cover di Gotye feat. Kimbra): 6-. Anche lui messo a cantare 'in english'. Qui, ovviamente, gli U2 non c'entrano e il pezzo esce da questo Fortunato Zampaglione, giro Sugar, Caterina Caselli per intenderci; ha scritto per molti, da Morandi a Emma fino alla pompatissima Michielin, che Mara chiama «Michelin» (ma anche con Fedez). Tipico pezzo da talent, già all'introduzione ammala di diabete. Sarà la costante di questa puntata: brani mediocri, quando va bene, rischiano di penalizzare le interpretazioni, e non è facile scindere le responsabilità (the singer, non the song). Pure, bisogna considerare questi aspiranti come futuri artisti che, piaccia loro o meno, interpretano certe proposte. “Conciossiacosache” il voto è una risultante di diverse componenti, e per questo può risultare più basso, proprio perché le canzoni sono generalmente infami. Per dire, in questo caso l'interpretazione è da 7 ma il brano è da 5-. Con la cover non c'entra niente (allora meglio darla a Radice) ma sono elucubrazioni di Maionchi, che si crede alchimista più di Fulcanelli. Cara Mara, che ne diresti invece di un Cocciante d'annata, “Notturno”, sontuoso pop sinfonico davvero adatto a questo ragazzo?

Gabriele Esposito – Limits (inedito): 4. Prodotto da quel volpino di Fausto Cogliati, anello di congiunzione tra J-Ax e Fedez, del quale rappresenta l'eminenza grigia, il brano è autografo ed è... atroce. Puzza, perdonate la brutalità, di acchiappamocciose (puntualmente inquadrate mentre si sbattono). Ecco, questa è la tipica roba che fa male alla musica (anche ad ascoltarla). Insopportabile lui, l'interpretazione, il “brano”. Roba da boy band senza band. Una boyata, ecco. E ci vuole davvero il cinismo di Agnelli, anche verso se stesso, a dirne bene «perché è senza troppi cliché dentro»: 'ndemm, Agnelli, che siamo qui per far soldi. In quest'ottica, sì, il pezzo è “buono” (difatti gli fanno i complimenti tutti e quattro i manager, scusate, i giudici). Va allo spareggio con Rita Bellanza e soccombe ad un ballottaggio in cui dove segavi, segavi bene.

Maneskin – Chosen (inedito); Take me out (cover di Franz Ferdinand): 7. Qui, a credere ai crediti, fanno tutto loro, i quattro stronzetti: compongono, producono, suonano. Ovviamente dietro hanno Agnelli (e dici poco), che però sembra confidare a sufficienza in questi ragazzini, che fanno a volte tenerezza in quello spasimo di rendersi odiosi. Il brano non è niente, è un poppettino con sopra un po' di rumore e il cantante che bercia il giusto, altro che soul bianco. Tipico caso in cui la vanità divora il talento possibile. La fanno passare per grinta, ma è un abbaiare che non morde. Meritano comunque il voto più alto stasera, insieme a Radice, per la capacità di tenere il palco. Per la cover, solito discorso: ma dagli qualcosa di serio, pesca nei Black Crowes se vuoi restare al quasi contemporaneo, se no vai anche a ritroso, perdio, Agnelli...

I Maneskin.

Andrea Radice – Lascia che sia (inedito); Can't stop the feeling (cover di Justin Timberlake): 7. Ma perché gli danno 'sti titoli che ricordano il romanticismo Anni 70? Questo cavallo di razza, tra i pochissimi di questa edizione, rischiano d'ammazzarlo (e lui lo sa) con canzoni quasi del tutto scentrate: con l'inedito gli fanno rifare Cocciante, prendono un autore misconosciuto, quasi un salto nel buio (Piero Foglietti proviene comunque dall'Officina di Alberto Salerno, marito di Mara Maionchi: un affare familiare), ma la cifra resta, andiamo, sanremese. E si sente, dannazione. Nondimeno, esce con una interpretazione stupenda, cioè è uno che sa nobilitare anche gli scarti. Quanto alla cover, non si capisce perché una volta tanto non gli fanno cantare una roba degna, tipo, che so, Can't find my way home di Joe Cocker, con quell'attacco che da solo vale una vita. Noi all'ottimo Radice (e alla sua Pigmaliona) ameremmo consigliare l'ascolto del recente nuovo album di Curtis Harding che gronda soul in tutte le sue direzioni: roba che lui potrebbe fare egregiamente. Go as you are, Andrea. Ma chi ci ascolta?

