Xfactor 2017 Quarto Live Diretta4
MAx FACTOR
8 Dicembre Dic 2017 0956 08 dicembre 2017

X Factor 2017, Live: le pagelle della semifinale

Una serata in cui nessuno brilla, dai giudici ai cantanti è la fiera dell'archeologia musicale e di tanti luoghi comuni. Levante deludente anche come ospite. Michielin pronta per le sigle dei cartoni animati.

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Si usa parlar male dei talent, però guardandoli avidamente. La fama, buona, cattiva, di questi format riposa su una serie di cliché che li vogliono fatui, falsi, nemici della musica di qualità, che nessuno sa quale sia visto che per definizione ogni musica non rinuncia ad autocertificartsi: «Noi non siamo come gli altri, noi facciamo musica di qualità». Sta di fatto che, prima o dopo, ai talent ci finiscono tutti, siano ospiti o sulla più ambita poltroncina dei giudici, in arte paraguru: nelle ultime puntate Agnelli e Fedez, due integrati da manuale, non si sono più parlati a seguito di una scenata che verteva su un clone di Michele Bravi, tale Gabriele (ritenta, sarai più fortunato). X Factor è il padre di tutti i talent e i cliché lo bersagliano, però è vero che quasi sempre un cliché nasconde un pizzico di verità e allora è tempo di verificare la fondatezza dei cliché di questo X Factor.

1- Qui si fa la musica di domani, la musica che piace ai giovani

Davvero? In oltre due mesi di questa Canzonissima/La Corrida dei nostri tempi, si sono sentiti molti karaoke, molte cover più o meno strampalate, pochissima musica dignitosa, inclusi gli inediti affidati ai superstiti, davvero poca cosa e scomparsi sul nascere dalle piattaforme digitali; hanno tirato per pochi giorni i Maneskin e Nigiotti, ma anche loro si sono presto inabissati al punto che la stessa produzione ha saltato un live prima di riproporli alla semifinale. Quanto alle cover, è il regno delle ciofeche electrosoul, autentica spazzatura da centro commerciale. Il futuro ha un cuore antico, X Factor non ha cuore.

2 - X Factor è una fucina di talenti

No, X Factor è una rassegna di aspiranti. I talenti vengono sacrificati a esigenze estetiche e a logiche altre e non così innocenti. Il caso macroscopico è quello di Andrea Radice, sacrificato a un tenorino pop e a un eterno aspirante, questo Nigiotti che tale resterà. La Maionchi, che il mestiere lo conosce, lo ha azzoppato in modo scriteriato, o scientifico, rifilandogli pezzi assurdi: perché non era spendibile, era un puro, uno che venera la musica. Chi invece ne faceva un affare ha avuto i suoi insopportabili momenti di notorietà, inconsistenze quali Rita Bellanza o Sem & Stenn, per i quali abbiamo dovuto constatare l'avvilente spettacolo dell'ex alternativo Manuel Agnelli che si sperticava in paragoni alcoolici: «Sono i nuovi Joy Division». Casomai i Suicide, senza Alan Vega.

3- X Factor fa tendenza, crea simulacri di novità

Sì e no, più no che sì. Dopo la caduta di Bellanza, abbiamo un altro vincitore annunciato, sono i Maneskin. I quali alla prima puntata si erano palesati come un gruppetto di fricchettoni timidi e adolescenziali. Poi li hanno ridefiniti in chiave sempre più coatta puntando sull'effetto-gender, quanto a dire il conformismo del politicamente corretto imperante: sarebbe questa la sconvolgente novità? Di personaggi, di potenziali artisti davvero nuovi, sorprendenti, non se n'è visto uno; dovessero vincere proprio questi Maneskin, avrà vinto Frank'n'Further 42 anni dopo, sarà il ripescaggio di Marc Bolan, del primo David Bowie, di Renato Zero. Archeologia musicale su tacchi a spillo, della quale il pubblico-tipo non ha alcun sospetto.

