LICITRA
MAX FACTOR
15 Dicembre Dic 2017 1125 15 dicembre 2017

X Factor 2017: Licitra vince la finale

Il tenorino pop di Mara, outsider dalla faccia pulita, stupisce tutti e vince sui tacchi a spillo dei Maneskin. Si candida a essere un nuovo Tiziano Ferro. Le pagelle di Massimo Del Papa.

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«Me ne frego di quello che dicono i giudici: eccolo qui, quello che ha vinto l'incontro!». I lettori ci perdoneranno se per inaugurare la finale di X Factor citiamo un vecchio film, Rocky 2, che si apre quando finiva il primo, in ospedale dopo l'incontro contro Apollo, con le parole di Mickey, l'allenatore di Balboa. Il vincitore, per noi, è lo scomparso, l'eliminato Andrea Radice, voce più unica che rara ma la lettera scarlatta della semplicità, della mancanza di ambizione, di venerare la musica senza farne un mestiere in prospettiva. Ovvero di non essere alla moda come X Factor comanda (il pubblico, per buona creanza, lasciamolo perdere, che conta in quanto audience ma i suoi giudizi sono scritti sull'acqua, twittati nel vento).

LA VITTORIA DELL'OUTSIDER. Ha vinto Lorenzo Licitra l'outsider, la tradizione del bel canto che cammina sopra quelli che camminano in tacchi a spillo, ha vinto il ragazzo in girocollo, educato, pulito ma, d'altra parte, anche quello che ha saputo stupire più di ogni altro all'ultimo momento; gli sconfitti, i Maneskin, del resto s'erano già imposti in corso d'opera, loro sono i trionfatori di questa edizione. Questi due hanno vinto, ma tutti, tutti i finalisti li hanno fatti sognare, stordire, spaventare in un Mediolanum Forum di Assago che non era più il posto di un programma telemusicale, era diventata un'arena dove ci si prepara a versare il sangue, si arriva a bordo di tetri suv oscurati, si scende trionfanti o morti nel ruggito di una folla assetata di tutto. Tutta quella tensione, tutta quella hybris. Quell'incantesimo americano alle porte di Milano. E ci hanno creduto, perché dovevano crederci, perché quello era il primo comandamento: l'unico. Non c'era più allegria, scherzo, pazienza, solo la liturgia clamorosa e un po' sinistra che precede la tragedia omerica. Poi Cattelan ha mandato il suo richiamo più inutile e pleonastico, «un po' di casino!», e la pastorale americana è partita in un turbine di strepiti e di rimbombi, di ritmi tribali e di lampi cellulari.

Centocinquanta minuti dopo va in archivio una edizione che era partita pimpante e ha finito per trascinarsi, ci è parso, un po' ansimante. Una edizione dove la cornice ha inghiottito tutto come non mai. Dove di brani originali di pregio non si è scorta l'ombra. Che modestia, che irrilevanza questi autori che non hanno altre idee se non inseguire la formula Sheraan o Arthur, una mediocrità che paga poco: non fidatevi degli annunci roboanti di chissà quali sfracelli sul mercato, la verità è che quasi tutti gli ep dei semifinalisti (composti dal brano originale più alcune cover espresse in corso d'opera) sono usciti col fiato già corto e, al di là della fiammella del momento, come il disco d'oro per Chosen, singolo di cartapesta dei Maneskin, «non incontrano il gusto».