Rita Bellanza – Le parole che non dico mai (inedito); Aguas de Marco (cover di Antonio Carlos Jobim): 4. Qui siamo in pieno melange sanremese, alla faccia della modernità giovanile. Compone Antonio Filippelli, che per puro caso è il produttore di Levante, che per puro caso ci ha messo le liriche, anche se è una parola grossa. Stucchevole in tutto e per tutto, e stuccare vuol dire spaccare: indovina un po' cosa. Se Levante fosse una che può giudicare, e allevare, potrebbe intanto insegnarle la respirazione nel canto. Per il resto, il brano non esiste e, poche storie, lo canta male come al solito, anzi, pure peggio. Ma dicono tutti: qualcosa di buono, poverina, ce l'avrà pure: su questi presupposti, la dopano, la tengono su (è l'unica donna rimasta, è l'unica rimasta a Levante, ha tanto sofferto, qualcosa dentro ce l'avrà...). È solo una nostra maligna impressione o ridacchia troppo, ammicca come una che, beata lei, conosce il suo destino? La cover è roba celeberrima, enorme, e che possiamo dire? Solo che Levante vaneggia a imporgliela, Rita Bellanza non essendo Elis Regina. Finisce al ballottaggio con Gabriele Esposito, canna Le rondini di Lucio Dalla e, naturalmente, grazie a un inciucione magistrale, passa lei.

Samuel Storm – The Story (inedito); Rolling in the deep (cover di Adele): 6 ½. Vedi alla voce Esposito, per la produzione. Gli fanno giocare, manco a dirlo, la storia della sua vita di migrante – ma non sono trucchetti un po' triti, un po' tristi, ormai? Le liriche sono dimenticabili, almeno se non vi frega niente dello Ius soli, la musica è furbetta, il che vuol dire datata. Lui è un tipo strano: a volte pare il figlio del pugile Nino La Rocca, a volte del calciatore Edgar Davids (lo ricordate?), cioè uno che con la disciplina se la dice poco. Musicalmente può ricordarne tanti, il nome che viene in mente stasera è quello di Seal, vocalist anglonigeriano. Certo, dovrà crescere, ma parte con una dotazione vocale di tutto rispetto: lo conferma coverizzando Adele.

Gabriele Esposito e Rita Bellanza col conduttore Alessandro Cattelan.

Ros – Rumore (inedito); Song 2 (cover di Blur): 6-. No, non è la cover di Raffaella Carrà. È un pezzo fresco fresco, accreditato al gruppo ma, ça va sans dire, assemblato dai due Afterhours (Agnelli e D'Erasmo) insieme a Tommaso Colliva dei Calibro 35, tutti produttori dell'album d'esordio del gruppo: se si scomoda gente così, vuol dire che ci si sta investendo sopra. Più genuini dei Maneskin ma non meno esplosivi, con la cantante Camilla che ha un potenziale notevole (anche se deve curare la versatilità interpretativa). Dio, il pezzo è ingenuotto, a tratti imbarazzante e ricorda certe cosette Anni 90 degli Elastica (i White Stripes, che Mara chiama «Wait Strip», c'entrano nagott), o, per restare in Italia, dei Prozac+, che oggi probabilmente nessuno ricorda più: non è una buona ragione per marciarci, però... Discreta la loro versione dei Blur.