Dove davvero X Factor regna, è nella proiezione social: è un programma calibrato sulla Rete, col risultato di premiare gli aspiranti sulla base dell'avvenenza

4- X Factor è il sogno che si avvera

Questo è il luogo comune più insopportabile anche perché profondamente antidemocratico: il sogno, dimensione infantile per definizione, vale per alcuni non per altri; lo si impone per la senza famiglia (da Hector Malot a Edmondo de Amicis, che palle), per il migrante, per l'outsider che o trasforma il sogno in realtà o soccombe; non si applica a chi semplicemente custodisce una ambizione, una speranza, ma non lo fa pesare. È un messaggio insidioso, perché se è normale che un ragazzo culli sogni di gloria, non si può però indurlo a ritenersi un predestinato; quando si sente qualche stalentata polemizzare in terza persona - «perché non mi hanno capito, io sono molto più di questo, mi hanno odiato ma non conoscono Rita» - passa qualsiasi compassione, a prescindere dai presupposti.

5- X Factor per il sociale

Qui davvero siamo al ridicolo. Di sociale un format del genere ha niente, tutto è perfettamente concepito, sviluppato, strutturato per il soldo ed il successo. Niente di male, ma smettiamo di agitare le foglie di fico del conformismo “sociale”. L'edizione 2017 si è segnalata per un marcato scivolo dalla narrazione artistica a quella cinico-patetica, il che ha prodotto un effetto-rigurgito micidiale: il popolo social sarà anche bue, ma la logica del ricatto morale la percepisce benissimo.

6- X Factor è un nuovo modello di televisione

Qui la faccenda si fa controversa. Che siamo di fronte ad una nuova logica spettacolare, non c'è dubbio: più veloce, frenetica, rutilante, una concezione molto curata e molto furba. Ma dove davvero X Factor regna, è nella proiezione social: è un programma calibrato sulla Rete, col risultato di premiare gli aspiranti sulla base dell'avvenenza; da cui la “svolta” sexy, in realtà discutibile, imposta a una povera ragazzina che proveniva da un austero Conservatorio (Camille Cabaltera, per la quale nessuno ha ipotizzato molestie che invece c'erano, quantomeno nella pretesa di stravolgerla), o l'estremizzazione sempre più volgare e scontata del cantante Damiano. Tutto per far sbavare le ragazzine su Twitter o Instagram.

QUEL MIX RETE-TIVÙ. Attenzione, la cosa non è affatto pedestre, chi costruisce X Factor conosce perfettamente l'ultimo rapporto di GroupM, secondo il quale Facebook e Google nel 2018 conquisteranno l'84% del mercato pubblicitario online, con una crescita degli investimenti pubblicitari dell'11,4%. La pubblicità digitale ha già superato quella della tivù in 17 paesi tra i quali Cina, Francia, Germania, Regno Unito. Per gli Usa il sorpasso è atteso nel 2020. In questo scenario, la televisione non muore, ma invecchia: tra il 2000 e il 2014 la quota di mercato pubblicitario è stata pari al 44%, ma la “consumano” in particolare le fasce mature o senili, insomma i giovani non guardano la tivù tradizionale, guardano (attraverso) internet. Che fare? Facile, si miscelano tivù e Rete al punto da renderle un tutt'uno. Problema risolto.

I semifinalisti: i singoli non convincono

Samuel Storm (The story/inedito; Stand by me/Ben E. King): 5. Il singolo è una rottura di balle e pare pure spompato lui. Il ragazzo va in finale perché ha tutti gli ingredienti del luogo comune social, ma è di quelli discontinui, col tempo si è capito che anche questo fa sempre la stessa messa cantata. Quanto alla cover, complice un oscuro meccanismo tra pubblico e la banca sponsor ufficiale, siamo alla fiera dello scontatissimo, se non della porchetta. Pare incredibile non siano venute in mente scelte appena un po' meno precotte: e questo sarebbe un posto dove si costruisce la musica? Lui, poi, giovane com'è, non ci può mettere quel rhythm and blues che non sospetta (colpa del Fedez), ma quella sorta di electrosoul bianco che fa cascare i diamanti, per dirla alla Levante. A X Factor può anche andare bene, ma Phil Spector gli avrebbe sparato dritto in faccia. Prevale, e si era capito, al ballottaggio con i Ros.

