RADICE
MAX FACTOR
1 Dicembre Dic 2017 1003 01 dicembre 2017

X Factor 2017, Live: le pagelle della sesta puntata

L'eliminazione vergognosa di Andrea Radice e quella stra attesa di Bellanza. Il talent si conferma uno show con un copione stabilito. Mentre Levante dà ancora prova di inconsistenza. I voti.

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Hanno fatto una porcata, hanno segato il migliore e lo hanno fatto perché è troppo bravo, troppo umile, troppo ingenuo, troppo pacioccone, troppo sguarnito di marpioni alle spalle, insomma troppo poco redditizio in quella oscena fiera dell'immagine che è oggi la musica: non ci resta che sperare che Andrea Radice non sparisca, anzi che trovi una sua strada lontano da certi programmi e da certi giudici che sono in realtà dei passacarte.

L'IRREQUIETO INFLUENCER VS IL CRISTOLOGICO DOMATO. A proposito, che cosa vuole dire l'ex alternativo Manuel Agnelli al nazionalrap Fedez quando lo invita ad essere più maturo? Gli consiglia di accettare le condizioni del fato? Lo avverte che col copione non si scherza (pacta sunt servanda)? Oppure lo invita ad accontentarsi dei dischi di platino e i concerti a San Siro con J-Ax, l'altro nazionalrap, e a non essere ingordo quanto a edizioni, produzioni e tutto l'ambaradan lucroso conseguente alla promozione del rispettivi aspiranti? Nessuno lo ha capito bene, tutti si limitano a registrare lo scazzo, detto alla giovanile, tra i due nel posticipo scorso. Il giovane influencer Fedez, imbronciato, irrequieto come Leopardi nel viaggio romano, insulta Manuel il cristologico domato, serafico, imperturbabile come Seneca nell'atarassia, e i social esplodono.

BARUFFE ALLA GRANDE FRATELLO VIP. Su cosa? Sembra che questo talent, procedendo verso la sua conclusione, vada estenuandosi, aggrappandosi ai soliti sospetti, alle baruffe alla Grande Fratello Vip. Alla fine, per bulimia, esce fuori la cifra di un talent: la gente lo vede, lo discute, lo assorbe da ogni sfiato pubblicitario, mai come quest'anno, ma tutto sulle minuzie, sulle litigate più o meno artificiali, sul gossip, non si salvano neanche i ragazzini, quello del gruppo di baby coatti Maneskin, che è una copia di cento altri del periodo glam, è diventato «la porno ossessione di Alba Parietti», chissà i salti di gioia. Cosa resterà di questo 2017? Presto per dirlo, ma una sensazione affiora già ed è forte: che la cifra artistica sia piuttosto andante, sì, d'accordo, qualche voce gradevole, ma se poi elimini il meglio...

LEVANTE: DELUSIONE ANNUNCIATA. Anche i giudici sembrano uscire ridimensionati da questo giro, peraltro televisivamente trionfale. Di Agnelli, della sua precoce consumazione abbiamo detto. È arrivato alla notorietà vera a 50 anni, «ho capito che se non vai in televisione non esisti». Dipende da cosa intendi per esistere. Se è esistere come Fedez, allora siamo d'accordo: lui è perfetto per questo contesto, ma comincia ugualmente a consumarsi, a stancarsi se non a stancare. Levante è la delusione annunciata, entrata in fama di indieMadonnina infilzata, esce al confine con la macchietta e non lo dice il cronista malevolo, basta constatare i commenti sui soliti social: la totale mancanza di criterio teorico, il frasario tardoromantico che dice niente, il modo pessimo con cui ha gestito la sponsorizzazione della imbarazzante Bellanza sono tutte cose che la relegano a un ruolo gregario che forse si eaurisce qui. Di sicuro, «non ha incontrato il gusto» collettivo.