Enrico Nigiotti – L'amore è (inedito); L'isola che non c'è (cover di Edoardo Bennato): 5. Anche per lui c'è di mezzo Zampaglione, si vede che è una scelta precisa della Maionchi. Pezzo che nel titolo ricorda Gatto Panceri (chi lo ricorda?), ma non lasciatevi ingannare: lo è davvero, anche nella melodia, gli arrangiamenti, tutto. E pure la faccia di Nigiotti ricorda Panceri. La cifra cantautorale qui vorrebbe essere classica ma a noi pare più che altro logora. Dice: almeno non è un boy-boy orfano di una boy band: ci credo, ha 30 anni... Vive, in effetti, di un miraggio, cioè pare a volte potenzialmente interessante, ma poi c'è sempre qualcosa che manca (e la sua versione di Bennato lo conferma: troppa impostazione postdatata, troppa poca personalità). Forse è troppo vecchio per essere giovane e troppo giovane per essere vecchio. Tutti giurano che il suo brano spaccherà: il titolare di Max Factor ha un'altra idea (prescindendo da eventuali payola ed altre menate sempre possibili, ché allora ogni valutazione è inutile), comunque staremo a vedere.

Conduttore: un affidabile mediocre

Alessandro Cattelan: 6. Fa il suo mestiere, ma quanta enfasi, anche lui. E l'enfasi è nemica di ogni leggerezza, di qualsiasi ironia. Costretto a un ruolo didascalico, anche a causa di meccanismi di gara e di spettacolo davvero cervellotici, per il resto, affidabile come sempre. E il voto è l'aurea mediocritas di sempre.

Manuel Agnelli, Levante, Mara Maionchi e Fedez.

I giudici: Mara smonta un insufficiente Angelli

Mara Maionchi: 6 ½. «Io non sono televisiva, sono una testa di cazzo... e quindi... Andrea Radice!». E che le vuoi dire? A suo merito, il fatto di aver portato in semifinale tre artisti, da vera discografica. Per il resto, è fuori categoria, gioca in un campionato tutto suo (anche se a volte esagera, più dichiara che si deve contenere e più esagera). È una che può smontare la sicumera non sempre precisa di Manuel con un «ti perdono» in soave noncuranza, ed è sempre confortante sentire il peso dell'esperienza che non si fa impressionare.

Manuel Agnelli: 5. L'incontentabile (ricordate la pubblicità degli elettrodomestici con Giampiero Albertini?) dell'anno scorso si è definitivamente trasformato in un amabile antipatico che ha una parola buona per tutti, un incoraggiamento ziesco, una indulgenza a volte inzuppata nell'improntitudine. Certo, è un gioco, ma fino a un certo punto: questi sono aspiranti che da domani escono sul mercato. Egli in questo gioco ci sta fino agli occhi e non può uscirsene col dire che delle meccaniche discografiche celesti lui se ne frega. Non può. Recita male. Far passare tutti per scemi, no, non si può. Infine, i brani affidati alle sue due band sono scarsi.

Fedez: 6-. Che dire ancora del nostro Coso Dipinto (copyright Maurizio Gasparri: lui colse l'offesa al balzo ci intitolò un disco. Per dire l'attitudine commerciale piranhesca), che mette su Instagram pure l'ecografia del figlio prossimo venturo? Che fuori di qui è senz'altro discutibile, censurabile, evitabile se si vuole; un figlio dei nostri tempi. Questo però è il suo acquario, e qui, sia pure senza più troppa convinzione, si vede che comincia a stancarsi, ci sguazza, la si prenda come si vuole.

Levante: 5--. Passa la sera a ripetere «io non sono un discografico». Sarebbe interessante stilare la lista di tutto quello che non è Levante, ma lo spazio è tiranno. Passa anche la sera a ripetere che ogni aspirante ha fatto «un percorso di crescita» e che «è contenta sia arrivato fin qui». I suoi giudizi tecnici sono circolari: «Mi sono piaciuti meno i Ros perché non hanno dato il meglio di loro» Hai capito?

Ospiti: atmosfere da Zecchino d'oro

Negramaro: 3. La semplicità può essere un punto d'arrivo, e allora va bene. Ma quando diventa un punto di partenza, si risolve in banalità e a quel punto non va più bene. Sempre quell'enfasi imbarazzante, quel canto spiegato giulebboso, quelle strutture armoniche elementari, quelle melodie da Zecchino d'Oro. Quei salti vocali e falsetti che in Mango, uno che fuoriclasse lo fu sul serio, erano tutt'altra cosa. Si stavano sciogliendo, invece si sono ricoagulati. Pensa che culo. Dopo tanta avventura, verrebbe da dedicare loro una biografia: Se questa è musica.

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