Ros (Rumore/inedito; Acida/Prozac+): 5. Il singolo sembra la sigla di 7 chili in 7 giorni con Verdone e Pozzetto. La cover è la cosa più spietatamente banale che si poteva pensare per un gruppo del genere: avanti, Savoia! La giovane Camilla ha tante qualità, ma se la spogli del rumore escono anche le acerbità e questa versione risulta in verità parecchio scipita. Soccombono, e si era capito, al ballottaggio con Samuel Storm.

Niglotti e Maneskin sono i più scaricati, e per questo (poche palle) passano in finale

Maneskin (Chosen/inedito; You’re nobody ‘Til Somebody Loves you/James Arthur): 5 ½. Carina, questa scopiazzatura dei Red Hot Chili Peppers al mare, ma, a parte «na na na na na», il brano dov'è? Testo pregnante, «follow me, follow me, follow me, na na na» (qualcuno su Twitter rimpiante la densità del pulcino Pio). Un certo talento, potenzialmente, non manca, scenico soprattutto, ma sono l'unico caso di wannabe che diventano macchiette coatte prima che artisti. Potenza di X Factor! Ci odiassero pure le adoranti leonesse da tastiera, ma il poseur Damiano ha un cantato monocorde, non sfuma mai, non modula, ringhia, ruggisce, si spompa, ma così le fa tutte in fotocopia, checché lo vanti Manuel.

Lorenzo Licitra (In the name of love/inedito; Diamonds/Rihanna): 5/6. La cosa che resta più in mente del suo inedito è quel versetto, «forever young», che riporta a prepotenti tramonti cotonati Anni 80 (Alphaville). Chissà se Licitra è mai stato giovane, non per sempre, almeno qualche minuto. Vederlo, anzi sentirlo, rifare una Rihanna, suscita una domanda: ma insomma, sei un tenorino, ma perché vuoi incaponirti con questa schiumetta? Ma gli dicono tutti che non è più uno stoccafisso, e lui ci crede. Va in finale, ma non vincerà.

Enrico Nigiotti (L'amore è/inedito; Redemption Song/Bob Marley): 5+. «Sono molto contanto, sono così contanto». Non ci sono più i ribelli di una volta (e, probabilmente, neanche i cantanti). Chi ascolta è un po' meno contanto, perché il singolo in 3 minuti ti invecchia di 30 anni (inoltre lo stona). Però dice che sulle piattaforme ha funzionato. Per una settimana. Circa Bob Marley, non è che la sbagli, ma gli vien fuori una pacchianata che vogliono “intensa” (di Levante il copyright, e di chi sennò?) quando in realtà è sbrodolatamente retorica. Lui e i Maneskin sono i più scaricati, e per questo (poche palle) passano in finale.

I giudici di X Factor.

Giudici: da Maionchi a Fedez, tutti sottotono

Mara Maionchi: 5/6. Lei e Agnelli hanno portato in semifinale due concorrenti, lei addirittura ne porta due su due alla finalissima. Però nessuno le toglie la macchia della eliminazione di Radice. Ed è colpa sua, prima che degli altri giudici, perché lo ha scaricato, sacrificato al mediocre Nigiotti, del quale s'era capito il destino di finalista fin dalla prima puntata. 'Sta storia della commozione comincia a diventare allarmante.