IRRILEVANZA MUSICALE. Una edizione che fa contenti tutti, perché se n'è parlato sempre, ovunque, ma musicalmente destinata a evaporare come un flaconcino d'essenza lasciato aperto. Cosa resta di X Factor 11? Diremmo non molto, ma forse è proprio la sua irrilevanza, almeno su un piano artistico, ad aver fatto presa: il bersaglio erano le fasce giovanili sempre più acerbe, ed è stato colto in pieno, questa Matrioska di mode, una dentro l'altra, modi di dire, di palesarsi, tiene banco sui banchi di scuola. Non è contenuto, è proiezione, mimesi. Prendi questi Maleskin, che suonano carini ma riposano sulla coattaggine glam del ragazzo Damiano, uno al quale hanno messo addosso la divisa di Frank'n'Further e con quel costume, che mille altri hanno già indossato, sarebbe il nuovo che sboccia. Licitra, il vincitore, è un fine dicitore con quel non so che di efebico che non guasta mai. Samuel Storm era partito come rivelazione ma ha stufato prima d'arrivare. Una, Rita Bellanza, ha brillato per irrilevanza più forte del destino e, una volta rimossa, “forse” ha mandato qualche tweet acido sui Maneskin, poi è sparito il tweet, è sparito il profilo, quelli che hanno tempo da perdere si sono addentrati in dietrologie da Cia dei gossippari.

UN FORMAT USA MOLTO ITALIANO. Di tanta speme questo resta di X Factor: le piccole gelosie, le liti alla fragola tra due uomini d'affari, Fedez e Agnelli, le intemperanze al ragù di Donna Mara, l'irrilevanza spietata, ma dall'ambizione feroce, di Levante, una che raccoglie una semina mediatica ma non reggerà la distanza (e neppure la Bellanza). Con questi ingredienti si congeda un'edizione da record: chapeau, ma lo stropicciato cantante di strada che ieri, nella confusione di un mercatino rionale, regalava struggenti cover di superclassici, faceva meditare sull'ingiustizia del fato. Il tenorino Licitra si è votato al pop commerciale, ha vinto, non ruba niente, ma il punto è che di ugole belle ce n'è appena giri l'angolo, poi te le dimentichi. Noi però non dimenticheremo gli occhi di un ragazzone impacciato ma nato per cantare, mandato al macello forse perché troppo bravo. Alla fine, l'americanissimo X Factor ha molto, molto di italiano.

Maneskin, sopravvalutati ma spendibili nell'immediato

Licitra e i Maneskin.

Maneskin: 6/7. Sopravvalutati? Sì, ma anche i più spendibili nell'immediato, proprio per un fatto di apparenza. Questo intende Agnelli quando ripete a pappagallo: «Non c'è mai stato un gruppo così a X Factor». Difficile giudicarli ora, troppo presto, però imberbi come sono, hanno stracapito come funziona.

Enrico Nigiotti: 6+. Il figliol prodigo di Mara ripete che non se l'aspettava, ma chi ci crede? Dicono tutti: oh, come sei cresciuto in questi due mesi. Meno male, c'ha 30 anni... Lui il singolo l'ha azzeccato e chiude in storytelling di riscatto, pronto a vivere davvero. Brava Mara, che hai fatto d'un giovane serotino un uomo.

Lorenzo Licitra: 7. Chissà che la Maionchi non voglia fare di questo tenorino un nuovo Tiziano Ferro: nel caso, andrà plasmato come la creta, anche se giovedì sera, va detto, ha infiammato gli 8 mila del Forum in modo sorprendente. Magari altri meritavano più di lui una finale, e un titolo, che tuttavia al momento decisivo ha riscattato in pieno.

Samuel Storm: 6. Non si sa cos'abbia in meno degli altri, fatto è che gli serve più tempo nella costruzione del personaggio (ammesso che, dentro di lui, un personaggio riposi) e quindi esce per primo. Tra le voci migliori dell'edizione, ma anche una voce in cerca di un motivo.

Manuel Agnelli, invecchiato allo specchio di X Factor come un Dorian Gray alla rovescia

La finale di X Factor 11.

