Prima Guerra Mondiale 140627192124
13 Dicembre Dic 2017 1343 13 dicembre 2017

"A Caporetto abbiamo vinto", la lezione della disfatta per antonomasia

Due flessioni sulla storica sconfitta. La necessità di una classe dirigente lucida. E la consapevolezza della nostra forza oltre ogni sindrome pessimistica. La presentazione del libro di Lucchini.

  • Stefano Lucchini*
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«Un villaggio bianco con un campanile in una valle. Era un villaggio pulito e c’era una bella fontana nella piazza». È la descrizione che della cittadina slovena di Caporetto, vicina al confine con l’Italia, nella valle dell’Isonzo, fa Ernest Hemingway in Addio alle armi. Già allora, anche se nel capolavoro dello scrittore americano non se ne parla, il nome di Caporetto veniva associato a quello di disastro totale, resa senza condizioni e senza vergogna: così è rimasto e così rimarrà nell’immaginario collettivo degli italiani e non solo il paese con il campanile intorno al quale l’offensiva tedesca e austriaca in un paio di settimane sposta il fronte di 150 chilometri, costringe le truppe italiane ad arretrare fino al Piave, mette fuori combattimento 600 mila soldati.

PSICOSI E PAURE COLLETTIVE. Una tragedia di proporzioni enormi, fatta di drammi personali indescrivibili, di sofferenza, dolore e umiliazioni, di eroismi e di viltà, di psicosi e paure collettive, di cannoni e di carne da cannoni, di masse di contadini che si ritrovarono soldati e avrebbero dovuto comportarsi da eroi, di distanze mai colmate e diventate d’un colpo incolmabili tra i comandanti e i fanti, tra il generalissimo Luigi Cadorna, i suoi generali, i suoi ufficiali e i fanti.

STORICO SIMBOLO NEFASTO. In quell’inverno rigidissimo dove in un giorno erano caduti due metri e mezzo di neve e si combatteva dalle trincee scavate sotto sei metri di coltre gelata, su quelle montagne c’erano anche tantissimi opinion leader dell’epoca, a cominciare da un folto gruppo di scrittori, da Ardengo Soffici a Emilio Gadda al maestro Arturo Toscanini, dai giornalisti più rinomati usi per lo più a riportare le informazioni dello Stato maggiore, a un tedesco 26enne che guidava l’offensiva dei suoi e che ritroveremo come uno dei grandi capi dell’esercito nazista nella Seconda guerra mondiale, Erwin Rommel. Sono gli ingredienti che hanno consegnato Caporetto a simbolo di tutto quello che non avremmo voluto mai per il nostro Paese allora, o che non vorremmo mai per noi stessi nella vita.

Il fascismo provò a spostare l’attenzione da Caporetto alla resistenza sul Piave e alla successiva affermazione dell’anno dopo a Vittorio Veneto

Il fascismo provò a spostare l’attenzione da Caporetto alla resistenza sul Piave e alla successiva affermazione dell’anno dopo a Vittorio Veneto. Eppure, nemmeno le celebri strofe della Leggenda del Piave fatte cantare dal regime agli scolari nelle elementari riuscirono a oscurare la verità di una sconfitta che tantissime famiglie italiane conoscevano perché padri, mariti e fratelli non erano tornati dalla guerra. Così Caporetto e tutto quello che evoca è rimasto accanto a noi.

RILETTURA CON LE TESTIMONIANZE. Ora, in occasione del centenario, ho voluto ripassare quella storia, rileggerla da vicino con le testimonianze più importanti dei protagonisti, degli storici, degli osservatori stranieri. Ne è nato un libro che ha due capisaldi: le foto delle cartoline e dei manifesti dell’epoca che fanno parte della collezione che ho raccolto in tanti anni e che è stato lo strumento che mi ha permesso quasi di provare a rivivere le sensazioni di chi allora era in guerra da una parte; dall’altra, le ricostruzioni dei protagonisti principali, dagli stessi soldati, ai comandanti, ai bollettini ufficiali, agli scrittori, agli storici.

UN POPOLO DI CONTADINI. Il mio interesse per Caporetto, per la sconfitta dell’esercito italiano quasi senza combattere il 24 ottobre 1917, è cresciuto infatti di pari passo con la ricerca e la successiva collezione delle cartoline dal fronte, all’epoca il canale di comunicazione più semplice tra l’esercito e il Paese, tra i fanti e le proprie famiglie, a metà tra propaganda, buoni sentimenti e triste realtà di un popolo di contadini precipitato da un giorno all’altro nella guerra di montagna, al freddo e al gelo delle trincee.

