HALLYDAY
6 Dicembre Dic 2017 1130 06 dicembre 2017

Addio a Hallyday, il Presley di Francia

La critica lo considerava macchiettistico. Ma lui, che aveva scritto la storia della musica d'Oltralpe, resisteva e duettava con mezzo mondo. E così ha fatto fino all'ultimo. Ballata per un rocker che fu re senza un regno.

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C'era qualcosa di patetico nel modo in cui Johnny Halliday si proponeva come rockstar fin troppo stilizzata, strapiena di cliché già dal nome d'arte che cancellava Il Jean-Phillip Smet all'anagrafe, e che risonava di intenzioni e allusioni musicali a pendolo tra il rock e il jazz. Eppure era tutto autentico, tutto spontaneo, persino fatale: lui, figlio d'una famiglia d'artisti, di girovaghi, quella stella ce l'aveva nel sangue e non ha fatto che assecondarla, per tutta la vita, per tutta una carriera protratta ben oltre il mezzo secolo, fin da quando, folgorato da Elvis nel 1956, non decidette, 16enne appena, di voler essere l'alfiere transalpino del rock and roll adottando il nome d'arte destinato a diventare celebre. La vita fu tracciata, senza tentennamenti, quelle acerbe divise anticonformiste dei primissimi Sessanta, pantaloni attillati, gilet in pelle e tutto l'armamentario diventavano un manifesto esistenziale mai tradito. A 20 anni, questo coetaneo di Mick Jagger poteva vendere 1 milione di copie della sua cover di Let's Twist Again quando i Rolling Stones, più che uscire dal guscio, dovevano ancora entrarci.

IL RAGAZZO CHE SOGNAVA PRESLEY. Quasi 60 anni dopo, Johnny va via: non è mai cambiato, non ha mai tradito la sua missione. «Fanculo al cancro», scriveva sui social. Quella malattia spietata che debellava e risorgeva altrove, da anni, che l'aveva costretto a un ritiro parziale, ma senza mai riuscire a piegare il vecchio rocker. In mezzo, una storia di coerenza: una produzione fluviale, più da jazzista, tra studio e live, 100 milioni di dischi venduti, mille canzoni incise, concerti epocali dalle folle mastodontiche come quelli ai piedi della Torre Eiffel, l'ultimo, nel 2009, appena prima di operarsi per la prima volta al colon. E storie e trasgressioni e amori come con Sylvie Vartan, la bella fatale che non può mancare nella vita di un rocker.

L'INCROCIO CON GLI STONES. Uno che passavano le epoche, le mode musicali ma era sempre lì, patetico per qualcuno ma intanto duettava con mezzo mondo, si dava al cinema con altrettanto riscontro, rimbalzava sulle copertine dei rotocalchi. Una storia francese, d'accordo, ma il ragazzo che sognava Presley, avrebbe mai scommesso, un giorno, di attraversare la strada proprio dei Rolling Stones? E successe, e non una volta sola. Anche se ancora nel 2014, durante un concerto allo Stade de France lo sfotte, Mick annuncia: «Allumez de Fue», con intento sarcastico e il pubblico difatti ride, fischia...

Adesso non ride più nessuno, adesso si piange come quando si perde una gloria patria. I messaggi di cordoglio si sprecano per uno che magari non ha portato la fiaccola di una scena rock francese che c'era e non c'era, che raramente è uscita dai confini (Noir Desir, i Rockets, i pelatoni lucidi dello spazio, gli eterni Magma votati al progressive, mettiamoci anche Serge Gainsbourg, un maledetto senza generi, anche se certi dischi come Histoire de Melody Nelson rock lo erano e di quello torrido).

PILLOLE DI ROCK SPARSE. Ma non è colpa di Johnny se della Francia rock restano più pillole sparse (oltre a un meticciato hip hop interessante quanto effervescente) che un contesto vero e proprio, se perfino il piccolo Belgio ha saputo palesarsi meglio (mirabile fu l'esempio a metà degli Anni 90 dei dEUS destinati davvero ad aprire una scena), se si ricorda più la storiaccia di Bertrand Cantat, il cantante proprio dei Noir Desire, che nel 2003 uccise in circostanze abiette Marie Trintignant, la figlia dell'attore, e quattro anni dopo era già a casa sua.

LA LEGGENDA DI JIMI. Non è colpa di Hallyday, insomma, se è stato un re senza regno, se dopo di lui il diluvio. Casomai la colpa è stata (anche) di una critica che lo ha sempre considerato, diciamolo pure, vagamente macchiettistico in quell'inseguire i giganti d'America e d'Inghilterra, e che nelle enciclopedie al suo nome regala, quando va bene, due righe, e non ricorda i tanti exploit, tra i quali essersi accorto, tra i primissimi, di un certo meticcio, mezzo nero e mezzo pellerossa, che con la chitarra sarebbe diventato qualcuno e il suo nome era Hendrix, Jimi Hendrix. Magari poi è solo una leggenda, ma le leggende nelle enciclopedie si mettono...

Bye Bye, Johnny. Che volevi esserci, volevi sempre esserci e fanculo se i tuoi tratti un tempo delicati e biondi non ti accreditavano come un Iggy Pop, se rendevano poco credibile, ma non certo a te stesso, la tua versione sofisticata di Elvis. Lui non si considerava inferiore a nessuno e al suo Paese era un monarca, uno capace di sostenere Sarkozy all'Eliseo (oggi lo apologizza Macron), e il suo regno personale si riverberava comunque oltre i confini. Centoventi dischi dopo il primo, Hello Johnny, del 1960, stava progettando ancora un altro album per il 2018, «fanculo il cancro».

UNA BATTAGLIA LUNGA 10 ANNI. Da quasi 10 anni combatteva il male a viso aperto, era anche tornato a esibirsi, tra un trattamento e l'altro, l'ultima volta pochi mesi fa, la scorsa estate con le Vieilles Canailles insieme agli storici amici e cantanti Jacques Dutronc e Eddy Mitchell. E già preparava un nuovo tour per l'anno a venire. Se non è rock, anzi rock and roll, tutto questo, allora che cosa lo è?

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