Alessandro Cattelan: 6-. Il suo è un caso interessante. L'aspetto è del tutto normale, ordinario, rassicurante, zero trasgressione, efficienza aziendalista, ironia col contagocce. Eppure le ragazzine impazziscono per lui, finisce sulle copertine dei giornali di tendenza, insomma c'è. L'impressione è che si sia risparmiato: lo sa anche lui, e nelle conferenze stampa comincia a ipotizzare vie d'uscita. Organico alla conduzione di un talent, ma senza mai scosse, brividi, sorprese. Come intervistatore degli ospiti è pressoché nullo, non fa che vantarne i primati, i dischi venduti, i contatti sul web, più che una spalla è un cassiere. Poi si potrà dire che X Factor esige un approccio di questo genere, che lui è bravo a stare nel suo seminato. D'accordo, ma Cattelan infine è lo stesso anche nei programmi a sua misura, parafrasando Braccio di Ferro, «io son chi sono e soltanto chi sono, e questo è tutto quello che sono». Cattelan è e fa il Cattelan, uno che, a 37 anni suonati, nelle interviste parla così: «Un singolo zarro, una canzone figa». Evidentemente, al gioco del mainestram basta e avanza.

Mara Maionchi: 6 ½. In conclusione, non è neanche facile valutarla, perché, nella sua fissità anagrafica apparente, in realtà sfugge, è una somma di simpatiche contraddizioni. Oltre la coreografia del turpiloquio aggressivo-bonario, c'è una protagonista che andrà per gli 80, non conoscerà certe pratiche porno alla moda, non conoscerà le ultime tendenze musicali, che poi sono solo etichette appiccicate da una critica culturale molto cool e poco turale, per parafrasare Ernst Thole, dirà a tutti «sei forte», come si diceva agli albori della discografia, dice anche Is Factor; però è anche quella che capisce subito se uno l'X Factor ce l'ha oppure millanta (non per niente, questo talent è casa sua), non gliela fai sotto il naso, e ha portato più avanti di chiunque altro i suoi pupilli. Peccato solo che abbia sacrificato il pezzo più pregiato della sua scuderia. Ha vinto di nuovo, ma quanto potrà reggere ancora, anche lei, a X Factor?

Manuel Agnelli: 5. Per certi versi è speculare alla Maionchi: col suo piglio e cipiglio da scontroso saccente, mostra – o finge – di saperne più degli altri, citando il se stesso giovane, le avventure britanniche, i trascorsi da discografico. Così i bambini fanno: ooh. Ma, arrivato a 50 anni ha dovuto prestarsi, e il verbo va inteso in ogni sua sfumatura, all'universo televisivo per uscire da un semianonimato (ipse dixit). Questo lo ha snaturato, ammobidito e infine spento. Ci ha preso gusto e continuerà, anche se non a X Factor: qui la sua parabola è esaurita, lo ha reso caricaturale. Del resto gli Afterhours non esistono più da un pezzo, dietro la ragione sociale c'è un manager solo. Come giudice-talent scout, a personalissima opinione del titolare di questa rubrica, non ha brillato: ha portato, è vero, due candidati praticamente in fondo, ma i Ros li ha appiattiti su proposte sempre uguali, ovvero non ha saputo tirar fuori il potenziale della deliziosa Camilla. Sui Maneskin non ha trovato di meglio che amplificarne la proiezione, l'immagine alimentata da espedienti piuttosto gratuiti. Così come patetica era la velleità, continuamente ribadita, di «portare la trasgressione in questo programma»: ma davvero? Alla lunga il suo personaggio ha risentito di una immagine sfilacciata, contraddittoria, invecchiata davanti allo specchio di X Factor come un ritratto di Dorian Gray alla rovescia.

