I 400 colpi

Michele Placido, ora racconto Caravaggio
20 Dicembre Dic 2017 0936 20 dicembre 2017

L'oscena intervista della moglie di Michele Placido a Vanity Fair

La signora dice di voler rinascere e togliersi dall’ombra di un marito ingombrante descritto come un vecchio in piena decadenza. Riflessioni che appartengono alla sfera privata. Darle in pasto a un rotocalco è nei confronti dell'attore un sopruso intollerabile.

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Ci sono aspetti e stagioni dell’esistenza che dovrebbero essere trattati con delicatezza, con il pudore di quando si parla di vita e di morte, di desiderio e sessualità che si inseguono intrecciando, con l’età che avanza, una danza macabra attorno a corpi e spiriti in decadimento. Basta leggere Philip Roth per capire, i suoi romanzi sono pieni di storie di uomini attempati che annusano di nascosto le mutandine delle loro giovani amanti e pisciano sulle loro tombe quando la morte le porta prematuramente via, illudendosi che quel liquido trapassi la terra e faccia da ultimo flebile anello di congiunzione. Uomini che si aggrappano alla vita quando sentono che la loro sta per finire, quando avvertono che resta poco e quel poco lo vorrebbero riempire con un’ultima seduzione.

L'INTIMITÀ VIOLATA. La vita, la morte, il disfacimento che si impadronisce dell’intimità di un rapporto non è materia da raccontare a Vanity Fair, come ha fatto Federica Vincenti, 34 anni, da 17, ovvero da quando era ancora una bambina, compagna e poi moglie di Michele Placido, che di anni ne ha 71. La signora dice che vuole rinascere, fare musica, togliersi dall’ombra di un marito con un nome ingombrante ma a cui «cambia il corpo, cambiano i muscoli, le forze». Naturalmente ha tutto il diritto di farlo, ma nell’intimità della sua relazione. E se proprio non resiste eviti di parlare del marito come di una carcassa che sta marcendo roso dall’inesorabile scorrere del tempo. E di una testa «che può togliere i pensieri e il ricordo a un uomo che ha fatto la cultura del mondo». Tradotto: mio marito non scopa più e si è pure rincoglionito. Tutto questo però lo racconta «con la luminosa indulgenza di chi sa che non è colpa di nessuno».

UN SOPRUSO INTOLLERABILE. Vediamo tempi tristi in cui moltitudini di donne denunciano la protervia maschile, la molestia esercitata come atavico diritto del più forte per posizione e ruolo che può condizionare lavoro e carriere. Ecco, a noi pare che con questa intervista Federica Vincenti abbia commesso un intollerabile sopruso verso un uomo ora inerme, che si deve arrendere al passare del tempo che ne ottunde corpo e pensieri. Ne ha violentato l’intimità, mettendo oscenamente in piazza ciò che è materia di pietas, comprensione, riflessione privatissima sul rapporto tra verbo e carne che il tramontare della vita rende straziante e vero. Non di una intervista a Vanity Fair, la fiera della vanità. Quella di Federica, per citare il verso di una canzone di Battisti, è grande come un bue.

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