E lì si è fatta forte la voglia di capire, di approfondire, di rendere omaggio a un popolo che scopriva la Patria nel modo peggiore, in una sconfitta e in una disastrosa ritirata. Allo stesso modo le testimonianze di chi c’era e quelle degli storici di ogni orientamento ci permettono oggi di avere molto più chiare le responsabilità, che sono dell’Alto comando e delle incertezze che esso ebbe nelle ore decisive, soprattutto per il fatto che esso, grazie ai disertori tedeschi, conosceva persino nei dettagli il piano di attacco del nemico. «L’urto nemico ci trova ben saldi e preparati», recitava puntuale il bollettino di Cadorna. Così non era, e proprio in quel momento Caporetto divenne la Caporetto simbolo di resa che conosciamo.

DIFFERENZA TRA RESA E RITIRATA. Il titolo del libro - A Caporetto abbiamo vinto - riflette, con la giusta dose di provocazione, sia la rilettura di Caporetto fatta dal fascismo per motivi di propaganda/coerenza con la necessità di far leva sui reduci della Grande Guerra che, pur vittoriosa, aveva impoverito il Paese, sia la grande differenza che pur sempre esiste tra ritirata, che è sinonimo di resa (e che a Caporetto fu totale e disordinata), e “ritirata strategica” che salva il salvabile sia di uomini sia di materiale e pone le premesse per la resistenza sul Piave e il successo di Vittorio Veneto.

LIBERATI DALLA DITTATURA DI CADORNA. Paradossalmente, in questo travisamento provvidenzialistico della realtà è racchiusa una punta di verità: potremmo infatti dire che occorreva una disfatta come quella di Caporetto per liberare l’Italia dalla dittatura di Cadorna, arrivare a una riorganizzazione sotto la guida del generale Diaz, risparmiare ai soldati inutili assalti, assicurare riposi e avvicendamenti.

Dobbiamo assolutamente evitare che la “sindrome Caporetto” resti in qualche modo latente nel carattere nazionale

Oggi, della lezione di Caporetto, a mio giudizio e al netto dell’uso che di essa è stato fatto durante il fascismo, restano alcune riflessioni importanti, oltre ovviamente alla nostra comprensione e identificazione con gli italiani che all’alba del secolo scorso ritrovarono in guerra le stesse inique gerarchie di una società allora ancora quasi feudale e che, come scrivevano Curzio Malaparte e Giuseppe Prezzolini, in altre nazioni avevano o avrebbero portato ad aperte rivolte o, in Russia, alla rivoluzione.

MECCANISMI VALIDI ANCORA OGGI. La prima riflessione è sulla qualità della classe dirigente, in qualsiasi campo e in qualsiasi epoca essa si eserciti con dovere e responsabilità, la sua selezione, i meccanismi di garanzia, di convalida, di autorevolezza. Si tratta di un tema decisivo che oggi, in condizioni radicalmente diverse da un secolo fa, si può e si deve applicare all’intera Europa e non solo al nostro Paese: di fronte alle difficoltà del processo di unificazione, ai nazionalismi e ai localismi identitari serve tutta la lucidità di una classe dirigente consapevole per correggere i difetti di un disegno che rischia di essere più burocratico-amministrativo che politico-civile.

POSSIAMO GIOCARCI LE NOSTRE CARTE. In secondo luogo, per quel che riguarda più direttamente il nostro Paese, dobbiamo assolutamente evitare che la “sindrome Caporetto” resti in qualche modo latente nel carattere nazionale. Sinora l’abbiamo applicata fortunatamente solo ad alcune precise disavventure della nostra Nazionale di calcio ai Mondiali (quando non li vince, viene eliminata senza combattere), ma talvolta essa si ritrova nella non consapevolezza della nostra forza, economica, industriale, culturale, civile. È da qui, senza trionfalismi ma anche senza autosottovalutazioni, che dobbiamo ripartire in una stagione dove il mondo è più piccolo e più connesso e dove l’Italia, con i suoi grandi punti di forza, può giocare benissimo le sue carte, sia in attacco sia (ma solo quando proprio serve) in difesa.

* autore del Volume A Caporetto abbiamo vinto. Testo pubblicato sulla rivista PreText.

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