UN'EDIZIONE CHE SACRIFICA LA CANZONE. Resta Mara Maionchi, che a 77 anni è la vera conferma/sorpresa di un format che, tuttavia, vive di doping giovanilistico, tutto in X Factor ammicca ai teenager, regia, scene, linguaggi (ecco perché Manuel non funziona più); lei, sopra le righe com'è, può permettersi tutto ma è chiaro che insistere sul carisma sboccato non è scelta che possa durare in eterno. Quanto a Cattelan, ha sempre sbrigato la sua pratica con efficienza distaccata, a volte distratta, ma lasciando a volte l'impressione di un'occasione sprecata. Il paradosso dell'edizione più rutilante di X Factor, è che dovrà cambiare moltissimo, rinnovarsi profondamente se vorrà sopravvivere a se stesso. Perché un'edizione come questa, alla fine, sacrifica l'unico potenziale grande interprete, non lascia canzoni, è tutta cornice. Come sempre, ma stavolta di più.

La scandalosa eliminazione di Radice e il gender dei Maneskin

L'esibizione dei Ros.

Ros (Killing in the name – Rage Against The Machine; Future Starts Slows – The Kills): 7. Rage d'annata e di rivolta, e il blues tribale ma fighetto dei Kills: il gioco è scoperto, dare al gruppo quello in cui si rispecchia. Il loro mentore vuole spacciarli per trasgressione inaudita, il sasso nel motore di un talent: non esageriamo, comunque è indubbio che se la sanno cavare. Tra l'altro confermano di essere una band, non solo una voce femminile. Brano che vorremmo tanto sentire da loro: I wanna be your dog degli Stooges, con, perversamentissimamente, Camilla nei panni di Iggy. Peccato, non sarà per la prossima volta, non è cosa da X Factor, anche se la scampano all'incredibile ballottaggio con Radice.

Enrico Nigiotti (Mi fido di te – Jovanotti; Vento d'estate – Max Gazzé/Niccolò Fabì): 6. Nigiotti persiste: prende brani celeberrimi e prova a personalizzarli (e celeberrimi non vuol dire validi, e provare non significa riuscire). Però è tra i più scaricati su iTunes: si vede che è credibile, come dice Levante. Nonna Mara vuole imporlo come nuova cosa cantautorale: la discografica è lei, per giunta di lungo corso, saprà pure quello che fa. In realtà, questo livornese non più verde le rifà tutte uguali, tutte alla sua maniera: può essere un limite o la conferma di una personalità, scegliete voi. Per il titolare di X Factor non sembra avere una gran personalità, e resta il meno dotato fra quelli rimasti in lizza: lo aiuta l'aspetto, apparire vale più di essere.

Samuel Storm (She's on my mind – Jp Cooper; Say something – A Great Big World feat. Christina Aguillera): 6 ½. Questo ragazzo è uno che magari non sa ancora cosa vuole, però lo vuole con forza. Ed è uno con la faccia della teppa e anche per questo ci piace (la personalità però è altra storia). Fedez, che di cultura mediatica ne ha tanta quanta gliene manca di musicale, escogita il pezzullo più insulso, autentica spazzatura da camerino di boutique da centro commerciale; infatti l'effetto è di una minestrina sciapa. L'altro pezzo se lo sceglie lui (dicono) ed è appena meno noioso, ma giusto di un'incollatura. Altro che introspezione, due palle così. Fa quello che può, poer fioeu, non è colpa sua. Come disperdere una voce pur ragguardevole. Ma fregatene del colore dei generi e dàgli Hurt di Johnny Cash, bestia di uno pseudorapper che sei!