Manuel Agnelli: 5-. Parte nel più puro spirito populista, col saluto «alle maestranze». Poi è contento perché sente su Rtl (sponsor di X Factor) i singoli dei suoi due gruppi, che male non fa neanche a lui. Poi ringrazia il suo “prodiuser”, Rodrigo d'Erasmo, perché la famigghia innanzitutto. È nella fase in cui si comincia ad agitare i ricordi: «I Prozac+ li ho prodotti per primo io», eccetera. Sindrome da Pippo Baudo, però con un fottio di luoghi comuni giulebbosi, l'ex cattivo: l'evocazione dei Led Zeppelin a proposito dei Maneskin è da lapidazione. Al di là delle logiche, lascia l'impressione di non avere saputo guidare davvero una proposta interessante come Camilla dei Ros (anche se li produce).

Fedez: 5/6. Stasera, davvero, non pervenuto per lunghi tratti: starà pensando all'ecografia della fidanzata, a come cavarne qualche dollaro in più. Ha un solo candidato ed è chiaro che ne magnifica le doti ad ogni piè sospinto: difatti va in finale, figurarsi se con quella storia lì lo tagliavano fuori. Si lascia scappare la promozione annunciata dei predestinati Maneskin, chissà se vale. Anche lui comunque si sente già in vacanza, l'affare X Factor, in tutti i sensi, è incassato.

Levante 5-. Parte in quarta con un «sono molto felice per tutti loro» (i concorrenti) che è levantitudine doc. Quindi la solita orgia d'inconsistenza a base di «obiettivi raggiunti», «percorsi», scoperte dell'acqua calda. Due diamanti immaginifici: «Samuel io adoro la tua voce fin da quando l'ho sentita» («Ostia, credervo da prima», direbbe Celentano); «Anche io volevo dire qualcosa... niente!».

Alessandro Cattelan (conduttore): 5 ½. «Per cinque minuti, mi sono divertito anch'io...». Sbaglierà il titolare di Max Factor, ma l'impressione è sempre più quella di un lavoro da sbrigare, che prima finisce, meglio è. Anonimo, fin sul volto, non sorride mai, ogni tanto si distrae, pare avviato alla saturazione per consunzione. Si tiene di puro mestiere, ma non ha alle spalle una carriera così solida, fondata sull'esperienza.

Ospiti: Levante meglio giudiche che cantante

Levante: 4. Più giudice che cantante (e abbiamo detto tutto); c'è qualcosa di arrogante nella sua spocchietta finto indie. Bonolis: «Avevi detto che non ti piacevano i talent, poi hai cambiato idea, come mai?». «Con gli anni mi sono un po' ammorbita». Con gli anni tutto si ammorbidisce, lei ha fatto presto, chissà cosa c'era, di tanto emolliente. Dal vivo, comunque, la Madonnuzza delle Ossa cicca le note quanto la sua pupilla Rita Bellanza, apposta l'ha presa sotto l'ala, adesso tutto è chiaro: è stata lei a rovinarla. Più costruita di un condominio, ma sotto l'ambizione c'è davvero poco.

Francesca Michielin: 3. Recita la velina che la strombazza: «Francesca Michielin, vincitrice di X-Factor 11 (sic! In realtà edizione 2011) e ora cantante affermata a livello nazionale che, con le sue canzoni ha scalato le classifiche e ottenuto milioni di views su YouTube». La seconda asserzione sarà pur vera, la prima è più farlocca di una promessa elettorale: il singolo sanremese arrivò alla 67ma posizione, il disco non fece niente, all'Eurofestival, dove pure fu spinta al posto dei vincitori Stadio, nessuno si accorse di lei. Tutto qui? Sei anni dopo, è un'altra rieccola, una profezia che vuole autoadempiersi. La strapompano, deve avere un'agenzia mostruosa, ma dal vivo non sa cantare e come personaggio è un bel faccino che si può trovare in qualunque dormitorio di provincia. Il “pezzo” è semplicemente obbrobrioso ma, se cresce un pochino, potrà in futuro fare delle belle sigle natalizie di panettoni.

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