Fedez: 6+. Questo ectoplasma musicale in realtà va valutato per sottrazione: montalianamente, per quello che non è, quello che non vuole. Non è, né vuole essere, un rapper, su questo pensiamo sia d'accordo perfino lui. Non è, né gli importa di diventare, un musicista, le sue filastrocche con J-Ax, assemblate dalle macchine, sono nient'altro che i tormentoni Anni 90 degli 883, senza la profondità e la leggerezza degli 883. Non ha radici musicali (men che meno di matrice rap e hip hop). Non ha altre ambizioni che durare, cioè fare soldi per fare soldi per fare soldi fin che dura. Ricorda una warholiana zuppa seriale, un ologramma che rimbalza su tutti i social. Detto tutto questo (e si potrebbe continuare), i suoi giudizi sono parsi spesso più sensati, più centrati di altri dai suoi colleghi. Anche la famosa arroganza che molti gli addebitano in privato, sulla seggiola di X Factor si trasformava in una sorta di apparente affabilità, non era mai corrivo, mai sopra le righe. Vero è che in quest'acqua lui ci sguazza fisiologicamente, è proprio una questione di compatibilità (improbabile, però, che protragga l'esperienza). Non aveva grandi candidati, s'è giocato la carta migliore, Samuel Storm, ma la mancanza dell'esperienza da discografico si è fatta sentire: lo ha appiattito, trasformandolo in uno stalent, la mortificazione di un possibile artista che rischia di ritrovarsi bruciato a 20 anni, triturato dalle fauci di un incantesimo a forma di X.

Levante: 4. Qui si rischia d'infierire e forse non è il caso, tenuto conto che il titolare di Max Factor lo ha fatto per due mesi. Il problema è che nel suo caso non c'era davvero altro da dire, non si poteva scappare. Potremmo anche fare i furbi e scaricare ogni valutazione sul fatidico popolo della Rete: navigare per credere, i giudizi sono spietati, qualcosa vorrà pur dire, tutto no, ma qualcosa certamente. Della pochezza come “giudice”, si sa; i suoi pareri dopo qualsiasi esibizione sono stati sempre di stampo surrealista, cioè parlavano d'altro. Inoltre ha gestito davvero in modo pessimo le sue proposte, uscite tutte anzitempo, e in particolare l'operazione Bellanza, una poverina convinta di avere un talento e poi montata in una assurda polemica verso il mondo (con tanto di fantomatico tweet finale); pareva che la Levante indie emergente (e questo è davvero un impareggiabile spaccato di cosa voglia dire essere “indie” in Italia: lacrime di talento in mari d'ambizione avvolti in un falso basso profilo fino a che non si afferra l'occasione nazionalpopolare) proiettasse sulla aspirante certi sfoghi personali, la smania di venire presa sul serio, di convincere gli scettici. I quali, invece, sono aumentati e per una precisa ragione, che sovrasta tutte le altre: Levante risulta spesso imbarazzante, simpatica mai. Tutt'altro. Il sentimentalismo recitato, la spocchia volatile, l'ambizione palpabile (tra poco sponsorizzerà pure i suoi tatuaggi), la hanno resa indigesta, la sua palese costruzione a tavolino, nel frasario, negli atteggiamenti, nelle mises, ha disilluso ogni tipo di pubblico. Continuerà per qualche stagione a raccogliere l'onda lunga di questa effimera notorietà, ma come artista è vana e come intrattenitrice non è mai stata all'altezza.

James Arthur: 4. Uno si chiede: chi è James Arthur? Così cerca in Rete e trova un mucchio di siti che dicono: chi è James Arthur? L'affare s'ingrossa. Con quella faccia da pi, quella faccia da pi, quella faccia da Pinuccio, è uno che, circolarmente, ha vinto X Factor inglese nel 2012 (allora lo vedi che l'Inghilterra non esce dall'Europa?) e dopo ha avuto un esaurimento nervoso, perché sai, il peso del successo. Povero pi, povero pi, povero piccolo. Serve come effetto allodole, della serie se ce l'ha fatta lui puoi farcela pure tu.

Tiziano Ferro: 5. Sembra sempre Renato, non tanto quello che l'ha preceduto e gli ha aperto la strada come (ben altra) icona gender ma l'altro, quello di Mina, «così carino, così educato». Solo che dopo due minuti di questa melassa pontificale, ti vengono i maroni come pesche sciroppate.

Ed Sheraan: 5. Con due A, mi raccomando, che fa molto filante, molto elegante. Cattelan dice che è il numero uno al mondo ma non fateci caso, lui lo dice di tutti, lo direbbe anche di Levante. Però è vero che nei camerini dei centri commerciali, mentre ti provi i calzoni, funziona che è un piacere.

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