Andrea Radice (Diamante – Zucchero; Transformer vs Abbey Road – Gnars Barkley): 7 ½. Caro Radice, paghi per le manfrine di troppi, fattene una ragione; fa' che sia solo l'inizio per te. Bisogna comunque che cominci a curare la tua cultura musicale: il dono che ti ritrovi in gola te lo impone, se devi pescare nel soul, pesca bene, c'è un mare a cui attingere, da Al Green a Sam Cooke, da Otis Redding a Marvin Gaye, pensa solo all'indimenticabile attacco di Let's get it on. Il Diamante zuccherino gli consentirebbe di esaltarsi nelle impennate, ma sfora di quasi mezzo tono, sull'acuto. Su Transformer, però, ritorna stellare. Finisce al ballottaggio, il che è già assurdo perché una vocalità come la sua non si trova da nessuna parte. Anche in Recovery di James Arthur lo conferma: il suo acuto finale è spaventoso per quanto è bello. X Factor, però, è a suo modo razzista e punisce la mancanza di appeal, di immagine, di culo scoperto. La sua eliminazione è l'autentica vergogna di questa edizione, non si discute.

I Maneskin.

Maneskin (Flow – Shaw James; Kiss This – The Struts): 6+. Anche per loro, gioco facile ma anche difficile: due pezzi che sembrano cuciti addosso al gruppo, in particolare al vocalist. Il problema è farli bene. È che spandono molto fumo, così incantano i gonzi: lo slavery blues arriva, compatibilmente con la vanità dell'età; il gioco riesce meno sugli Struts, per i quali il frontman si gioca la carta gender (ai tempi del glam si sarebbe detto “androgino”), ma l'interpretazione sembra meno a fuoco, più monocorde. So' ragazzi, d'accordo, ma stiamo cominciando a sospettare che, tutto sommato, rischino di restare più posa che arrosto: non ha torto chi, su Twitter, osserva che «ste cose Renato Zero le faceva 30 anni fa» (40, in realtà). Se se Agnelli ha le palle gli deve dare Hey, Negrita dei Rolling Stones, così vediamo se le palline ce le ha pure l'androgino.

Rita Bellanza (In questo misero show – Renato Zero): 3. Porta un brano recente che però pochi conoscono perché Zero non è più un best-seller: si canta della solitudine provocata dall'aridità dello show business, senonché la mossa, insopportabile perché spinta al parossismo, è di personalizzare tutto in funzione dell'ormai leggendario vittimismo di una ventenne qualunque per la quale si scomoda persino l'Agi, e sarebbe da capire con quali fini. Di questa non-artista si parla per paradosso, cioè “deve” diventare artista à tout prix, senza averne i requisiti. Anche questa volta non si smentisce: Zero lo massacra, Gaetano non fa in tempo perché la segano: oh, finalmente ce ne siamo liberati: Twitter scoppia, letteralmente, di sollievo (ma subito, sullo stesso social, parte una insopportabile Operazione Colpevolizzazione, per riabilitarla in fama di martire). L'assurdo è che sia arrivata fino a qui: rischiava di diventare la nuova Statua della Raccomandazione. Nel posticipo non pare perfettamente lucida, forse deve smaltire la delusione.

Lorenzo Licitra (Who wants to live forever – Queen; Million reasons – Lady Gaga): 6 ½. Bè, che fa, anche lui la butta sul patetico, «ero grasso, non mi accettavo?». L'inno di Mercury può essere una opzione spiazzante, ma è anche una roba da schiantarsi: il timbro, l'arditezza di Freddie è troppo ingombrante, troppo leggendaria. Non può reggerla e quindi lo istruiscono a non prendersi rischi inutili; se la cava, in difesa. Fa un figurone, ma è più sulle cose che si risparmia che su quelle che osa. Quanto alla Lady Lagna, vien voglia di tirare una scarpa a un tenorino che si poppizza nel modo più facile. Sì, Michael Bublè è uscito dal suo corpo, giusto Fedez, però, scusate, confinarsi così è uno spreco: ma che ti dice la testa, e anche il cuore? Mai sentito parlare di un certo David Bowie, di una certa Life on Mars?

Agnelli il sovraesposto che sta già pensando ad altro

Fedez con Samuel Storm.

Alessandro Cattelan: 6+. Come la settimana scorsa, e quella prima, e quella prim'ancora, e quella precedente, ecc.

Mara Maionchi: 6. Confonde i nomi dei suoi protetti, spiaccica un inglese ai tortellini, e va beh, che vuoi che sia? Le si perdona tutto. Quasi. I suoi pupilli li guida con sapienza scientifica, e, anche se i brani che sceglie per loro lasciano a desiderare, alla fine ha ragione lei perché quelli crescono. Perde per strada un Radice, unico gioiello dell'edizione, ma non può arrivare in fondo con tutti e 3 i suoi: ne ha forse colpa, nel senso che non stravede, e si vede, per Andrea, che pure è di gran lunga il più bravo, come per gli altri due.

Manuel Agnelli: 6-. Di questi tempi è più sovraesposto di papa Bergoglio. Sì, vado a Rai Tre. Senza tivù non ti conosce nessuno. Dopo 30 anni di carriera assaporo la vera fama. Mia figlia ha 12 anni, scrive poesie pazzesche che parlano di morte. I soldi? Mi dimentico di incassarli. Ecco, uno così era un guru dell'indipendenza alternativa, uno che posava nudo, il pube in chiaroscuro, con una corona di spine in testa. Cristo santo! Intanto sbriga la sua pratica qui a X Factor, ma si capisce che, per l'appunto, sta già pensando ad altro. Patetica la pretesa, insistita ogni due per tre, di insufflare trasgressione in un format che è il reame della normalità. A suo merito, il modo in cui sta allevando i suoi due gruppi ragazzini.

Fedez: 4/5. Fedez chiede la mano a Chiara, ecco la foto. L'ecografia del piccolo Fedez, ecco la foto. Fedez è stato fregato dall'avvocata che non era manco avvocata, il servizio esclusivo. Come fare il mestiere della musica prescindendo completamente dalla musica: delle sue canzoncine con J-Ax, che poi sono rifacimenti del Max Pezzali Anni 90 senza la profondità e lo spessore di Pezzali, nessuno parla mai. Un motivo ci sarà. Forse la risposta, amico mio, soffia nel vento. Le sue intuizioni sono puntuali su Nigiotti e i Ros, la sua decisione di eliminare Radice è miserabile: è chiaro che fa il calcolo sul suo unico rimasto, Samuel. p.s. Da Twitter fanno notare come sia vestito da Cucciolo, Shaggy di Scooby-Doo, ecc. anche questo, pesa sul voto: ma c'hai 30 anni, c'hai.

Levante: 3. Lei è sempre, circolarmente, ontologicamente “contenta”: di sentire tutti, di sentirli come hanno cantato stasera, di sentirli come sono cresciuti, di sapere che i brani inediti dei ragazzi sono lanciati su tutte le piattaforme. Una ragazza fortunata. E sponsorizzata. È bello quando una giudice da talent tira fuori una canzone in cui, cantando a nome degli ultimi, dei diseredati, s'incarna in Gesù Cristo (idea originalissima e ardita). “Cristo sono io”, sicuro: però sarebbe carino sapere quanto ha preso Crista a questo giro per cantare a nome dei miseri e straparlare a nome di Rita Bellanza. Alla quale consegna una canzone impossibile, piena di arpeggi discendenti, di aperture melodiche che non può reggere. Questa “giudice” che teneva su una stalentata come Bellanza, contribuisce a far fuori un talento unico come Radice: non troviamo parole, anzi le troviamo ma, per non comprometterci, ce le teniamo nel gozzo.

Noel Gallagher: 6 ½. Si nasce teppisti e si finisce a X Factor. Disse un giorno Keith Richards: «Per me è roba di latta. Questi ragazzi sono veramente odiosi. Cresci, poi torna indietro e vedi se riesci a impiccarti». No, non parlava dei Maneskin, parlava degli Oasis. Che nel frattempo non sono più ragazzi, anzi il Noel è discretamente incartapecorito, però non si è appeso e neanche arreso. Ce l'aveva col mondo, il ribelle, voleva spaccare tutto e tutti, e guardalo dov'è adesso (e in playback). Il disco nuovo, però, non è malaccio.

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